Cos’è davvero il lieto evento



Sui muri di alcune città c’è il volto di una ragazza sorridente che proclama: «Sono la testimonial della Ru486, mi chiamano ‘assassina’ ma io lotto per il diritto alla felicità». A prima vista può apparire una pubblicità della casa produttrice della pillola abortiva. Invece si tratta del manifesto di un’associazione di atei militanti, che cerca di rinverdire lo scontro frontale con i cattolici su un tema particolarmente sensibile.

La scritta sul manifesto è dichiaratamente provocatoria, ed è forte il desiderio di non raccogliere la sfida. La volontà di suscitare scandalo rende la frase paradossale e poco credibile: chi mai può ritenere che l’aborto sia un momento di felicità? Troppo facile rispondere, mantenendosi sulla falsariga del manifesto. Potremmo ricordare le morti per aborto chimico, ripescate una a una con fatica. Potremmo parlare della morte di una bella diciottenne, Holly Patterson, che nelle foto appare sorridente come la giovane del manifesto. Il padre di Holly, non rassegnandosi alle analisi sbrigative con cui si tentava di chiudere il caso, ha ingaggiato una faticosa battaglia per far emergere i rischi della Ru486, portando alla luce una serie di eventi luttuosi fino ad allora censurati. Potremmo parlare di una ragazza ancora più giovane, Rebecca Berg, sedici anni, morta in Svezia per una irrefrenabile emorragia dopo l’assunzione della pillola abortiva. Potremmo ricordare che la mortalità per aborto chimico è 10 volte più alta di quella con il metodo chirurgico; potremmo ricordare che il primo libro scritto contro la Ru486 è di tre femministe americane pro choice, e che l’aborto con la pillola è facile solo per l’organizzazione sanitaria, non certo per le donne.

Ma ci interessa di più l’evocazione del diritto alla felicità connesso con un evento che nessuno, onestamente, può definire lieto. Fino a oggi il ‘lieto evento’ per eccellenza era la nascita. Una vita nuova che viene al mondo porta con sé un carico di speranza, di tenerezza allegra e vitalizzante anche per chi è del tutto estraneo al bambino. La giovane donna che ci sorride dai muri suggerisce invece che questa è solo roba inattuale come i centrini della nonna: la felicità è la libertà di un corpo che non genera, che è sempre più assimilabile al corpo maschile, o a un corpo gender-neutral.

Assistiamo a due fenomeni sempre più evidenti. Da una parte lo svilimento della maternità, che non è più considerata il cuore dell’identità femminile, e che non gode più di alcun prestigio sociale, non offre alcuna gratificazione pubblica, ma solo gioie e fatiche private. Essere madre non è un valore spendibile, anzi, è un ostacolo alla realizzazione professionale, come dimostrano anche casi recenti.

Non abbiamo mai amato la retorica ottocentesca che esaltava la madre per mascherare la ferrea esclusione della donna dalla vita pubblica, negando i diritti più elementari, ma la fine di quella mitologia non ha portato a una diversa valorizzazione della maternità. Oggi la maternità è completamente fuori dal discorso pubblico, e non è un caso se di figli se ne fanno sempre meno.

L’altro fenomeno, strettamente legato al primo, è la diffusione di un individualismo estremo, di corto respiro, che si realizza nel consumo di esperienze, di relazioni, di beni. La felicità non è più un progetto, che può prevedere qualche sacrificio immediato per costruire il domani. L’idea di felicità che prevale si esaurisce nell’inseguimento del desiderio, ora e qui, e ogni rinuncia è vissuta con difficoltà. Il desiderio diventa diritto, e il diritto alla felicità, che nella Costituzione americana implicava la libertà per ciascuno di perseguire i propri obiettivi esistenziali, diventa qualcosa di ben diverso.

Forse bisogna cercare di spiegare che ci sono altri modelli di vita, altre idee possibili di felicità. Facendo vedere, per esempio, quante emozioni e quanta ricchezza possano regalare le relazioni tra genitori e figli, e come la felicità si possa costruire nella quotidianità, anche attraverso quello che può apparire un sacrificio. Possiamo citare lo slogan del Festival della Vita nascente, che una vasta rete di associazioni ha organizzato per il 27 marzo: «Dare la vita dà vita». Possiamo cercare di far capire, alla ragazza del manifesto, come il diritto alla felicità che lei rivendica possa rendere molto infelici.
Eugenia Roccella – Avvenire

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