Cristoforo Colombo, l’espansione europea e la scoperta dell’America

«Siamo riuniti di fronte a questo Faro di Colombo, che con la sua forma a forma di croce vuole simbolizzare la Croce di Cristo piantata su questa terra nel 1492 Con esso si è voluto anche rendere omaggio al grande Ammiraglio che lasciò scritto quale sua volontà: “mettete croci in tutte le vie e i sentieri, affinché Dio li benedica”» (Giovanni Paolo II)

«Giovedì 11 ottobre. Navigò in direzione di Ovest-Sud-Ovest. Incontrarono mare grosso, più di quanto ne avessero avuto in tutto il viaggio. Videro procellarie e un giunco verde presso la nave… Dopo il tramonto del sole, tornò alla sua primitiva rotta verso Ovest. Saranno andati a 12 miglia all’ora e fino alle ore 2 dopo mezzanotte avranno percorso 22 leghe e mezzo. E poiché la caravella Pinta era meglio dotata di velatura e andava dinanzi all’Ammiraglio, trovò terra e fece i segnali che l’Ammiraglio aveva ordinato… Ammainarono tutte le vele e rimasero con il trevo, che è la vela grande, senza coltellacci, e si posero in panna, temporeggiando fino al far del giorno successivo, venerdì, quando arrivarono ad un’isoletta dei Lucayos, che si chiamava nella lingua degli indiani Guanabanì.

Dona ora. Grazie!

Subito videro gente ignuda e l’Ammiraglio scese a terra sulla barca armata e Martino Alonso Pinzón e Vicente Anes, suo fratello, che era capitano della Niña. L’Ammiraglio spiegò la bandiera reale e i capitani avevano le due bandiere della croce verde, che l’Ammiraglio alzava come insegna in tutte le navi, con una F ed una Y ed in cima ad ogni lettera una corona, una da un lato della croce e l’altra dall’altro».

Queste – ovviamente tradotte dal castigliano – sono le parole del Diario di bordo di Colombo, pervenutoci soltanto nella riduzione del padre Las Casas, relative allo straordinario evento compiutosi il 12 ottobre del 1492, la scoperta dell’America. Un evento di straordinaria importanza storica che, insieme all’espansione portoghese verso l’Oriente (pochi anni prima Bartolomeo Diaz aveva doppiato il capo di Buona Speranza e pochi anni dopo anni dopo Vasco da Gama raggiungerà il subcontinente indiano), aprì la via alla planetarizzazione del mondo. Per quanto nei manuali di storia in uso nelle scuole superiori siano di solito ormai pochissime le pagine dedicate a questo tema, la sua importanza storica difficilmente potrebbe essere sopravvalutata: crediamo che in realtà non si ingannasse Lopez de Gómara, quando, con comprensibile esaltazione per la nascita della Nuova Spagna, una settantina di anni dopo lo sbarco a San Salvador scrisse che l’avvenimento era stato il più grande e importante nella storia del mondo dopo l’incarnazione di Nostro Signor Gesù Cristo.

La nostra epoca, immersa nella mediocrità, mal riesce a sopportare, anche nelle valutazioni storiche, la grandezza di avvenimenti e di persone, tutto annegando nel sociologismo, nell’economicismo, nella storia della lunga durata o del rispettivo quotidiano. E di grande «avvenimento», come di «grande ammiraglio», ha parlato più volte, in occasione del Quinto Centenario del Descubrirniento, anche il papa Giovanni Paolo II.

In occasione di questa ricorrenza abbiamo assistito al diffondersi e quasi al prevalere, nei mass media, di un clima culturale e propagandistico che, già delineatosi negli anni precedenti, è venuto precisandosi e chiarendosi; abbiamo assistito ad una diffusa e imponente campagna contro la scoperta, la conquista, l’evangelizzazione e, attraverso queste polemiche, contro il passato e il presente della Chiesa cattolica, contro la Civiltà Cristiana e contro quei paesi, soprattutto la Spagna che, in quei secoli, ne furono sostegno ed espressione.

Un’orchestra – per usare il termine impiegato da Vladimir Volkoff nel Montaggio – composta da vari strumentisti.

Un primo gruppo, esiguo ma strumentalizzabile, è costituito dai cosiddetti indianisti che, sulla base di un’immagine assolutamente falsa delle culture precolombiane, propongono un ritorno ad una «concezione collettivista… e comunitaria del continente, basata sulla filosofia dell’uguaglianza», l’espulsione dei missionari e di ogni organizzazione di assistenza e la guerra ai servi dell’imperalismo, discendenti dei conquistatori protagonisti della «barbara irruzione dell’Europa», in nome di un confuso millenarismo incaico presente anche nell’ideologia marxista-leninista di Sendero Luminoso. Ciò in una comprensibile consonanza con Fidel Castro che si è proclamato «indigeno americano onorario».

Un secondo gruppo, anch’esso esiguo ma rumoroso e organizzato, è costituito da quei sedicenti cattolici sempre pronti a raccogliere l’invito alla demolizione della tradizione cattolica, alla fustigazione del passato della Chiesa; ciò non senza accettazione più o meno convinta da pane di più ampie espressioni della cultura cattolica, abituate a «lasciarsi presentare il conto, spesso truccato, senza discutere», per riprendere i termini di Jean Moulin in una conversazione con Vittorio Messori. Non a caso si è parlato, da parte di un autorevole settimanale francese, di un «complot médiatique» portato avanti da «théologiens de la liberation; …théologiens d’Europe opposés au credo de leur propre Eglise; groupes de presse: vedettes universitaires viellisantes» e volto ad impedire il viaggio del papa a Santo Domingo.

Ma la parte maggiore nell’operazione propagandistica hanno avuto i mass media americani, in preoccupante e non causale consonanza con la sempre più forte penetrazione delle sette di ispirazione protestante nell’America latina, in completo oblio (quasi, anzi, in una sorta di transfert) delle forme di colonizzazione anglosassone e riformata nell’America settentrionale. Ciò sulla spinta della nuova sinistra Political Correct; «un modo come un altro – è stato giustamente detto da Saverio Vertone – per alimentare quel blablabla di una certa intelligenza che in tutto il mondo ha ormai perso ogni riferimento ai fatti, alle necessàà, ai problemi di chi sta certamente male… [un lasciarsi] cullare dalle parole e dai manierismi intellettuali di chi sta abbastanza bene, e si nutre non solo di buone bistecche e patate ma anche di ignoranza. Poter dare del «fallocratico», «eurocentrico», «sessista» al povero Colombo…».

Lo sforzo di ristabilire la verità storica – o, piuttosto, dati i limiti di spazio, di offrire al lettore le linee essenziali di una tale operazione – si articolerà, nelle pagine successive, in due parti: la prima dedicata alla figura di Colombo, la seconda alla leggenda nera sulla scoperta e conquista dell’America latina.

Cominciamo col rispondere ad una domanda che viene spesso posta: fu l’arrivo a Guanahani il 12 ottobre 1492, della piccola flotta capitanata da Cristoforo Colombo l’inizio di una vera scoperta?

Nel Dizionario Italiano Ragionato leggiamo la seguente definizione del termine scoperta: «L’esplorazione e rivelazione agli uomini di nuove parti della Terra. La rivelazione, per opera della scienza, di nuovi fenomeni, di nuove specie biologiche, di nuovi corpi celesti». Dunque esplorare, cioè «cercare di scoprire, di svelare, di conoscere»; e rivelare, dal latino revelare=togliere il velo, svelare; e, ancora, rivelare agli uomini, cioè fare partecipi gli altri, tutti gli altri.

Già da questa definizione si comprende subito che solo una volontà ideologica e mistificatoria può portare a voler sostituire il termine incontro a quello di scoperta. Infatti, l’incontro, anche a volere prescindere dalle pur corrette considerazioni del professor Alberto Caturelli sul fatto che gli incontri avvengono tra persone e non tra culture o popoli considerati come una totalità, presuppone una casualità dell’imbattersi e una sorta di parità nel valore del movimento dei protagonisti.

Ora questo non è certo il caso di cui ci stiamo occupando, nel quale una cultura superiore si muove per esplorare e scoprire nuove terre, mentre l’altra, in questa prima fase, nulla apporta di suo. Dove su questa superiorità di una civiltà almeno sul piano tecnologico anche i più accaniti sostenitori dell’uguaglianza di tutte le civiltà, anche coloro per cui, come diceva Sciacca, il «cotto» dell’antropofago ha lo stesso valore della Divina Commedia, non possono non convenire per l’evidenza dei fatti.

La definizione, inoltre, permette di comprendere bene la differenza tra il descubrimiento e il quasi certo arrivo di un gruppo di Vikinghi nell’America settentrionale, tra la foce del San Lorenzo e l’attuale Massachusets, verso la fine del X secolo, sulla scia degli insediamenti in Groenlandia, la «terra verde», come intorno al 1000 poteva apparire. Un nucleo insediativo debole e scomparso abbastanza rapidamente, prima ancora che la fine della fase calda del clima provocasse una nuova avanzata dei ghiacci vaganti e un abbandono della stessa Groenlandia a partire dal XIV secolo, con la fine, anche, della navigazione delle rotte marittime scandinave dei mari più settentrionali.

Mi pare di potere dire che, nei limiti, ristretti, e comunque impropri per mancanza di sistematica esplorazione, di chiara consapevolezza e rivelazione ad altri, entro cui il termine «scoperta», con forzatura semantica, potrebbe essere impiegato per le navigazioni vikinghe, in ogni caso ciò che fu Scoperto cadde poi nell’oblio, venne, insomma, ri-coperto, nuovamente velato.

Lasciamo pure, dunque, all’acidità degli storici anglosassoni, che non si rassegnano al fatto che l’America sia stata scoperta da un latino e da un cattolico, i giudizi riduttivi sulla portata dell’avvenimento del 12 ottobre 1492, ed in conseguenza del significato storico di Cristoforo Colombo, del tipo di quello del «kennediano» Arthur Schlesinger jr: «Gli italo-americani mostrano un interesse particolare per il primo italiano a fare fortuna nell’emisfero occidentale. Ma alcuni scettici dicono che, quando salpò, non sapeva dove stesse andando; quando arrivò, non sapeva dove fosse; quando tornò non sapeva dove fosse stato».

La stessa volontà di sminuire l’importanza della scoperta fu alla base della decisione (da Caturelli qualificata giustamente come ridicola) del presidente Johnson di proclamare il giorno 9 ottobre giorno di Leif figlio di Erik vero anniversario della scoperta dell’America, sulla base di uno dei frequenti falsi ritrovamenti archeologici.

Senza la ferma volontà dell’Ammiraglio genovese, e senza l’appoggio della regina Isabella, il Nuovo Mondo non sarebbe stato scoperto in quel modo e in quel momento; come dubitare, allora, dell’importanza dell’avvenimento e dei suoi protagonisti?

Si noti che abbiamo scritto senza esitazioni «ammiraglio genovese». Infatti, bisogna ribadire, contro le fantasie di pseudoeruditi locali, che Colombo non fu né francese, né corso, né catalano, né galiziano, né portoghese o greco o inglese o tedesco. E non fu nemmeno ebreo, come hanno anche in anni recenti sostenuto scrittori come Salvador de Madariaga o Simon Wiesenthal, in cui argomenti non meritano per la loro debolezza di essere qui confutati, anche se hanno avuto editori a grande diffusione e una certa eco fin nei film a fumetti. Il lettore meno avvertito di questi può anche essere indotto in una certa confusione dal metodo, seguito dai loro autori, di accumulare una gran quantità di presunti indizi. In realtà, secondo un corretto metodo storico, l’accumulo di prove, ciascuna delle quali, considerate in sé, è di nessun fondamento e basata su asserzioni tanto assurde quanto formulate con impudente baldanza, anziché dare alla tesi una qualche solidità, ne dimostra più ampiamente l’incoscienza; ma, appunto, occorre essere avvertiti. Basti qui riportare i severi giudizi di storici come Jacques Heers («L’affermazione lascia alquanto sbalorditi») o i Bennassar («La tesi… non si appoggia su nessun argomento serio… Bisogna avere letto molto male i testi dello Scopritore per tirare fuori una simile teoria»).

E, ormai, le ricerche di archivio hanno permesso di ricostruire la storia della famiglia di Cristoforo, originaria dell’Appennino ligure, e di mettere a fuoco la figura del padre Domenico, il quale, oltre ad esercitare la professione di tessitore, fu anche guardiano della porta dell’Olivella ed era legato al clan familiare dei Fregoso.

Naturalmente, non diciamo questo da spirito nazionalistico o da preoccupazioni assurde di purezza razziale, ma dalla consapevolezza che l’origine ebraica di Colombo porta anche al travisamento della genesi e delle finalità del suo progetto, che, addirittura, nella prospettiva di Wiesenthal sarebbe stato concepito per assicurare agli ebrei iberici una nuova patria in vista della temuta espulsione; perderemmo così non solo l’utilità delle prime esperienze marinare mediterranee e il senso dei suoi stretti collegamenti con l’ambiente genovese dell’Andalusia, ma anche, e soprattutto, la missione evangelizzatrice che l’Ammiraglio attribuiva a se stesso. Genovese fu dunque, certamente e al di là di ogni ragionevole dubbio, Cristoforo Colombo; genovese e di assoluta formazione e cultura cristiane.

Esamineremo oltre i giudizi negativi su Colombo collegati alla condanna più generale della colonizzazione spagnola. Preme ora, invece, combattere valutazioni positive del navigatore genovese caratterizzate dalla contrapposizione di un Colombo uomo moderno, rappresentante del progresso, in lotta vittoriosa contro l’opposizione del suo tempo, in particolare della cultura cattolica, ottusa e dogmatica, e della reazionaria monarchia iberica.

Non è un caso, per limitarci ad un esempio, peraltro significativo per l’incidenza che esso avrà nell’immaginario degli spettatori, che questa sia la presentazione del personaggio che caratterizza pesantemente un recente e spettacolare film, in cui Colombo-Depardieu è in lotta contro terribili, dogmatici e ignoranti inquisitori e contro un potere monarchico oppressivo e calcolatore, cui alla fine potrà sfuggire soltanto grazie al fascino da latin lover che egli riesce ad esercitare sulla regina Isabella.

Per i fatti mi limiterò a ricordare che in realtà le obiezioni che prima i dotti portoghesi consultati dal re Giovanni II e poi quelli spagnoli, il cui parere fu richiesto dai Re Cattolici, avevano ragione nel bocciare, muovendo proprio da posizioni scientificamente più valide ed avanzate, la visione cosmografica di Colombo.

Questa, infatti, si basava su due errori che si sommavano a vicenda: un’errata valutazione della lunghezza della circonferenza terrestre e un esagerata estensione del continente euroasiatico verso oriente. Solo la somma di questi due errori poteva rendere concepibile come effettuabile, con i mezzi di allora, l’idea di un viaggio in cui ci si proponesse di raggiungere l’Oriente passando per l’Occidente. Basti pensare a quello che sarebbe successo alla piccola flotta se, per momentanea paradossale ipotesi, non ci fosse stato, nel mezzo tra l’Europa e l’Asia, il continente americano. Ed anche se si preferisse credere, senza prove e contro l’impressione che si ricava dalle testimonianze scritte, che in realtà Colombo sapeva di sostenere una tesi errata pur di ottenere l’appoggio dei sovrani cui si rivolgeva, nulla cambierebbe questa congettura circa quel che si è appena osservato.

Il nodo storico da chiarire è semmai quello di spiegare perché i Re Cattolici, nonostante i fondati pareri negativi dei più qualificati dotti dell’epoca, decisero di appoggiare l’impresa, quando, come ricorda nel 1501 lo stesso Colombo nel Memorial de agravios, «acá se decia que esta impresa hera burla». Al di là del sostegno accordato da importanti personaggi, come il Santangel, al navigatore genovese, credo che la soluzione di questo nodo vada ricercata soprattutto nel grande entusiasmo conseguente al compimento della Reconquista con la conquista di Granada il 2 gennaio 1492; gli stessi tempi dell’improvvisa decisione presa da Isabella e Ferdinando lo confermano. Del resto è lo stesso Ammiraglio a stabilire questa connessione nel prologo del Diario di Bordo, che si apre proprio con il ricordo di essere stato spettatore della conquista di Granada con cui i sovrani avevano «posto fine alla guerra contro i Mori che regnavano in Europa».

L’immagine di un Colombo uomo moderno ed illuminato è da fare risalire – ed è notazione non priva di interesse – alla cultura illuministica e al clima in cui fu celebrato il terzo centenario del suo viaggio alla fine del XVIII secolo. Mentre venivano riproposti e dilatati tutti i luoghi comuni della leggenda nera antispagnola e anticattolica, in quanto, per dirla con i Bennassar, «l’Espagne sert de repoussoir aux philosopbes des Lumières», lui, Colombo, veniva separato dalla conquista, anzi ad essa contrapposto, e presentato come un eroe coraggioso, generoso, tradito dai riprovevoli sviluppi successivi.

È invece assolutamente necessario alla corretta comprensione storica l’insistenza sulle radici medioevali e cristiane di Colombo, sulle motivazioni religiose che lo animarono, che imbarazzano molti storici moderni, i quali, come ha scritto Jacques Heers, docente di storia medievale alla Sorbona, «se ne parlano, vi vedono un elemento troppo trascurabile per evocarlo in maniera attenta, oppure un semplice pretesto. Molti pensano volentieri che il Genovese parlasse di dovere religioso, di servizio di Cristo e di prospettive di evangelizzazione solo per conciliarsi meglio le buone grazie della regina attraverso una manovra interessata». Ovvero, aggiungiamo, non potendo negare il gran peso reale di queste motivazioni, le considerano come un’eredità negativa, poi sviluppatasi ai limiti della malattia psichica, nonostante la quale, e non in virtù della quale, egli concepì e realizzò i suoi viaggi.

Questo non significa che anche altre motivazioni siano alla base dell’impresa, come la ricerca dell’oro, l’ambiziosa ricerca di una nobilitazione personale e della propria famiglia, una talora quasi irritante consapevolezza delle proprie capacità. Ma senza un adeguato e decisivo peso alle motivazioni di carattere religioso, noi non potremmo sperare di penetrare la personalità di Colombo, di capirne i gesti, di comprenderne gli scritti.

Citiamo ancora una volta Jacques Heers: «… lo scopritore del Nuovo Mondo si presenta a noi come un uomo di grande fede, profondamente attaccato alle proprie convinzioni, compenetrato di religiosità, accanito nel difendere e nell’esaltare il cristianesimo ovunque, nel promuovere una riconquista o una conquista contro i nemici di Dio, gli infedeli o i pagani. È perfino il solo tratto della sua personalità che non ammette discussioni, che ci appaia chiaramente, mentre altri, sui quali si è tanto e gratuitamente ricamato, ci sfuggono quasi completamente… Per Colombo ed altri, il viaggio, la peregrinazione, rimaneva, come ai tempi eroici dell’evangelizzazione dell’Europa, la virtù dei campioni di Dio, di coloro che abbandonano tutto per il suo servizio. Nuovi propagatori della fede, nuovi Crociati, questi capitani di mare e cavalieri di Cristo issano sempre il segno della croce sugli alberi delle loro caravelle».

Gli scritti di Colombo giunti fino a noi (purtroppo soltanto una parte del molto che scrisse: alla corte di Carlo V di chi mostrava una tendenza alla grafomania si diceva «scrive come Colombo») lasciano soltanto l’imbarazzo della scelta per la relativa esemplificazione.

È comunque importante ricordare che questi tratti sono già ampiamente presenti nel Diario di Bordo del primo viaggio per dimostrare che non siamo di fronte ad aspetti emersi soltanto nel periodo in cui, dall’anno 1500, egli era caduto in disgrazia, anche se è vero che proprio allora egli affina il proprio spirito e appare sempre più incline al misticismo.

Così è già presente la convinzione del carattere provvidenziale del viaggio, accompagnato dal favore divino. Alla data 23 settembre (aveva lasciato le Canarie verso l’ignoto il 6 settembre) Colombo istituisce un parallelo tra sé e Mosè, commentando l’improvviso ingrossarsi del mare senza vento: «Molto necessario mi fu il mare grosso, come non fu mai visto prima tranne al tempo degli Ebrei quando fuggirono dall’Egitto seguendo Mosè». Il naufragio della Santa Maria nella notte di Natale, in un primo momento attribuito da Colombo all’indolenza di un mozzo, è da lui letto, già il giorno successivo, come dovuto ad un tradimento degli uomini di Palos: un tradimento, peraltro, voluto da Dio perché egli fondasse, con il legname e le provviste della nave, il primo insediamento cristiano. E nel tradimento di Pinzòn vede la mano del demonio.

Quando, nel viaggio di ritorno, deve affrontare presso le Azzorre una spaventosa tempesta, l’Ammiraglio, sgomento per la sorte degli uomini che aveva convinto a seguirlo, per il timore di non rivedere i figli, per l’angoscia che il compimento del viaggio rimanesse ignoto ai sovrani, si volge a Dio, prima nella sua coscienza, poi con pubbliche e collettive promesse di pellegrinaggi a Santa Maria di Guadalupe e a Loreto, confortato dal ricordo delle «grazie che Dio gli aveva fatto, dandogli tanto grande vittoria, permettendogli di scoprire quello che aveva scoperto». Nella lettera al Santangel, probabilmente una copia della pergamena che, nel timore del naufragio, gettò in mare avvolta «in un panno incerato, legato molto bene» e posto dentro «un grande barile di legno», Colombo ricorda che tutto il successo suo e dei sovrani era dovuto esclusivamente a quel «eterno Dios nuestro Señor, el cual da a todos aquellos que andar su camino victoria de cosas que parecen imposibles».

L’idea di essere stato scelto dalla Provvidenza divina per compiere le antiche profezie è alla base delle sue riflessioni negli ultimi anni di vita. Nella lettera ai re del 1501 afferma che al suo viaggio, riuscito grazie a «un miracolo evidentissimo che volle fare Nostro Signore in questo affare del viaggio alle Indie», si deve il «pieno compimento di ciò che disse Isaia».

Da buon medievale il Genovese dava molta importanza ai nomi. E stata notata la cura con cui dà i nomi alle isole e ai luoghi che raggiunse con la sua esplorazione in relazione al calendario liturgico, alle solennità ecclesiastiche e ai misteri della fede. Ma soprattutto egli attribuiva un significato simbolico e provvidenziale al proprio nome: Colombo, ad immagine dello Spirito Santo e segno della pace che porta, Cristoforo in quanto «portatore a Cristo».

A partire dal 1502 egli non firma più el Almirante, ma con un criptogramma, al quale egli teneva moltissimo e attribuiva grande importanza, alla cui base pone appunto la segnatura Christo ferens, «che porta a Cristo». Quanto alle lettere puntate, al di sopra, l’interpretazione più recente e fondata vede nelle tre «S» del triangolo superiore una ripetuta e circolare invocazione allo Spirito Santo, nella «A» un’invocazione all’Altissimo e nelle tre lettere inferiori i nomi Christus; Maria, Yesus. La forma generale, del resto, richiama il triangolo trinitario.

Due appaiono, sempre, i pilastri della spiritualità di Colombo: la devozione per Maria e quella per la Santissima Trinità. A Maria dedica molti toponimi, come Asunción, Concepción, Anunciación. Alla Trinità vuole che siano dedicate da parte dei sovrani «solenni grazie… per l’accesso che avranno dall’accesso di tanti popoli alla nostra santa fede». Alla Trinità egli attribuisce, nel 1498, all’inizio dell’atto di maggiorascato in favore del figlio, l’idea prima – «nos puso en memoria» – e poi la precisa concezione – «perfecta inteligençia» – della possibilità di passare dalla Spagna alle Indie «pasando el mar Océano al Poniente».

L’idea della possibilità di condurre i popoli nuovi alla fede cristiana, che abbiamo appena sentito ricordata nella lettera al Santangel, è la prima che gli viene in mente di annotare il 12 ottobre: «Conobbi che era gente che meglio si salverebbe e si convertirebbe alla nostra santa fede con l’amore che con la forza». I passi del genere sono molto numerosi nel Diario. Il 17 novembre, per esempio, dopo avere sottolineato la necessità di superare la barriera linguistica, scrive: «E poi si raccoglieranno i benefici e si lavorerà per fare cristiani tutti questi popoli, il che agevolmente si farà perché essi non hanno setta alcuna, né sono idolatri».

Non moltiplicherò gli esempi. Ma ancora un riferimento va fatto al tema della Crociata, della liberazione del Santo Sepolcro, della lotta contro i Musulmani: un’idea fissa, un obiettivo concreto, nella mente di Colombo a partire dal 1500; un aspetto che, evidentemente, non può che imbarazzare gli interpreti «modernizzanti» e «laicizzanti» di Colombo.

È interessante notare che, contrariamente a quanto si pensava fino a quattro o cinque anni fa, questo tema, se domina, come ho detto, il pensiero dell’Ammiraglio dopo il terzo viaggio, appare sin dalla lettera indirizzata ai sovrani dopo il primo viaggio già nel 1493, rinvenuta in un copialettere settecentesco, contenente nove lettere di Colombo, sette delle quali prima ignote, pubblicato nel 1990. Nella prima di esse, appunto, oltre alla richiesta di un cardinalato per il figlio, c’è il calcolo degli Indios che potrebbero essere utilizzati nella crociata da organizzare.

Nell’atto di maggiorascato del 1498 l’Ammiraglio racconta di avere, fin da prima di essersi mosso per il suo viaggio di scoperta, richiesto al re e alla regina che la rendita delle Indie fosse utilizzata per la conquista di Gerusalemme e impone al figlio Diego o ad ogni altro suo erede di utilizzare le entrate che gli spettavano in base agli accordi di Santa Fé del 1492 di «andare con il Re Nostro Signore, se andrà a Gerusalemme a conquistarla, o anche solo, con la maggiore forza possibile».

Dopo il 1500 Colombo, caduto in temporanea disgrazia, tanto da essere trasportato in Spagna in catene, peraltro contro la volontà di Isabella che lo fece subito liberare, pone mano ad una raccolta, nota come Libro de las Profecías, in cui mise insieme assieme passi della Bibbia, di Padri della Chiesa e della Medea di Seneca nei quali egli vedeva l’annuncio della sua scoperta di nuove terre e dello svelamento dei misteri nascosti dall’Oceano. Il suo titolo completo lega insieme il recupero della Città Santa e la conversione degli Indios: Liber seu manipulus de auctoritatibus, dictis ac sententiìs et prophetiìs circa materiam recuperande sancte civitatis et montis Dei Syon ac inventionis et conversionis insularum Indie et omnium gentium atque nationum, ad reges nostros Hispanos. Nello stesso 1501, in un passaggio di una lunga ed orgogliosa lettera indirizzata ai sovrani citava Gioacchino da Fiore il quale aveva scritto che «doveva uscire di Spagna chi avrebbe riedificato la casa del monte Sion».

Ci par dunque legittimo riproporre qui la definizione data dal Taviani: non santo, ma defensor fidei. E sottolineare, riprendendo il titolo di un nostro articolo, le radici medievali e cristiane di Colombo.

Nuova, originale e ardita fu dunque l’impresa di Colombo; ma al tempo stesso dobbiamo vederla inserita nel quadro dell’espansione europea dei secoli XIII-XVI, una delle grandi fasi della storia universale, peraltro generalmente trascurata tanto nei manuali scolastici quanto nella pratica dell’insegnamento. Pure, se consideriamo la situazione della Terra all’inizio del XIII secolo dobbiamo constatare, con Pierre Chaunu, che l’occupazione umana di essa era incompleta e discontinua; «originatasi certamente da un focolaio unico, la specie umana, vinta dalla distanza, ha dunque vissuto lungo tutto l’arco interminabile della preistoria, i destini autonomi delle culture e delle civiltà».

Vediamo, in rapida successione ed in modo essenziale, le tappe di questa espansione.

Nel 1291, lo stesso anno della caduta di San Giovanni d’Acri, ultimo baluardo crociato in Terrasanta, due fratelli genovesi si avventurano nell’Atlantico con due galere, ad partes Indie per mare Oceanum; precursori di Colombo o di Vasco da Gama? Non lo sappiamo, perché non fecero ritorno. Come, mezzo secolo più tardi, non farà ritorno il maiorchino jaume Ferrer partito nel 1346 per anar al riu de l’or, al di là del Sahara.

Ma dalla prima metà del XIV secolo si scoprono gli arcipelaghi oceanici: le Canarie, Madera, le Azzorre, che vengono, dopo la scoperta, colonizzate da portoghesi e spagnoli anche se il primo contatto era stato stabilito da un genovese, Lancelotto Malocello. Queste isole segnano i confini di una sorta di «Mediterraneo atlantico» e serviranno poi, egregiamente, da trampolini di lancio per le ulteriori spedizioni.

Il Portogallo, grazie anche all’opera del principe Enrico il Navigatore, fu il grande protagonista della progressiva scoperta delle coste africane: un’impresa sistematica e pluridecennale che non casualmente prosegue sullo slancio della conquista di Ceuta nel 1415. Nel 1434 è superato capo Bojador, nel 1444 è raggiunta la foce del Senegal, tra il 1470 e il 1475 è compiuta l’esplorazione di tutto il golfo di Guinea e dell’Africa equatoriale: Colombo, come egli stesso ci ricorda in postille apposte a libri di sua proprietà, durante il periodo in cui visse in Portogallo ebbe modo di navigare fino alla Guinea pochi anni dopo, facendo un’esperienza fondamentale.

Salito al trono Giovanni II nel 1481 gli sforzi portoghesi riprendono: nel 1486 Diogo Cao raggiunge il 230 grado di latitudine sud; l’anno successivo parte la spedizione di Bartolomeo Diaz che nella primavera del 1488 supera il capo Tempestoso. com’egli lo chiamò, o di Buona Speranza come venne poi denominato per felice volontà del re. La via per l’Asia era ormai aperta e pochi anni dopo la percorrerà, per primo, Vasco da Gama.

Si vede dunque che l’impresa di Colombo si inseriva in una storia di lunga durata che la precede e la segue. Il che non le toglie la novità, l’ardimento, la grandezza: ma allontana, questo sì, eventuali sospetti di casualità. Proprio per questo, anzi, possiamo a maggiore ragione definirla vera scoperta.

Quest’espansione europea, per quanto sia giusto ricordarne anche le finalità economiche o i fattori geostorici (primo fra tutti la progressiva chiusura del Mediterraneo orientale a causa dell’espansione dei Turchi ottomani) e le condizioni tecniche (come i progressi dell’arte della navigazione), ha bisogno di essere spiegata a livelli più profondi, anche perché protagonista di essa non è una realtà di base sovrappopolata in cerca di sbocchi: al contrario, la grande peste del 1348 e le epidemie successive ne avevano brutalmente ridotto la popolazione. Si calcola che il Portogallo avesse, attorno al 1450, da 700.000 a 800.000 abitanti; la Castiglia, negli stessi anni, doveva contarne ne circa 4 milioni. L’Europa intera, compresa la Russia, doveva averne allora circa 60 milioni, l’Africa tra i 60 e i 70, l’America 80, l’Asia 200: insomma, la planetarizzazione del mondo fu opera del 15% dell’umanità.

In altre parole, per dirla ancora con Pierre Chaunu, «Perché l’Europa? Perché non la Cina?». Quella Cina che pure aveva, e da più tempo, la tecnologia e le risorse umane per slanciarsi verso l’esterno.

Sembra impossibile non cercare la spiegazione nell’essenza cristiana della civiltà europea, peraltro capace di fare propria nei suoi aspetti positivi l’eredità della civiltà greco-romana. Forma, nel senso filosofico della parola, della civiltà europea medievale era la religione cristiana, cioè una religione il cui atteggiamento verso il tempo e la storia sono assolutamente positivi, avendo al suo centro l’incarnazione del suo Dio (patì sotto Ponzio Pilato, cioè in un momento e in un luogo precisi). Pio ricordato come Colombo sentisse di essere stato chiamato a compiere le profezie degli antichi e della Scrittura. e «a cielo chiuso», su un piano di conoscenza storica e di teologia della storia, dobbiamo riconoscere che egli aveva in un certo senso ragione: effettivamente nel suo viaggio ) come momento cruciale di una lunga fase di espansione) si compirono le attese, le «premonizioni» come ben dice il Caturelli, dell’antichità classica e della Cristianità medievale che non conoscevano, ma pre-sentivano l’esistenza di altre genti e di mondi nuovi.

Nel XV canto dalla Gerusalemme Liberata Torquato Tasso fa ricordare alla Fortuna i segni posti da Ercole e il viaggio di Ulisse: «ma quei segni sprezzò ch’egli prescrisse, di veder vago e di saper, Ulisse»; e le fa poi profetare la realizzazione dell’impresa da parte di Colombo, nuovo Ulisse: «Un uom della Liguria avrà ardimento/ a l’incognito corso esporsi in prima;/ né ’l minaccievol fremito del vento,/ né l’inospito mar, né ’l dubbio clima,/ né s’altro di periglio o di spavento/ più grave e formidabile or si stima,/ faran che ’l generoso entro a i divieti! d’Abila angusti l’alta mente accheti./ Tu spegherai, Colombo, a un novo polo! lontane sì le fortunate antenne,/ ch’a pene seguirà con gli occhi il volo/ la fama ch’ha mille occhi e mille penne».

In questi versi, evidentemente, il Tasso ha presente la figura e le vicende di Ulisse quali erano state narrate nel XXVI canto dell’Inferno da Dante Alighieri, «onore della Chiesa», secondo la bella espressione di Paolo VI.

L’Ulisse di Dante (che non è all’Inferno per questa ragione) è spinto al suo ultimo viaggio, al di là dei riguardi posti da Ercole, da una naturale sete di conoscenza; ma il suo viaggio è, però, al tempo stesso un folle volo, perché compiuto senza l’aiuto della grazia divina, sì che esso si conclude, come altrui piacque, davanti alla montagna del Purgatorio, non senza aver intravisto una nova terra. Ulisse è così realmente figura di Colombo, e troverà, quasi due secoli dopo Dante, il suo intervento nel navigatore genovese. Come la civiltà antica ebbe nella civiltà cristiana del Medioevo, di cui la scoperta di Colombo è frutto maturo e quasi ultimo, il suo inveramento.

Scrive Franco Cardini: «E stato comunque notato che c’è qualcosa di mistico, di arcano – qualcuno s’è arrischiato a dire di soprannaturale – in quella scoperta delle coste di San Salvador-Watling: i voli di uccelli, i misteriosi legni lavorati come messaggi dentro oniriche bottiglie, la luce tremula como una candelilla. Ma era denso di segni quel 1492.

Come si è detto, peraltro, le polemiche che hanno accompagnato la ricorrenza del quinto centenario della scoperta dell’America non hanno investito soltanto la figura di Colombo ma anche la regina Isabella (la cui causa di beatificazione è avversata energicamente) e, più in generale, tutto il ciclo scoperta-esplorazione-conquista che si aprì il 12 ottobre del 1993. Tutto il più stantio armamentario della «leggenda nera» antispagnola ed anti-cattolica, nata all’epoca delle guerre di religione e compiutamente formatasi con l’Illuminismo, è stato riproposto. Ed una parola più di tutte è stata insistentemente ripetuta, un’accusa è stata violentemente formulata: con Colombo ha avuto inizio un genocidio, del quale i conquistadores sarebbero stati i crudeli esecutori.

Vediamo dunque, rapidamente, le osservazioni fondamentali che si possono muovere a questa leyenda negra. Naturalmente con ciò non si vuole affermare che siano stati assenti nell’azione dei colonizzatori iberici episodi e tratti moralmente e umanamente riprovevoli, opponendo così una leyenda rosa o blanca alle deformazioni della leyenda negra. Per dirla con le parole esatte di Giovanni Paolo II a Santo Domingo, ci furono eccessi di conquistatori, e non, come è apparso nelle traduzioni italiane, dei conquistatori.

In primo luogo occorre sfatare il mito che il Nuovo Mondo fosse, all’arrivo degli Spagnoli, una specie di Paradiso Terrestre, abitato da società libere e pacifiche. In realtà erano stati costruiti, a prezzo di guerre sanguinosissime, regni ed imperi fondati sull’oppressione di gran parte della popolazione, sulla schiavitù, sulla pratica dei sacrifici umani.

Con tutta la nostra buona volontà di conoscitori dell’antropologia e della necessità di considerare le civiltà, per così dire, dall’interno, iuxta propria principia, sono questi dati di fatto che non possiamo dimenticare.

Quando si rimprovera ai colonizzatori europei la distruzione di tesori d’arte o lo stravolgimento delle strutture sociali preesistenti, perché dimenticare, allora, che queste pratiche erano già largamente praticate nel continente americano? Giustamente veniva recentemente ricordato dall’Economist che «i rotoli aztechi delle loro conquiste erano decorati con le scene delle distruzioni dei templi dei loro avversari vinti» e che «gli Inca deportarono intere popolazioni in luoghi lontani e non familiari in una scala fino ad allora sconosciuta».

L’utilizzazione di categorie portate alla comprensione di tutto in un caso («le loro civiltà erano così e vanno accettate per quello che erano») e la condanna di tutto nell’altro caso, senza nulla concedere allo spirito dei tempi, dimostrano la malafede culturale di certe posizioni.

Si deve invece ricordare che gran parte delle nostre conoscenze sulla civiltà amerindia deriva proprio dall’attenzione con cui gli Europei seppero guardare alle civiltà con cui vennero in contatto, sì che ci può ben dire che «l’etnologia scientifica fu inventata nel Messico del XVI secolo».

La stessa conoscenza degli episodi di maltrattamento o di crudeltà (questi, del resto, avvenuti in genere in risposta ad atti di crudeltà degli indios) è dovuta alle cronache spagnole e al grande dibattito teologico e filosofico sul diritto naturale che si svolse nel Cinquecento in Spagna; un dibattito che sarebbe erroneo ridurre ai soli Las Casas e Sepùlveda, in quanto coinvolse la Chiesa, le università e la corte.

Così raramente vengono ricordate le leggi e i provvedimenti dei sovrani spagnoli, dalla condanna di Isabella della deportazione in Europa di alcuni indigeni alle Nuove leggi di Carlo V (1542), le quali «sul piano del pensiero segnano… la vittoria della filosofia scolastica cristiana sull’umanesimo pagano-rinascimentale, sulle scappatoie offerte dalla categoria greco-aristotelica applicata agli Indi, servi per natura» (Chaunu).

Ancora, non si vede perché dimenticare gli aspetti eroici e straordinari di molte fasi della conquista, portata a termine da condottieri di straordinario valore e in condizioni di impressionante inferiorità numerica. Per esempio, come non apprezzare le dimensioni epiche della conquista dell’altopiano messicano fatta dall’hidalgo dell’Estramadura Hernan Cortés?

Oltre tutto, dimenticando questi aspetti, non si riesce a spiegare la rapidità della conquista, la quale, inoltre, fu resa possibile proprio dalla debolezza dei regni e degli imperi indigeni, dovuta anche alla loro struttura fortemente caratterizzata dal feroce dominio di pochi su molti e quindi dalle alleanze con popoli indigeni che i conquistadores poterono stringere.

Già Colombo era stato accolto dagli Arawak abitanti le prime isole con cui venne in contatto come un aiuto insperato, piovuto dal cielo, contro i Caraibi. L’impresa di Cortés non sarebbe stata certamente possibile senza l’alleanza con varie città indiane, soprattutto con Tlaxcala. Pizarro si inserì in una guerra civile in atto nell’impero inca.

La storiografia mette oggi in rilievo gli elementi di debolezza delle realtà amerindie anche dal punto di vista della cultura materiale.

Lo Chaunu scrive: «La fragilità dell’uomo americano in America, la degradazione irreversibile dell’Indio è una delle chiavi di interpretazione più importanti di questo primo passato umano del Nuovo Mondo… Il dramma dell’umanità amerindia è di non avere potuto usufruire dell’esperienza degli altri uomini del Vecchio Mondo».

Rimasti alla zappa, gli indios ignoravano la ruota, l’aratro pesante, il mantice, la lavorazione del ferro e (per quanto grandi architetti) anche l’arco. Non navigavano e non comunicavano agevolmente tra di loro, per la incredibile molteplicità delle lingue e per la mancanza di contatti pacifici e culturali. Ogni cultura distruggeva quella precedente e ripartiva quasi da zero. La più brillante delle civiltà precolombiane, quella maya, era crollata ben prima della conquista bianca. «Nessuna civiltà amerinda, insomma, ha veramente superato la fase calcolitica, l’età della pietra e del rame».

Consideriamo infine la catastrofe demografica.

Se si ritiene che nell’America del Nord, negli enormi spazi corrispondenti agli odierni Stati Uniti e Canada, la popolazione non arrivasse, nel XVI secolo, al milione di anime, i calcoli più elevati per il Centro e Sud America arrivano ad una cifra di circa 80 milioni: pochi per gli spazi a disposizione, ma certo moltissimi rispetto ai 15 milioni rimasti dopo un centinaio di anni.

Ma e bene precisare che l’accusa di genocidio nei confronti dei colonizzatori non ha alcun fondamento.

Essa intanto, cozza contro la logica. Gli Spagnoli, anche per lo scrupolo umanitario di una parte almeno dei loro ceti dirigenti, in particolare ecclesiastici, ma in parte pure per ovvie motivazioni economiche dipendenti dal lavoro delle popolazioni indigene, avevano tutto l’interesse a preservare la sopravvivenza dei nativi. Solo in una percentuale molto bassa la catastrofe demografica può essere attribuita alle guerre di conquista o all’imposizione del lavoro (certo, come altrove, molto duro nelle miniere).

Nella sostanza essa dipese dalle grandi epidemie provocate dall’incontro di due realtà biologiche precedentemente prive di contatto e quindi portatrici di parassiti ignoti e perciò tragicamente distruttrici, non tanto per le popolazioni africane o europee, quanto proprio per le popolazioni americane fino ad allora vissute nel più totale isolamento dal resto degli abitanti della Terra e dunque anche dai microbi delle altre regioni del pianeta.

Le nuove (per gli indios) malattie provocarono sin dai primi anni la morte di una gran parte della popolazione indigena delle isole, probabilmente circa l’80%. Fu soprattutto il morbillo a colpire a Santo Domingo, con conseguenze aggravate dai bagni gelati con cui gli indios, secondo il racconto di Las Casas, cercarono di curare febbri ed eruzioni che rappresentavano, per loro, una patologia assolutamente nuova. Il vaiolo, arrivato poco dopo, portò alla quasi totale estinzione della popolazione indigena dell’isola.

Verso il 1520 la malattia raggiunse il Messico e il Guatemala e cinque anni dopo. l’impero Inca. Ulteriori stragi nei decenni successivi furono compiute nel continente americano dal morbillo, dal tifo, da influenze maligne tra le quali quella del 1576 uccise sugli altipiani dal 40 al 50% della popolazione india, colpendo unicamente gli indi e risparmiando non solo i bianchi ma anche gli schiavi neri.

Né i vuoti erano facilmente colmabili per il basso livello di riproduzione. Per esempio, i Maya sono spariti senza che ne sia stato responsabile il deus ex machina rappresentato dall’uomo bianco; i neonati amerindi, anche nei settori più evoluti, sono molto meno resistenti di quelli dell’Europa cristiana nella stessa epoca… il coefficiente netto di riproduzione inoltre si trova, nel migliore dei casi, ad un livello che supera di poco l’unità.

Infine, proprio l’assenza di razzismo da parte dei bianchi nei confronti degli indios non ne favoriva la conservazione etnica; il fenomeno del meticciato fu presto molto diffuso.

Bibliografia

La migliore biografia del Genovese è quella di J. HEERS, Cristoforo Colombo, Rusconi, Milano 1983.
Per una lettura più rapida CH. VERLINDEN, Cristoforo Colombo, Visione e perseveranza, tr. it., Edizioni Paoline, Roma 1985.
Per l’inquadramento dell’impresa colombiana nell’espansione europea della fine del Medio Evo, P. CHAUNU), L’espansione europea dal XIII al XV secolo, tr. it., Mursia, Milano 1979.
L’articolo dell’autore di questo contributo cui si fa riferimento è M. TANGHERONI-M. PARENTI, Cristoforo Colombo, ammiraglio genovese e «defensor fidei», in «Cristianità», n. 203 (1992), pp. 11-17, con bibliografia aggiornata.
Il Diario di bordo è qui citato nell’edizione curata da G. FERRO, Diario di bordo. Libro della prima navigazione e scoperta delle Indie, Mursia, Milano 1985.
Per il criptogramma e la spiritualità di Colombo: G. PISTARINO, Cristoforo Colombo: l’enigma del criptogramma, Accademia Ligure di Scienze e Lettere, Genova 1990.
Per il significato della scoperta e i suoi sviluppi: il profondo A. CATURELLI, Il Nuovo Mondo Riscoperto, Edizioni Ares, Milano 1992.
Per la fase della conquista: E CHAUNU, La conquista e l’esplorazione dei nuovi mondi (secolo XVI), tr. it., Mursia, Milano 1977. di Marco Tangheroni

[Da Franco Cardini (a cura di), “Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia”, Piemme, Casale Mon.to 1994]

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