Curare sempre e ovunque mai interrompere la vita

Caro direttore (di Avvenire),
il tema tanto dibattuto dell’eutanasia riguarda il bene più prezioso della persona, la sua vita, che norme e costume chiedono di salvaguardare in ogni maniera. Un ministro ha fatto bene a dare ascolto al grido di dolore del signor Mario che vorrebbe porre fine alla sua esistenza e con essa alla sua malattia, ma gli ha assicurato una risposta che non può essere accettata. Prima del diritto a scegliere di morire, si accampa il diritto fondamentale alla tutela della salute.

Se ci sono malati e familiari ‘che non ne possono più’ di sopportare una sopravvivenza dovuta a sostegni vitali oltre l’accanimento terapeutico, il Sistema sanitario regionale si interroghi se è stato messo in atto ogni sostegno già previsto dalle leggi vigenti. Quanti sono gli hospice programmati per assistere degnamente, accompagnando il fine vita di malati inguaribili? Quante sono le Residenze sanitarie per disabili (Rsd) che assistono vittime di traumi dovuti a incidenti di lavoro, stradali o per intervenute gravi patologie neurologiche? Quanto e come sono diffuse le cure palliative e la conseguente specializzazione degli operatori? Si tratta di cure non di pratiche rinunciatarie, nella attesa della fine, alleviando il dolore.

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Sono ‘servizi dovuti’ dal Servizio sanitario nazionale in ogni Regione – nessuna esclusa! – ai malati e ai loro familiari. Sono sicura che tanti di quei familiari che non trovano risposta nelle strutture necessarie, perché le Regioni non le hanno previste, avranno firmato la richiesta di referendum pro-eutanasia… Il Parlamento è, poi, in grave ritardo nel recepire la sentenza della Corte costituzionale. sul suicidio assistito in casi strettamente determinati I giudici avevano invitato i legislatori a provvedere, ma non essendo stata approvata nessuna regolamentazione il rischio ora è che la sentenza possa considerarsi auto-attuativa e forse è questa la ragione della risposta ‘aperturista’ del ministro Speranza.

Credo che tale strada sarebbe, però, una inaccettabile forzatura. Il Ministero vigili piuttosto sulla attuazione delle regole vigenti, come ad esempio la legge 219 del 2017 che riguarda le Disposizioni finali di trattamento (Dat), il rigoroso rispetto delle linee guida per determinati terapie e dei codici deontologici, nonché dei pareri dei Comitati etici clinici. Serve, inoltre, un ampio e approfondito dibattito non solo e non tanto sulla eutanasia, ma anche sulle risposte che il Sistema sanitario nazionale può e deve dare. I decisori politici rispettino tutte le opinioni al riguardo, con la dovuta attenzione alle problematiche morali, deontologiche e giuridiche costituzionali. Si tratta di scelte di coscienza che non possono essere assoggettate alla disciplina di partito.

Personalmente non potrei accettare. Ci sono esperienze che contrastano la scelta dell’eutanasia non con argomenti ideologici, ma con i fatti. Ricordo un esempio per tutti: la Fondazione Sacra Famiglia a Cesano Boscone, nel Milanese, assiste persone in coma, alcune anche da oltre un decennio, coloro che nel linguaggio popolare si direbbero ‘in stato vegetativo’. In una Rsd a Inzago 40 letti sono destinati a persone che potrebbero considerare la loro vita ‘inutile’, mentre un hospice assicura la massima competente vicinanza a malati e familiari.

Varrebbe la pena di conoscere le lettere e le testimonianze di gratitudine dei familiari per i trattamenti ottenuti. La sofferenza umana non è causata solo dalle malattie inguaribili, dal dolore cronico ma anche – e forse soprattutto – dalla solitudine e dalla assenza di speranza di poter ottenere il desiderato, indispensabile supporto in un momento di massimo bisogno. E vale per i malati come per i familiari ed anche per gli operatori.

già parlamentare della Repubblica e ministra della Salute

Mariapia Garavaglia – Avvenire

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