Demografia, lo spettro che non scuote la Ue

Un nuovo spettro si aggira per l’Europa. No, non è quello reso celebre dal duo Marx-Engels nel loro Manifesto di metà ‘800: lo spettro del comunismo, contro il quale le “forze della reazione” si coalizzavano per sfruttare il proletariato. Lo spettro odierno si chiama demografia e vaga fra l’Atlantico e gli Urali in compagnia di altri fantasmi: denatalità, invecchiamento della popolazione, welfare insostenibile, declino
geopolitico.

Ma a differenza di quanto accadeva nella narrazione marxiana, non si vedono in Europa avversari capaci di aggredire il “cattivo spirito” e contrastarlo. Crescono sì, ormai quasi ogni giorno, gli “avvistamenti”, si moltiplicano allarmi e denunce. Si grida al pericolo sempre più incombente per i cittadini dell’Unione e dintorni. Mancano però veri “ghostbusters”, non si registrano strategie corali e coordinate, per evitare che i rischi derivanti dal crollo delle nascite si materializzino.

Da quando, nel 2015, le statistiche Ue hanno segnalato che, per la prima volta, il saldo naturale della popolazione europea era diventato negativo (meno nascite dei decessi), qualche sopracciglia in più si è inarcata. Via via, le analisi si sono succedute e irrobustite. Le diagnosi sono diventate concordi: l’Europa “nonna” ( definizione di Papa Francesco) ha davanti a sé un futuro gramo.
Prendiamo due tra le “uscite” più recenti. Il settimanale francese “L’Express” ha pubblicato a inizio luglio un dossier di respiro planetario. Si apre con un invito ironico ai nipotini di Malthus a tirare un sospiro di sollievo, perché ormai la Terra tutto rischia meno la sovrappopolazione. Poi per decine di pagine affonda i colpi delle previsioni, che vedono il Vecchio Continente votato a un ridimensionamento epocale e, soprattutto, ineluttabile. Perché, come disse Augusto Comte, “la demografia è il destino”.
Pochi giorni dopo, ecco un editoriale intitolato “Fine della razza bianca?”, firmato da François Soudan, direttore del periodico “Jeune Afrique”, insospettabile di antipatie per il “continente nero”, di cui si occupa da quasi mezzo secolo. Anche qui, cifre strabilianti e preannunci di svolte formidabili sulla scena delle popolazioni. Ne basti una, una sintesi da vertigine: prima di fine secolo un abitante della terra su tre verrà dall’Africa subsahariana. Uno su tre!
In mezzo a questi squilli di tromba sempre più insistiti e preoccupati, colpisce la scarsa reattività, quasi l'”aplomb”, con cui le istituzioni europee guardano al più grande fenomeno umano in atto da diversi secoli a questa parte. Niente a che vedere con la reattività sui temi come Lgbt o altri eticamente sensibili. Meno di due mesi fa, il Parlamento di Strasburgo ha approvato una delle sue sterminate risoluzioni, dal titolo promettente: “Invertire l’evoluzione demografica nelle regioni dell’Unione europea utilizzando gli strumenti della politica di coesione”. Ma a leggerla si resta davvero perplessi. L’evoluzione da “invertire” sarebbe soprattutto quella causata dagli squilibri tra le aree interne della Ue, quella che allarga le distanze tra zone rurali e urbanizzate, tra dove c’è più lavoro e dove meno. Insomma, una dettagliata “ricetta” sociale ma pochissimi riferimenti all’evoluzione della popolazione in sé. Il nodo della denatalità è appena citato e, tra le raccomandazioni, di tutto si parla meno che di aiutare a fare figli. Si pensa forse che la demografia ha processi lunghi e c’è tempo per rimediare? Grave errore, il tempo è già scaduto.
Gianfranco Marcelli – Avvenire

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