Dinanzi al presepe con Paul Claudel

presepe 11Quando e dove è nato il poeta Paul Claudel? È nato il 6 agosto 1868, a Villeneuve-sur-Fère (Aisne), informano i registri anagrafici. Senza rifiutare questa data e questa località, egli suggerirebbe una diversa registrazione: nato il giorno di Natale, 25 dicembre 1886, a Parigi, nella basilica di Notre-Dame. E si spiegherebbe così: «Ecco come era il giovane infelice che il 25 dicembre 1886 si recò a Notre-Dame di Parigi per assistere all’ufficio di Natale. Cominciavo allora a scrivere e mi sembrava che nelle cerimonie cattoliche, considerate con superiore dilettantismo, avrei trovato uno stimolo opportuno e la materia per qualche esercizio decadente […]. Stavano cantando ciò che più tardi ho saputo essere il Magnificat. Io ero in piedi tra la folla […]. In quel momento capitò l’evento che domina tutta la mia vita. In un istante il mio cuore fu toccato e io credetti […]. Ma era vero? Era proprio vero! Dio esiste, è qui. È qualcuno, un essere personale come me! Mi ama, mi chiama» («Ma conversion», in Œuvres en prose, Paris, Gallimard, 1965, 1.009 s).
Nacque dunque alla Vita il giorno di Natale del 1886, in Notre-Dame. Da allora, quel giorno e il mistero che in esso si celebra diventarono un punto di convergenza della sua vita e della sua ispirazione poetica. In realtà tutta la sua opera è un incessante ritorno, sui sentieri più diversi, alla grotta di Betlemme per incontrare il Salvatore e decifrare i segni che, dall’inizio del mondo, lo indicavano. «L’immenso fiume luminoso, la cataratta di profezie, di analogie e di testimonianze» dell’Antico Testamento, tutto confluisce e s’illumina nel Verbo incarnato (cfr «Un Poète regarde la Croix», in Credo in Dio, Torino, Sei, 1963, 149).
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Nel volume La rosa e il rosario c’è un testo sul Natale nel quale Claudel narra l’evento ispirandosi alla compositio loci degli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio di Loyola. Immagina cioè di essere presente alla natività del Signore. Guarda, ascolta, riflette. Nello stabiolo di fortuna i due sposi hanno cenato con un tozzo di pane, al lume di una lucernetta che diffonde una luce piena di ombre. Lei è tranquilla, vive l’attesa del parto in un silenzio rotto soltanto dal respiro e dal muoversi dell’asino e del bue; Giuseppe recita i Salmi. Quando s’imbatte nel versetto che annuncia il Verbo, trasale e piange. «Oh, Signore! È dunque vero? E a me Tu lo poni nel cuore e tra le braccia! Io sono l’erede di Abramo e di Giacobbe e di Giuda e di David! Io sono stato scelto ad essere il testimonio e, più che il testimonio, Tu dici, il Padre!» (La rosa e il rosario, Milano, Vita e Pensiero, 1950, 80).
Anche Claudel vorrebbe piangere, se non fosse «troppo intento a contemplare e annotare». Ora contempla Maria che ha tra le braccia il «Santo e chiamato Figlio di Dio», secondo la promessa dell’angelo. Egli non crede «che vi sia sofferenza e santo martirio di donna a cui volesse rimanere estranea lei, che è benedetta fra le donne e madre d’ogni misericordia». La nascita del Figlio la immerge in un mare di gioia e di martirio. Fissando lo sguardo su questo mare, il poeta si abbandona a meditare il mistero che si addensa sulla Madre di Dio. Poi ritorna al metodo ignaziano. Da Betlemme il suo sguardo si sposta sui nostri presepi. Da qui «il Bambinello ci tende le braccine di su la paglia fatta di raggi di sole», ci rivolge parole che sanno di eternità e ci avvolge in un’atmosfera di pace e di gioia. Natale è «il gran giorno della Grazia e della Gloria, nel quale si leva su una terra compenetrata un sole stupito di se stesso» («L’Évangile d’Isaïe», in Credo in Dio, cit., 76).
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Osservando le petit Enfant, Claudel resta sbigottito dallo «stato di annientamento, di totale rinuncia che è stato scelto dal Signore del Sinai nella folgore, il Signore sul quale Mosè non avrebbe potuto alzare lo sguardo senza morire». Perché questo sconcertante Natale? La risposta, non meno sconcertante, Claudel la sintetizza così: «E si mette nudo tra le nostre braccia, questo fragile bambino dal quale San Paolo dice venire ogni paternità. Egli non comanda più. Chiede. Ci fa sapere cha ha bisogno di noi, che la sua debole mano cerca come può il nostro cuore. Egli cerca di risvegliare in noi una parentela indispensabile, irresistibile. Si direbbe che abbia dimenticato di essere Dio, e che solo sulle nostre labbra voglia farselo dire. Si dà a pesare. C’è un Dio, tra le braccia della sua creatura che si rende conto di quel che Egli pesi. Ed io, uomo, io sostengo Dio. Io lo tengo, lo sostengo, lo contengo: nulla c’è in Lui che mi sfugga. Io lo porto, lo sopporto e l’apporto» (ivi, 80).
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Tra i doni che questo petit Enfant ci ha recato, Claudel ne ricorda alcuni, oggi particolarmente preziosi per l’abbuiarsi degli orizzonti. Innanzitutto ha conferito significato e valore alla sofferenza umana. L’ha assunta, l’ha redenta, l’ha santificata.
«Abbiamo sentito l’Uomo lamentarsi — per bocca di Giobbe — del suo destino, della sua breve carriera ch’egli percorre dalla culla alla tomba nella sofferenza, nell’ignoranza, nel peccato. Ebbene! proprio questo destino miserabile e meschino, Dio, il Perfetto, l’Essere incomunicabile, ha scelto di rivestirlo in quel che ha di più umile ed abietto (sono, queste, parole testuali della Scrittura). Ha chiesto a una creatura quale noi siamo di condividere il suo cuore. Ha avuto bisogno di questa creatura, e grazie a lei al centro della Storia si innalza Qualcuno di inaudito, che non si dichiara più solamente figlio dell’Uomo, ma Figlio di Dio» («J’aime la Bible», in Credo in Dio, cit., 77).
È da credere che Claudel conoscesse molto bene l’adagio teologico: Christus quod assumpsit hoc et sanctificavit, Cristo ha santificato ciò che ha assunto.
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Incarnandosi, un altro dono ci ha offerto il Verbo di Dio. Claudel ce ne riferisce in una pagina di Un Poète regarde la Croix, percorsa da venature ironiche e umoristiche. Lo credereste? Quando Dio ha assunto la forma umana «ha commesso un abuso intollerabile», un atto d’ingiustizia «di cui i professori non cesseranno fino alla consumazione dei secoli di indignarsi e rallegrarsi a un tempo». Cristo si è appropriato di un bene «che noi abbiamo tutti i motivi per considerare come nostro privilegio esclusivo». Di quale bene? «Procurandosi da noi di che morire, Egli è venuto a derubarci di quel diritto al Nulla che, dopo il peccato originale, costituisce il nostro più luminoso capitale d’impianto». Ha vinto la morte, ha fugato lo spettro del Nulla. «Ecco perchè ha meritato quel titolo di ladro che Egli stesso si è ufficialmente attribuito». Non solo. «Grazie alla complicità della Vergine», ha compiuto un’effrazione occulta della nostra natura: ha operato in essa una feritoia attraverso la quale entra e ci parla. «Non si può più essere chiusi in se stessi» (in Credo in Dio, cit., 78 s).
È da credere che, vergando queste parole, Claudel avesse in mente due storie: la propria e quella di Arthur Rimbaud, in certo senso analoghe. Lui, chiuso nel suo «stato abituale di asfissia e di disperazione», aveva assistito al frantumarsi del suo «muro di cinta» per l’irruzione della Grazia; Rimbaud, il «poeta maledetto», che dopo aver bestemmiato e rifiutato Cristo, si era arreso al suo amore. In La Messe là-bas Claudel immagina che Dio interpelli Rimbaud, impaziente di sfuggirgli:

«Quale riva tu non hai raggiunto? quale avventura ti resta e quale amore? Era proprio tempo che ti rendessi cieco e sordo!
«È vero che io sono il tuo Dio? pensavi di potermi sfuggire così facilmente? […]
«Di che cosa ti servirai per separare la tua persona dalla mia? Qual è la parte del tuo essere nella quale io non sono e che non mi appartiene? […]
«Vieni con me, dove Io Sono, in te stesso, e ti darò le chiavi dell’esistenza. Là dove Io Sono, è lì che risiede eternamente il segreto della tua origine.
«È inutile che ti agiti, non potrai eternamente difenderti dalla mia pace. Lo senti o no, che io sono qui, il commensale che tu attendevi? […]
«Per non preferirmi, non avresti dovuto conoscermi» (La Messa laggiù, Torino, Borla, 1964, 91-93).
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In Rimbaud sono interpellati quanti fuggono da Dio, alla ricerca di felicità: il teatro di Claudel rigurgita di questi cercatori. Quanti cercano la felicità nei «nutrimenti terrestri» incontrano tristezza e smarrimento. Il perché ce lo suggerisce il nostro poeta. Meditando il mistero del Natale, intuisce che il Bambino «è venuto per creare un vuoto, una necessità che la sua scomparsa renderà inestinguibile. E nello stesso tempo è venuto a soddisfare questo bisogno, a porre la soddisfazione tra le nostre mani; è venuto per essere solo sufficiente a questo bisogno essenziale e unico del nostro essere, che è la soddisfazione. È venuto per aggiungersi, per aggiungersi a noi. Figlio di Dio, è venuto a portare anche a noi di che essere figli di Dio» («L’Evangile d’Isaïe», in Credo in Dio, cit., 80).
La divinizzazione dell’uomo è il sogno dei prometei di ogni tempo, sempre miseramente svanito. Nel petit Enfant di Natale esso si realizza. Nel suo Journal (luglio-agosto 1917) Claudel trascrive la famosa affermazione di sant’Agostino: «Dio si è fatto uomo perché l’uomo si faccia Dio», e si abbandona a cantare la magnificenza di un’inimmaginabile dono che rivela la natura divina: l’amore. E l’amore spiega il Natale, l’amore è il movente dei divini decreti, e dinanzi alle sue esigenze Dio si sente impotente: «Non ha saputo difendersi dagli strali dell’amore». Ogni creatura, per quanto sporca e logora, attira l’amore del suo Creatore: «Impara da me che tu non sei altro che il vaso nel quale voglio gustare e aspirare l’umanità» («Paul Claudel interroge le Cantique des Cantiques», in Credo in Dio, cit., 85).
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Nel dramma L’annunzio a Maria — un gioiello letterario — Claudel ci immerge nel mistero del Natale facendocene ascoltare i testi liturgici e conferendo all’azione drammatica significati simbolici.
In una foresta di querce e di betulle c’è una caverna dove vive una lebbrosa, cieca. Si chiama Violaine. Ha contratto il male baciando, per compassione, un giovane lebbroso («Il povero ragazzo era lebbroso, e io, io ero tanto felice quel giorno»). Il fidanzato, per la perfida insinuazione di Mara, sorella di Violaine, interpreta quel bacio come un tradimento, l’abbandona e sposa Mara.
Trascorrono otto anni. La notte di Natale, Mara la noire attraversa la foresta alla ricerca della lebbrosa, ritenuta santa. Porta un involto e, dentro, il cadavere della sua bambina. Con fare rude, chiede a Violaine di richiamarla in vita. Non è, lei, una santa? E non sta scritto che la fede muove le montagne? «Sono io forse come Dio?» protesta la lebbrosa, mentre le campane, in lontananza, annunciano la Messa di mezzanotte.
Violaine prega Mara di leggere l’Ufficio del Natale dal libro lasciato ivi dal prete che viene ogni tanto a trovarla. Nella notte, fredda e stellata, rieccheggiano le parole di Isaia («Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce: la luce si levò per quelli che abitavano nella oscura regione di morte […]. Un pargoletto è nato a noi, e il figlio è dato a noi»), di san Leone («Il nostro Salvatore è nato in questo giorno: rallegriamoci»), il Vangelo di san Luca. Segue la voce del coro: «Verbum caro factum est et habitavit in nobis[…] et vidimus gloriam eius».
Violaine emette un grido soffocato: il cadavere, che lei porta sotto il mantello, si muove e si ridesta alla vita. Ha i suoi stessi occhi azzurri perché la vita, ora, è ridestata dall’Amore. E Violaine è icona dell’Amore. Passano i giorni. La lebbrosa è moribonda. Spinta dalla gelosia, Mara la noire l’ha fatta cadere in una cava e su di lei ha rovesciato un carretto pieno di sabbia. L’hanno portata nella casa paterna perché terminasse qui la sua agonia. Prima di morire esclama: «Com’è bello vivere!», e a voce bassa e con intenso fervore continua: «E com’è immensa la gloria di Dio». «Vivi dunque, e resta con noi» le suggerisce l’ex-fidanzato. Lei soggiunge: «Ma che buona cosa anche morire! Quando è proprio la fine, e su di noi a poco a poco scende il buio come un’ombra scurissima» (L’annunzio a Maria, Milano, Rizzoli, 2001, 167).
È cosa buona morire perché il Bambino di Betlemme «non è venuto per darci una vita che non serva che a renderci capaci di morire» («Emmaüs», in Credo in Dio, cit., 86), ma a comunicarci la sua vita, cioè l’immortalità.

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La Civiltà Cattolica