Eutanasia. Ma così si sceglie la via più semplicistica

Milano. «Ho partecipato a una infinità di seminari e incontri, in cui si discuteva anche di eutanasia», racconta Antonio Thellung: «e finché se ne parla in teoria, è difficile capire chi ha torto e chi ragione. È nella pratica, nell’assistere da vicino il malato terminale, che appare la complessità della condizione umana presso alla morte. E la regolazione per legge appare la via più semplicistica. Troppo».

Saggista, scrittore, professionista e intellettuale, Antonio Thellung è impegnato da anni nel sostegno ai malati senza speranza. Ha raccolto le sue esperienze in un libro (Accanto al malato sino alla fine, editrice Ancora). «Tante, tante esperienze, terribili, drammatiche», rievoca, «ma mai una volta mi è giunta dal malato una richiesta di eutanasia».

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Eppure la legge olandese fa leva sul “consenso” o la “richiesta” del malato, come fossero molti a chiederlo.

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«Il “consenso” è una cosa terribilmente ambigua, in ospedale. Quante volte ho visto chiedere il “consenso informato” a cure di cui il paziente capisce nulla, semplicemente con un “firmi qui”. Spesso è uno scarico di coscienza per il medico».

Scarico di coscienza?

«Specie di fronte al malato terminale. Perché vede, la medicina oggi prolunga la vita con tutte le sue macchine e tecniche. E al malato terminale, prolunga la sofferenza. E il medico stesso non sa, non trova il confine tra la cura legittima e l’accanimento terapeutico, resta prigioniero della sua tecnica, dei respiratori… Bisogna avere il coraggio di non prolungare artificialmente la vita. Questa non è eutanasia. Quello che manca è una cultura dell’accompagnamento del malato alla fine. Vede, il malato si sente solo, abbandonato».

E da lì nasce la “richiesta” e il “consenso” a farla finita?

«Se sente condivisa la sua sofferenza, se sente in essa una dignità e uno scopo, non chiede mai di farla finita».

Una dignità nella sofferenza, nella non-autosufficienza? Difficile.

«Eppure non sa quante volte è bastato dire a un malato che si sente inutile, di peso ai suoi: inutile tu? Proprio ora, dal modo in cui affronti i tuoi ultimi giorni, tu puoi insegnare ai tuoi figli, a chi ti sta attorno, cose molto più essenziali di quando eri sano e forte. Quando capiscono di avere ancora una scopo, affrontano qualunque sofferenza. Ovviamente, io non sono per le sofferenze inutili: oggi esistono cure palliative che possono ridurle».

Ma non è un ingannarli, i terminali?

«Al contrario: lei non sa quanto ho appreso da loro. Quante esperienze straordinarie abbiamo fatto insieme. Una donna, molto credente e molto impegnata, mi diceva la sua rabbia: “Sono arrabbiata con Dio”».

In molti, di fronte alla morte, si sviluppa questa rabbia.

«Ebbene: insieme, siamo giunti alla conclusione che è bene essere “arrabbiati con Dio”. Un genitore desidera che suo figlio si arrabbi con lui, che sia vivo il loro rapporto, conflittuale. Ci sono cose da mettere in chiaro con Dio? Bene, mettiamole in chiaro: ecco la conclusione cui è giunta quella donna: e con quanto spirito, persino con quanto umorismo».

Umorismo?

«…a un altro (era un mio amico, assistente di malati lui stesso, poi colpito da tumore all’intestino) ho detto: hai le ore contate. Anch’io ho le ore contate. Se vuoi, prepariamoci insieme a morire. L’abbiamo fatto per quattro mesi: un corso di preparazione alla morte, cui partecipava anche la moglie. Qualcosa che ci ha arricchito tutti».

Già, le mogli, la famiglia. Non sono loro a chiedere l’eutanasia?

«La famiglia è semplicemente smarrita. Non sa cosa fare, appunto perché manca quella cultura, i medici stessi non sanno insegnare come “accompagnare” alla fine… Eppure io ho visto anche questo: donne divorziate da anni tornate a curare il marito terminale, un alcolizzato che durante l’agonia della moglie è ridiventato sobrio, affidabile e responsabile per assisterla».

Strana, la vita. Può diventare piena di senso proprio lì, in quelle condizioni.

«Per questo dico: eutanasia? Non sono né pro né contro. Ma bisogna vedere la realtà, prima di decidere. E si decida solo dopo aver fatto quel che è veramente possibile per eliminare i problemi che fanno nascere la “richiesta”: la solitudine, l’abbandono al non-senso, l’essere trattati come appendici passive del respiratore… Solo allora si può decidere. Ma i casi che restano allora, ne sono convinto, sono pochissimi».

di Maurizio Blondet [Da “Avvenire”, 2 Aprile 2002]

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