Femminile e maschile: dove sta la differenza

Ultimamente si parla molto di uomini e donne, di maschile e femminile, di stereotipi di genere più o meno influenzati dalla cultura e dalla società di riferimento, e via discorrendo… E spesso l’impressione è che la confusione riguardo a queste tematiche sia tanta, anche all’interno delle realtà ecclesiali. Per dissipare qualche dubbio e contribuire a fare chiarezza, La Nuova Bussola Quotidiana ha interpellato Marco Scicchitano, co-autore con Tonino Cantelmi di Educare al femminile e al maschile (Ed. Paoline).

Quali sono le differenze che intercorrono tra i binomi “maschio e femmina” e “maschile e femminile”?

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Maschio e femmina sono una realtà biologica data e corrispondono alla naturale diversificazione sessuale della specie umana. Maschile e femminile descrivono invece la realtà psicologica e culturale che si viene a creare intorno alla realtà biologica, e a partire da essa. Un grave errore di alcune derive culturali moderne è non considerare l’ancoraggio che il dato culturale ha nel biologico.

È molto significativo che nel titolo del vostro libro si parli di educazione: quali sono i principali accorgimenti che genitori, educatori e insegnati dovrebbero avere ben presente nell’aiutare i bambini e i ragazzi a trovare la propria identità?

Un punto importante è che è sempre e comunque necessaria l’accoglienza della specificità originale di cui ogni persona umana è portatrice. Capire le sue peculiarità originali e le caratteristiche che gli sono proprie è il modo concreto in cui manifestiamo concretamente l’accoglienza: “ac-cogliendo” la ricchezza che possiede. Nel nostro lavoro abbiamo imparato a svincolarci dagli schemi preconfezionati e mantenere uno sguardo il più possibile “pulito” e scevro dai condizionamenti che derivano dalle posizioni ideologiche. In questo modo è risultato evidente che ci sono delle differenze irriducibili tra maschi e femmine, delle quali è importante tener conto in campo educativo. Il modo di reagire alla disciplina è molto differente, così come il modo di vivere la sessualità è molto diverso, soprattutto in età adolescenziale. Anche i tempi di sviluppo delle facoltà cognitive, così come quelli di elaborazione degli stati emotivi variano con significatività a seconda se si è maschi e femmine.

Uomini e donne sono profondamente diversi: la biologia, la neurologia e la psicologia lo attestano in maniera inconfutabile. Quali sono le principali peculiarità proprie dell’universo maschile e di quello femminile?

Un punto fondamentale da ricordare è che le variabilità individuali sono elevatissime all’interno di un insieme di persone, per cui non abbiamo nessun problema a riconoscere che ci possono essere maschi cui piace giocare con le case di bambole e femmine appassionate di calcio. La persona umana è sempre talmente ricca e profonda che deve essere riconosciuta anzitutto come individuo con risorse e caratteristiche proprie. Tuttavia, essendoci delle costanti riconoscibili e documentate che caratterizzano il maschile e il femminile, soprattutto nella fascia di età d’interesse per l’educazione, è utile stabilire quali esse siano e come possono essere valorizzate. Le donne hanno in dotazione un insieme di qualità biologiche che le fanno essere orientate alla relazionalità fin dalle prime ore di vita: capacità uditive e sensibilità a specifici pattern visivi, capacità di sintonizzazione empatica e capacità di espressione verbale. I maschi hanno invece delle caratteristiche biologiche che li fanno protendere per avere un atteggiamento esplorativo e di dominio nei confronti dell’ambiente spaziale e sociale. Il testosterone li spinge ad essere aggressivi e a ricevere gratificazione dal successo; le abilità visive, la muscolatura e la conformazione fisica li mettono in una situazione tale da trovare divertente e interessante il gioco fisico, il movimento, la competizione. Ovviamente tutte queste differenze variano molto a seconda dell’età e dello sviluppo personale.

La diversità – specialmente in campo educativo, ma non solo – è un valore troppo spesso sottovalutato, e anzi considerato quale elemento problematico. Com’è invece possibile valorizzare la ricchezza che nasce dalla differenza tra maschile e femminile?

Nel libro raccontiamo una storia, che trovo molto efficace. Un giorno una bambina, guardando i fratelli maschi avventurarsi con il padre nella foresta per imparare i primi rudimenti della caccia si era sentita offesa e, dopo aver seguito per un po’ il gruppetto, sconsolata, si era voltata ed era tornata verso casa a testa bassa. Lì aveva trovato il nonno, che come accadeva di frequente era seduto vicino alla porta di casa. Spesso lo si poteva trovare lì, quando non si occupava del suo orto. Le venne spontaneo avvicinarsi e accoccolata sulle sue gambe rimase lì, un po’ imbronciata. Il nonno, che aveva assistito alla scena, la prese per la mano. «Vieni», le disse, «andiamo a fare una passeggiata nell’orto. Ti va?». «Sì nonno, andiamo». Era bello camminare con il nonno, faceva sempre piccoli passi, uno dopo l’altro, proprio come la bimba. I due, piano piano, si incamminarono verso l’orto, entrarono nel piccolo recinto, e si infilarono nei filari. «Guarda lì nonno! Sono rossi rossi!». «È vero, di questa stagione hanno proprio un bel colore i pomodori, guarda come è diverso da quello delle melanzane, quel viola che si trasforma in bianco come una magia, vedi?». Il nonno le faceva notare la varietà di tutte le piante, alcune imponenti e alte, altre piccole, alcune con i frutti grandi e pesanti, altre rigogliose, altre con steli e fusti sottili. La bimba era estasiata. «Ora guarda piccola, ogni pianta è diversa da un’altra, e a ognuna io le do l’aiuto che ci vuole per farla crescere e dare frutti, e ogni aiuto è diverso, come ogni pianta è diversa». La bimba ascoltava, e il nonno proseguiva dicendo: «non posso trattarle tutte ugualmente, altrimenti non le aiuterei. Quanta acqua dare, quando darla, cosa potare o se mettere un sostegno al loro fusto, tutte queste cose io le decido conoscendole bene, nella loro diversità. E solo uno sguardo che vuole bene coglie le diversità. E le aiuta a crescere». La bambina allora alzò gli occhi, incontrandosi con lo sguardo dolce e sorridente del nonno, e sentì che gli voleva bene. La cosa importante è volere bene ai ragazzi. E conoscerli a fondo anche nelle loro peculiarità sessuate permette di guardare a loro in una maniera maggiormente aderente al loro essere.

Nel suo libro si parla di scuole omogenee. Quale valenza può avere questo approccio e qual è la motivazione sulla quale si basa? 

Il libro parla di educazione differenziata e le scuole omogenee sono un modo per realizzarlo. In ogni caso, una volta stabilito che ci sono differenze tra maschi e femmine e affermato che in un ambito educativo è utile riconoscerle e valorizzarle, questo è possibile sia in una scuola omogenea per sesso, sia in una eterogenea. Ora stiamo lavorando in collaborazione con delle scuole per favorire didattiche specifiche, perché va da sé che in alcuni ambiti didattici e in alcuni momenti dello sviluppo è utile avere una classe compatta: questo fatto ha dei benefici che mi sorprende non vengano considerati nel panorama culturale/educativo italiano. Nel mondo anglosassone è una realtà riconosciuta anche attraverso finanziamenti, tanto che in America esistono scuole pubbliche single-sex.

Nel concludere, una domanda più generale. Secondo la sua esperienza professionale, quanto ha influito e influisce la perdita del valore della mascolinità (ad esempio: il progressivo venir meno dell’autorevolezza e della capacità di assumersi delle responsabilità; la sindrome di Peter Pan…) e lo svilimento della femminilità (su tutto, la pseudo-negazione della maternità) sulla situazione di crisi che sta attraversando la nostra società?

Ha influito molto. I processi di cambiamento sociale avvenuti dagli anni Sessanta in poi, se da una parte hanno contribuito a rendere più equa la società civile, dall’altra ne hanno minato aspetti importantissimi. Come scriviamo nel libro, se vuoi ristrutturare una casa, non devi abbattere i muri portanti. La diversità uomo/donna è vista generalmente con sospetto, perché si pensa sia portatrice di disuguaglianze e oppressioni. Invece credo sia vero il contrario: riconoscere le peculiarità proprie darebbe “a ciascuno il suo” in modo veramente equo. Trovo poco efficace promuovere la condizione femminile attraverso le quote rosa e non con veri e sostanziali contributi di sostegno alla maternità. Gli studi scientifici attestano che la maggiore gratificazione nella vita di una donna non risiede nei successi professionali, ma trova la sua linfa nell’ambito familiare, nell’essere madre. Per gli uomini posso dire che la stigmatizzazione dell’aggressività e il continuo dipingerli come pericolosi agenti di violenza inibisce e frustra una caratteristica che hanno naturalmente e che non può evaporare così, attraverso le campagne mediatiche. Piuttosto sarebbe sensato fare una buona educazione preventiva: se non puoi trasformare un potenziale bullo in un bimbetto rose e fiori, fai di lui un cavaliere.

Giulia Tanel su La Nuova Bussola Quotidiana http://lanuovabq.it

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