Fine di una comunità di monaci

“Quando i Khmer rossi sono arrivati, io ero con mio fratello maggiore nella pagoda di Vat ban nan; mio fratello era bonzo, e negli ultimi giorni della guerra io ero andato a rifugiarmi presso di lui; mi hanno rasata la testa e data una veste monacale gialla. Ma i Khmer rossi ci hanno detto di lasciare la pagoda, di levare le nostre vesti religiose e di mescolarci ai contadini. ’I preti sono dei parassiti: mangiano il riso e non coltivano i campi’.

Alcune settimane più tardi essi hanno raggruppato i cinquanta bonzi di Vat ban nan e fummo portati a dissodare la foresta. Bisognava fare ogni mattino dieci chilometri per raggiungere il luogo del nostro lavoro e ogni sera dieci chilometri per raggiungere il luogo del nostro lavoro e ogni sera dieci chilometri per raggiungere il nostro accampamento di capanne di frasche; era molto duro, perché noi lavoravamo molto e non ci venivano date che tre cucchiaiate di riso per giorno, niente carne, niente sale e solo un po’ d’acqua che noi dovevamo raccogliere in un fiume fangoso. ’Voi siete grassi di tutto il nutrimento rubato al popolo’, dicevano i cinque Khmer rossi che ti facevano da guardiani, ’dovete dimagrire, non è altro che giustizia…’

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Due mesi dopo la nostra partenza dal villaggio, il venerabile (cioè il superiore – n.d.r] è morto: un mattino egli non ha potuto alzarsi e un soldato l’ha liquidato con un colpo di bastone dietro la testa; aveva sessanta anni. A partire da questo momento i bonzi si sono lasciati morire; la sera si vedevano quelli che non si sarebbero alzati: essi sedevano immobili, lo sguardo fisso, silenziosi, la schiena appoggiata contro un tronco. Al mattino erano stecchiti…

’Quando voi sarete meno di dieci, noi chiuderemo il cantiere’ hanno dichiarato i Khmer rossi. Noi eravamo tutti debolissimi e malati di febbri e di dissenteria, ma dovevamo continuare ad andare ad abbattere gli alberi e a strappare i cespugli; ciò è durato circa un anno; noi disotterravamo delle radici per nutrirci di nascosto, ma i bonzi morivano uno dopo l’altro. Circa quindici giorni fa, noi non eravamo più che dieci, e il mattino seguente nove.

Allora i Khmer rossi ci hanno legato le mani dietro la schiena e hanno levato dalle loro tasche dei sacchi di plastica.

Mio fratello è morto per primo, con la testa avviluppata dalla plastica trasparente legata attorno al collo; egli si rotolava per terra, cercava di mordere la plastica che si incollava alla sua faccia e gli impediva di respirare, intanto non poteva neppure gridare…

Io ero così magro che ho potuto far scivolare le mie mani fuori dei miei legami, e mentre i Khmer rossi erano occupati a fissare i sacchi intorno al collo degli altri, sono corso verso la foresta…”

(*) dai Frammenti (ne L’ordine del 16 aprile 1978). Testimonianza resa da Sok Thy, ragazzo quattordicenne, il giorno successivo al suo arrivo in un campo profughi thailandese. Fonte: François Debré, nel suo libro Camdbodge, ed. Flammarion, Parigi 1976, p. 18.

di Eugenio Corti – da “L’esperimento comunista”, Ares, Milano 1991