Frate Egidio (dai Fioretti di Santa Chiara)

A San Damiano le “povere donne” potevano fare a meno delle visite di Francesco, ma non di quelle dei sacerdoti, confessori e direttori spirituali.

Dalla grata del rustico coro, ogni mattina, le donne ascoltavano la Messa, e tra le sbarre delle mistiche recluse passava il pane delle anime, l’ostia consacrata sull’altare, dalle mani del sacerdote.

Dona ora. Grazie!

Francesco aveva cura di destinare al servizio divino di San Damiano i sacerdoti più degni e i confessori più delicati.

Più tardi, dopo la morte del Padre, fu posto alla direzione spirituale delle “povere donne” un inglese di rara dottrina e di finissima intuizione spirituale. Si chiamava Alessandro d’Ales, e portava nel suo limpido sguardo di settentrionale la serena calma di un’anima contemplativa.

Parlava in maniera ordinata e tranquilla, con delicate immagini ed espressioni lucidissime, nel cui specchio tersissimo si potevano riflettere le anime sensibili di Chiara e delle sue compagne.

Quand’egli parlava, nell’oscura chiesetta di San Damiano, pareva che dalla volta affumicata trasparisse il celeste del cielo, e i gigli dell’altare emanassero profumi di paradiso.

L’accompagnava al convento delle donne frate Egidio, un autentico contadino, che aveva udito sul campo l’invito di Francesco e portava nel gruppo dei primi francescani il rude buon senso dell’uomo della campagna.

Incolto, quanto Alessandro d’Ales era istruito; rude, quanto Alessandro d’Ales era delicato, pareva che la coppia fosse stata scelta per mostrare come l’ideale evangelico potesse accomunare due uomini di diversissima natura e di varia educazione.

In una sola cosa erano uguali, se addirittura il contadino italiano, non superava lo studioso inglese: nel fervore dell’anima, che in Alessandro d’Ales si traduceva in un linguaggio delicato e compito; in frate Egidio invece si traduceva in detti bruschi e in proverbi popolareschi.

Mentre l’inglese parlava, frate Egidio se ne stava accoccolato in un angolo della chiesa, con le gambe incrociate e la testa tonduta sulle ginocchia.

Pareva che dormisse, ma invece ascoltava e meditava. La parola melliflua di Alessandro d’Ales aveva una dolcezza spirituale che lo riempiva di gaudio. Ma appunto per questo, egli temeva che le donne, al di là della grata, ne ricevessero troppa consolazione.

E allora lo interrompeva:

— Cessa di parlare maestro, perché voglio parlare io!

S’alzava da terra, pesantemente, e con gesti goffi usciva in qualcuna delle sue sentenze:

— La via di andare in su, è andare in giù. Oppure, con la sua aspra voce di villano, diceva:

— Potessimo portare addosso una macina pesante, che tenesse chino sempre il nostro capo!

Altre volte diceva:

— Quando uno litiga con te, se vuoi vincere, tu perdi. Perciò la strada per vincere è quella di perdere.

E ancora, ricordando il suo antico stato di contadino:

— Questo mondo è una campagna tale, che chi ha il podere più grosso ha il peggiore.

Rivolgendosi alle donne dietro la grata, gridava:

— La nostra carne è il bosco dove il diavolo fa legna.

Alessandro d’Ales interrompeva umilmente il suo discorso, per ascoltare anche lui le parole del contadino.

Qualche volta gli pareva che frate Egidio, con la sua grossolana ma solida saggezza, sgarrasse un po’ come quando diceva:

— Tra tutte le virtù, io sceglierei la santa castità.

Allora il dottore interveniva, discreto:

— Non è più grande virtù la carità?

Il contadino guardava il dottore con aria furbesca e ribatteva:

— E quale cosa è più casta della carità?

Alessandro d’Ales sorrideva e abbassava la testa dinanzi all’irruenza dei motti egidiani.

E la più bella lezione ch’egli lasciava alle “povere donne” di San Damiano, era quella dell’umiltà, nel tacere al comando del contadino e nell’annuire ai suoi detti pieni di semplicità, ma ispirati da una sapienza che faceva dotti anche i più rozzi.


Fonte: I fioretti di Santa Chiara

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