Garibaldi? Voleva cacciare Cavour

Nel Regno di Sardegna c’è un personaggio influente, massone, studioso e deputato, che si chiama Pier Cesare Boggio. Boggio è un personaggio atipico nel senso che paga di persona per le idee che professa: muore da eroe a Lissa nella battaglia navale che vede l’ammiraglio Persano in fuga davanti ad un nemico infinitamente più debole. In quella occasione Boggio rifiuta la personale salvezza offertagli dall’ammiraglio e affonda con la sua nave. Boggio dunque, che nella vita si è occupato – come più tardi farà Arturo Carlo Jemolo – di rapporti fra chiesa e stato scrivendo un bel testo dal titolo La chiesa e lo stato in Piemonte, nel 1859 dà alle stampe un libro-verità sulla spedizione dei Mille. La motivazione è semplice: il narciso Garibaldi, incantato dalle lodi dei mazziniani, vuole fare di testa propria e minaccia di avanzare su Roma. Se così accade per l’Italia sabauda la partita è chiusa perché Napoleone III è costretto a voltare le spalle a Vittorio Emanuele e ad intervenire a fianco del papa.

Questo il contesto in cui Boggio scrive Cavour o Garibaldi? Nell’intento evidente di sottoporre il generale ad una pressione forte che si avvicina al ricatto, Boggio descrive per filo e per segno le prodezze della dittatura garibaldina. Il deputato ricorda che Garibaldi pretende, come condizione per stare ai patti e consegnare il meridione a Vittorio Emanuele, la cacciata di Cavour dal governo. Ma – si domanda – “Ha Garibaldi il diritto di porre condizioni? Liberò la Sicilia – sta bene -; ma di grazia, con quali armi?”. Il generale risponda: da chi ebbe “i cannoni e le munizioni da guerra? E le somme ingenti di denaro?”. Boggio insiste: “Perché, Generale, entraste in Napoli senza colpo ferire?”. Chi ha fatto in modo che “i capi delle truppe” disperdessero “le loro truppe”? Garibaldi vuol cacciare Cavour? Che spieghi prima che fine hanno fatto le “somme di pubblica ragione trovate in Palermo, e delle altre della stessa natura, ma anche più considerevoli trovate in Napoli! Volete un saggio di quel poco che moltissimo giunge insino a noi?”. Boggio a questo punto si dilunga sulla descrizione delle eroiche gesta compiute in nome della libertà: “La dittatura è fatta sinonimo di anarchia; – di qua e di là del Faro non sono più leggi, non è più amministrazione regolare, non tutela delle persone e delle proprietà, non tribunali, non ordine, nulla insomma di ciò che costituisce il vivere civile di uno Stato”; ai cittadini “è venuta meno la tutela delle leggi antiche, senzaché siasi introdotta la protezione delle leggi nuove; suppliscono alla lacuna il capriccio e l’arbitrio”.

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I pro-dittatori si fanno e si disfanno: “Pro-dittatore scelto con molta solennità fu il Depretis”; dopo una settimana si cambia e pro-dittatore diventa Mordini “senza che pur una parola, una sillaba accenni che egli surroga Depretis”; Mordini è appena installato e “già si buccina che il suo posto è offerto ad Aurelio Saffi. Che pensare di tanta instabilità di persone e d’offici?”. Tanti giri di valzer nelle poltrone per fare cosa? L’ufficio di pro-dittatore “è nominale e illusorio; dietro e sopra il governo officiale, sta un governo segreto, che è il solo padrone vero di tutto e di tutti. Il Principe di Torrearsa legge nel foglio ufficiale la propria nomina a Presidente il Consiglio dei Ministri, della quale è affatto inconsapevole: attende l’annunzio diretto del Capo dello Stato: passa un giorno, passano due, nulla riceve; e intanto escono sulla Gazzetta decreti e provvisioni che appaiono da lui emanate. Si presenta per tre volte al Dittatore per chiedere una spiegazione: gli dicono che non ha tempo di riceverlo; a gran fatica riesce il terzo giorno a farsi sentire, per protestare contro lo indegno abuso del nome”. Ai ministri le cose vanno meglio? Parrebbe di no. Anche a loro capita di varare provvedimenti di cui nulla sanno e che pure portano in calce le loro firme: “il foglio ufficiale zeppo di decreti, tutti portanti in piena regola la firma dei ministri rispettivi: eppure questi sanno di nulla aver firmato di ciò, e quelle provvisioni che recano in calce il loro nome riescono loro affatto nuove”. I ministri, ovviamente, protestano e “l’imperturbabile Bertani [segretario di Garibaldi, mazziniano] apre un portafogli, e mostrando loro le minute originali dei decreti: “Ecco, dice loro, ecco che abbiamo lasciato in bianco lo spazio per le firme vostre: potete apporle adesso””. Boggio ne ha per tutti; anche per gli stranieri patrocinatori della spedizione: “Lo sperpero del denaro pubblico è incredibile”, scrive, “si acquistano navi e materiali da guerra assolutamente superflui, navi comprate all’estero, roba di rifiuto, inabili a tenere il mare, somme ingenti, favolose scompaiono colla facilità e rapidità stessa colla quale furono agguantate dalle casse Borboniche”. “Voi dovete ricordarvi che non siete in un paese di conquista”, conclude. Interessante davvero questo testo che, chissà perché, è letteralmente scomparso dalla letteratura risorgimentale.

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Angela Pellicciari -LaPadania

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