Gnosi assassina

Coloro che ci hanno lasciato
non sono degli assenti, ma degli invisibili
che tengono i loro occhi pieni di luce
fissi nei nostri pieni di lacrime

— Sant’Agostino d’Ippona

Nell’estate del 1994 The Human Life Review, il ricco e corposo periodico edito dalla prestigiosa The Human Life Foundation di New York, pubblicava un saggio di John Attarian — pubblicista e saggista di Ann Arbor, nel Michigan —, intitolato Abortion and the Marquis de Sade. Tematica sulla quale esiste una certa letteratura, la connessione fra mentalità sadista e abortismo viene esplorata dallo scrittorestatunitense con attenzione specifica al momento gnostico di rifiuto della natura normativa e della procreazione (1).

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Sin dall’inizio degli anni Settanta, Michelle Vovelle — storico della Rivoluzione di Francia legato al Partito Comunista di quel paese — ha dichiarato che per i fatti della famosa “Presa della Bastiglia” del fatidico 14 luglio 1789 è opportuno e necessario parlare d’“interpretazione simbolica”, lasciando intravedere la colossale montatura propagandistica durata più di due secoli e funzionale alla mitologia giacobino-progressista che ha trasformato quell’avvenimento di secondo piano in una vindicatio contra tyrannos dal valore esemplare, universale e quasi metafisico. Quel giorno — Jean Dumont registra le affermazioni del suo noto compatriota gauchiste all’inizio di quell’ottimo volume di haute divulgation che è I falsi miti della Rivoluzione francese (2) — i parigini “vessati e incatenati” dagli “oscurantismi” dell’Antico Regime erano assenti dalla piazza; l’operazione fu portata a termine da un commando terroristico prezzolato (secondo Jean-Paul Marat composto “di tedeschi e di provinciali”); e i “grandi capi” della Rivoluzione stavano altrove. Bernand René Jourdan marchese di Launay, governatore della Bastiglia, “parlamenta, ritira i cannoni, ostruisce le cannoniere, fa visitare la vecchia fortezza a un emissario dell’Hôtel de Ville e invita alla sua tavola due delegati degli assedianti”. Poi scoppia una scaramuccia, in seguito alla quale De Launay si arrende: “Un sottufficiale al comando delle guardie ribelli promette, sul proprio onore di soldato, che non sarebbe fatto del male a nessuno. Nonostante ciò Launay viene massacrato, e il suo corpo trascinato per le strade. Un garzone di cucina “che sapeva lavorare le carni”, ne mozza la testa, la infila in cima a una picca, e seguito da una muta selvaggia, la porta in giro fino a notte” (3). È un gesto “che si diffonderà negli anni seguenti fino a diventare una regola di “buone maniere” rivoluzionarie per le vittime importanti” (4). Poi, “il maggiore, l’aiutante maggiore e un tenente vengono a loro volta uccisi. Due invalides sono impiccati, ad un altro viene mozzata una mano. La folla, ebbra di sangue, corre all’Hôtel de Ville. Il prevosto dei mercanti, Flesselles, va loro incontro. Attraversa la place de Grève. Prima di arrivare alla Senna, viene ucciso e fatto a pezzi anche lui” (5). Alla Bastiglia, gli “eroi del 14 luglio” liberano solo quattro falsari, due pazzi e “un giovane debosciato rinchiuso su richiesta della famiglia” (6), disperata per le sue esuberanti performance. Se la grande journèe è solo un simbolo, altamente sintomatico è che gli agenti iscritti nel libro paga dei rivoluzionari di Francia abbiano de facto liberato — qui tutta la forza emblematica ed evocativa dell’azione — un “discepolo”di Donatien Alphonse François marchese di Sade.

Il “moderato” indecente

Proveniente da una grande famiglia provenzale, De Sade, prima di essere riformato, desiderava intraprendere la carriera militare, ma “dovette subire l’ordine morale dell’Ancien Régime. Denunciato da alcune prostitute cui aveva dato caramelle alla cantaride per eccitare il loro ardore, fu condannato a morte per “reato di avvelenamento e sodomia”. Nel 1772 riuscì ad evadere. Dovrà nascondersi ma sarà arrestato nel febbraio del 1777. Passerà più dei sei anni nel carcere di Vincennes. Il 29 febbraio 1784 è trasferito, alla Bastiglia, dove compone varie opere []. Il 2 luglio 1789 è trasferito a Charenton per aver gridato due giorni prima dalla finestra che i carcerati della Bastiglia venivano sgozzati. Il 2 aprile 1790 è liberato”. Vistosi abolire i titoli nobiliari, vive della scrittura di commedie pornografiche. “Benché fosse diventato sospetto in quanto aristocratico tentò di segnalarsi alla sezione delle Picche (place Vendôme), che presiederà”. Il 5 dicembre 1793, in pieno Terrore e in piena tragedia vandeana, viene arrestato dalla polizia del Comune di Parigi per (sic!) “moderatismo”. Detenuto alle Carmes e poi nel carcere di Saint-Lazare, è liberato il 15 ottobre 1794. Avendo scritto contro Napoleone e contro Joséphine, subisce le ire del “grande còrso”. Legata la propria notorietà a opere indecenti come Les Cent Vingt Journées de Sodome (composto nel 1784 alla Bastiglia), Justine ou les malheurs de la vertu (1791), La philosophie dans le boudoir (1795), La nouvelle Justine, suivi de l’Histoire de Juliette, sa soeur (1797), “il 6 marzo 1801 è arrestato come autore di Justine, l’opera “più orribilmente oscena nel suo genere mai pubblicata”. Finirà i suoi giorni nel manicomio di Charenton” (7). La “Presa della Bastiglia” che libera il discepolo di quest’uomo è solo il prorompere dell’urlo del “divino marchese”, finalmente liberato da ogni vincolo per opera di quella che il socialista Jean Jaurès definirà “Grande Rivoluzione”.

Del resto, testimone della pantomima del “14 luglio” fu, fra altri, Nicolas Anne Edme Rétif detto Restif de la Bretonne, scrittore e cronista autore di Le Palais-Royal (1790) e di Les nuits de Paris (1788-1793). Costui, figlio di contadini agiati, non raggiunse mai quell’ordine sacerdotale a cui lo avevano destinato i genitori a causa delle sue forti passioni sessuali. Apprendista tipografo ad Auxerre, seduce la moglie del padrone. A Parigi, famoso per le passeggiate notturne durante le quali imbratta i muri di scritte, vive nella dissipazione e pubblica opere come La Famille vertueuse (1767), Le Paysan perverti (1776), La Paysanne pervertie (1784), Les Parisiennes (1787) e l’autobiografia Monsieur Nicolas (8 voll., 1794-1797). Arrestato durante il Terore, nel 1795 ottiene dalla Convenzione un sussidio di 2.000 franchi e, prima del ritiro dovuto a motivi di salute, svolge attività d’impiegato presso il Ministero di polizia. Definito “il Voltaire delle cameriere” e “il Rousseau dei bassifondi”, costeggia la letteratura di De Sade, la cui Justine cercò di superare in scabrosità componendo l’Anti-Justine.

“Tutto è permesso”

Philosophie, dottrinarismo politico, ateismo e pornografia: il cocktail sadiano è l’icona del “mondo illuminato” che sorge spavaldo e organizza la vita dell’uomo secondo quel particolarmente distorto modo d’intendere il rapporto fra realtà e intelletto che, a partire da una famosa opera pedagica confezionata da Ferdinand Destutt de Tracy per l’epoca napoleonica — gli Èlements de ideologie —, si è soliti definire “ideologia”. Augusto Del Noce — fra l’altro autore, negli anni caldi della “battaglia”, di numerosi interventi dedicati all’aborto(8) — ha definito questa Modernità come “storia dell’espansione dell’ateismo” (9): negli intermezzi dedicati alla politica e alla religione che il marchese De Sade intervalla alle funamboliche prestazioni descritte nelle sue opere, se ne ha ben donde. Fëdor M. Dostoevskij scrive che […] se non esiste un Dio infinito, non esiste neppure la virtù, anzi non ce n’è proprio bisogno” giacché “tutto è permesso” (10).

Il saggio di John Attarian sul rapporto fra sadismo e abortismo usciva, come detto, nell’estate del 1994, dunque praticamente in concomitanza con la ricorrenza di quel 10 termidoro che, alla fine del mese di luglio di due secoli prima, segnava la decapitazione di Maximilien Robespierre da parte dei suoi ex sodali della Convenzione giacobina. Morte dell’ “incorruttibile” (tale quanto Palmiro Togliatti è stato il “migliore”), che segna la conclusione del primo genocidio della storia umana: i contemporanei la chiamarono “dèpopulation” giacché l’ebreo polacco Raphaël Lemkin coniò il termine “genocidio” solo molto più tardi, nel novembre 1944, a fronte della Shoà.

Cancellati dalla terra

Una volta sconfitta e massacrata nel marais bretone di Savenay, appena prima di Natale, quella sua compagine militare — l’Esercito Cattolico e Monarchico — che aveva impegnato i rivoluzionari nella “Guerra dei giganti”, il popolo della Vandea (tanto gli insorti che i giacobini, questi ultimi ritenuti soggetti comunque “infettati” dal “morbo” della contro-rivoluzione per il solo fatto di essere nati nella “regione maledetta”) subì una persecuzione programmata, sistematica e scientifica che, dalla fine del 1793 al luglio 1794, cercò per la prima volta nella storia di cancellare completamente e fisicamente dalla faccia della terra una famiglia umana. In Vandea la Rivoluzione non tentò di eliminare (appositamente varando tre leggi votate all’unanimità che prevedevano l’annientamento per fame, lo sterminio della popolazione a partire dalle donne e dai bambini, e la sostituzione del nome Vendèe con quello di Vengè, dipartimento “vendicato”) un nemico etnicamente diverso dal resto dei francesi. Essa volle estirpare un pezzo della nazione, cauterizzando una parte stessa del popolo francese. Annientò un “altro da sé” che era diverso solo perché ideologicamente giudicato straniero al punto di non aver più diritto neppure all’esistenza né status di essere umano. E non lo fece con una guerra mossa contro un nemico in ragione del suo dichiararsi tale, ma con una guerra scatenata nei confronti di un soggetto avvertito come intrinsecamente, preventivamente, ontologicamente e assolutamente nemico, dunque dichiarato tale e combattutto fino all’annientamento completo: come una malattia, come un cancro, come il kulak russo ucciso più tardi in numero di 10 milioni solo perché kulak, solo perché esistente.

La Modernità filosofico-politica si è aperta con un genocidio, con il primo genocidio della storia, e si è chiusa — i sociologi parlano già di post-modernità, individuando nella fine dell’elemento statuale socialcomunista nell’Europa Orientale la data emblematica di chiusura del “secolo breve” e dell’epoca delle ideologie forti — con l’esperimento ideocratico (l’ideologie au pouvoir) che, nella storia del genere umano, ha causato più vittime fisiche di qualunque altra realtà: il totalitarismo comunista (11).

Morto Robespierre, il genocidio vandeano si arrestò. Ma il “memoricidio” ha permesso altri genocidi. Reynald Secher — massimo esperto di storia della “Vandea Militare” e riscopritore del crimine genocida commesso dai giacobini nell’Ovest francese — definisce “memoricidio” l’assassinio della memoria storica che venne preparato da uno storico progressista prezzolato come Jules Michelet — a cui s’affianca Edgar Quinet e a cui seguono politici di sinistra come Jules Ferry, Léon Gambetta e Georges Clemenceau —, poi consegnato ai posteri per essere reso — attraverso la sua “socialistizzazione” a opera di Jean Jaurès — dottrina comune, received notion e materia d’esame universitario ai tempi di quella che François Furet ha definito “Rivoluzione alla Sorbona”, protagonisti gli storici socialcomunisti Albert Mathiez, Albert Soboul, Georges Lefebvre e Jean Aulard (12).

L’invenzione del massacro

La Vandea negata ha permesso gli olocausti successivi, compiuti da una parte all’altra del globo terrestre dall’erede più titolato del giacobinismo, quel socialismo che ha agito sia in veste nazionalistica che in forma internazionalistica. LaVandea ha visto l’invenzione degli obbrobri ai danni di preti e suore che le Brigate Internazionali hanno poi ripetuto in Spagna negli anni Trenta; ha visto le prime rudimentali camere a gas, lo sterminio per esalazioni tossiche, la cremazione dei corpi umani per trarne grasso con cui ungere le ruote dei carri del progresso rivoluzionario trionfante, nonché la concia delle pelli umane, soprattutto quelle femminili trasformate in “confortevoli” indumenti militari. In Vandea i carnefici hanno utilizzato per primi il simbolo del teschio e delle tibie, apponendolo come un vessillo di morte sulle divise di quelle Colonne Infernali che, agli ordini del generale Louis Marie Turreau de Garambouville, hanno sconvolto la regione nel 1794: più tardi, il Terzo Reich del socialismo nazionalistico tedesco non avrà che da imitare. L’Ovest francese è stato il luogo in cui per primi si sono sperimentati l’odio e la brutalità sistematiche quali forme di governo: più tardi, la notte dell’ignominia della “scienza” socialista internazionalistica, durata più di settant’anni, non avrà che da imitare. Sarà un caso che alcuni dei regimi comunisti più brutali siano stati retti da mostri già allievi di quella Sorbona testè ricordata, chi lo sa forse brillanti studenti da trenta e lode proprio in Storia — storia memoricida — della Rivoluzione francese?

Le rivoluzioni “popolari” — come “popolari” si son dette le democrazie a cui hanno dato vita i regimi totalitari da esse nate —, le rivoluzioni del peuple, del volk e del “popolo” di cui chi non è comunista è solo un “nemico” da sciogliere nella calce viva della giustizia proletaria, hanno sempre e solo massacrato i popoli.

Temi malthusiani

In Vandea (e Vandea divenne il nome tecnico che i giacobini dettero a tutte quelle resistenze che, all’inizio della Guerra Civile Europa 1789-1989, si sono opposte anche in armi al trionfo della barbarie in nome dei re, degli altari e dei focolari), il Comitato di Salute Pubblica — il nome dell’organismo con cui i brutalizzatori del popolo governavano “per il popolo” e per la sua “incolumità” — agì in maniera genocida coltivando un “argomento pre-malthusiano”, con riferimento al reverendo Thomas Robert Malthus che di lì a poco avrebbe denunciato un’inesistente “pericolo demografico” oggi molto in voga presso chi — compresi ONU e dintorni — elabora teorie per il controllo demografico del pianeta a suon di sterilizzazioni e di aborti. (Nella Cina comunista, ancora ortodossamente comunista, la variazione sul tema fisso malthusiano è quell’aborto obbligatorio dopo il primo figlio che l’ideologia rosso sangue impone ai cittadini; le femmine, anche se primogenite, vengono invece trattate sempre come rifiuti da relegate ai turpemente noti “orfanotrofi della morte”.)

Ovvero, Robespierre e soci decisero di “controllare la popolazione” affamata dai guasti rivoluzionari eliminandone fisicamente una parte, a cominciare dai soggetti molesti, inutili e un po’ “meno umani” degli altri: preti, frati, suore; “controrivoluzionari” e cattolici in genere; vandeani in primis. Il “controrivoluzionario”, oltre a chi davvero fu tale, era colui che sollevava un qualsiasi elemento di critica, anche marginale (vedi il caso di De Sade stesso), alla Rivoluzione o che, per una qualche ragione, era inviso al potere. I cattolici, il clero e i contemplativi rimanevano essenzialmente dei “controrivoluzionari”, sia che lo fossero davvero, sia che così venissero intesi secondo la logica appena ricordata. E i vandeani erano delle bestie. Come gli ebrei, come i kulak. Così, in La guerra di Vandea e il Sistema di Spopolamento (13), riferisce Jean-Noël “Gracchus” Babeuf giornalista, “padre del comunismo”, autore molto studiato in Unione Sovietica e primo cronista del genocidio vandeano.

Violenze, torture, assassinii; massacri di bimbi ancora nei ventri delle madri; inserimento di proiettili nei genitali femminili che dovevano esser poi fatti esplodere; grasso per i carri; concia di pelli umane: questa è stata la Vandea dimenticata che ha permesso le numerose altre Vandee dei due secoli successivi. La “razza maledetta”, così dicevano i giacobini, va sempre eliminata.

Con un intermezzo filosofico-politico frapposto alle pagine pornografiche di La philosophie dans le boudoir, De Sade esortava i francesi a compiere ancora qualche sforzo al fine di completare la propria trasformazione “repubblicana”, ossia l’ “assalto al cielo” (14): perché, come ricordava Juan Donoso Cortès, ogni questione politica è anzitutto una questione teologica. La storia parte da una grande “prologo in cielo”.

“Purgare la terra”

In quel trattatello del tutto coerente con le pagine precedenti e seguenti, l’erotomane francese, affermando che l’assassinio non è un crimine, avanza classici argomenti di “controllo demografico”: “la specie umana deve essere purgata sin dalla culla”. Jean-Baptiste Carrier, “boia di Nantes”, affermava che a tutti i costi si sarebbe dovuto purgare la faccia della terra dalla mostruosa razza (sic) vandeana fosse quella l’ultima cosa che egli stesso avrebbe fatto in vita.

Il “divino marchese” (quale divinità avrà adorato un uomo che, per bocca dei propri personaggi, affermava di considerare dèi gli organi sessuali?) era nobile, come lo era il cittadino Robespierre che aveva rinunciato al “de” fra il nome e il cognome lasciatogli in eredità dalla famiglia. Al pari di molti altri rivoluzionari, appartenevano entrambi a quella nobiltà ingaglioffita che aveva smarrito tutti i contatti con la terra su cui un’altra nobiltà — piccola, media, di estrazione rurale e militare — versava onorevolmente il proprio sangue assieme ai paysan soppressi dal Moloch rivoluzionario. Quello di De Sade e di Robespierre era un patriziato decaduto che aveva perso il legame con il popolo e che massacrò il popolo stesso per imporgli una non voluta “liberazione” dalle “catene” di quella nobiltà autentica che esso invece riveriva e voleva alla propria testa in battaglia. Quell’aristocrazia dell’orrore è stata responsabile della Rivoluzione (a questo proposito ci sono pagine molto significative e parecchio simili redatte da autori tanto diversi quali Alexis De Tocqueville e Antonio Capece Minutolo, principe di Canosa). Essa si staccò dal popolo e lo pugnalò; perse il senso della realtà e antepose il proprio schema mentale all’esistente: “Tanto peggio per i fatti!”, scriverà Ernst Bloch in Marxismo e utopia fornendo un’ottima definizione di “ideologia” (15). E l’ideologia, la negazione dei “fatti” contrastabile solo con il “ritorno al reale” auspicato da Gustave Thibon, ha avuto il sopravvento.

Nel settembre del 1993, sulle pagine del mensile cattolico neoconservatore statunitense Crisis — periodico vicino al maritainismo e a certe posizioni da noi ascrivibili al popolarismo sturziano, ma stimolante il dibattito tra fede e cultura come nessuna pubblicazione democristiana nostrana ha saputo o saprebbe fare, senza remore nel definire l’aborto un crimine —, Michael D. Aeschliman pubblicava l’articolo De Sade and His Progeny, dedicato ai figli contemporanei dell’ideologia nichilistico-pornografica sadiana. Aeschliman, già discepolo dello storico delle idee nordamericano Russell Kirk, seguendo l’irlandese Clive Staples Lewis (di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita), ha redatto un itinerario di ritorno al reale e un’appassionata difesa del diritto naturale in un bel volumetto che meriterebbe ampia diffusione (16).

De Sade, aborto, Rivoluzione, ideologia, totalitarismo. La Vandea di oggi si chiama aborto: riduce la popolazione “affamata”, consente a uno Stato di eliminare intenzionalmente e scientificamente una parte della propria stessa nazione, sopprime i “meno umani” che si oppongono all’egemonia ideocratica sia essa hard o soft, “forte” o “debole”, totalitariamente o democraticamente relativista.

Il 23 gennaio 1989, all’inizio del Bicentenario della Rivoluzione francese, Epoca! regalava un gadget: La philosophie dans le boudoir del diabolico marchese, il cui sottotilo è I precetti immorali. Cultura per le masse. “Saremo tempesta, tempesta e calore, la ghigliottina di ogni legge morale”, affermano in Paname, brano rive-gauchiste e revolutionnaire, i Litfiba, ultimi antieroi dello strapagato ribellismo giovanile di maniera che celebrano “sua santità El diablo” e definiscono il Paradiso nonché tutta la storia e tutte le vite (“per primo la mia”) come un’astuta e grassa bugia, ma che pure, illuministicamente e con consumata “correttezza politica”, affermano “pretendi i tuoi diritti, per primi quelli scritti”. Cultura per le masse.

Secondo De Sade — che nel testo regalato da Epoca! parla per bocca di madame De Saint-Age, tutrice di perversioni di Eugénie de Mistival, una minorenne iniziata a ogni sorta di abominio sessuale compresa la violenza sulla propria madre “bigotta” compiuta per istigazione del padre libertino — le donne, come le cagne e le lupe, sono nate solamente per il sesso e dunque sono le “assolute proprietarie” del corpo, dei suoi piaceri e “di quanto emana”. La maternità è considerata una somma disgrazia — “la generazione è per me così orrenda che cesserei di essere tua amica nel momento stesso in cui tu rimanessi incinta”, promette la De Saint-Ange alla giovane amante-vittima —, alla quale si può ovviare abortendo facilmente entro le prime sette od otto settimane di vita del fato. “Non temere l’infanticidio — dice la tutrice a Eugénie —; il crimine è immaginario”. Abortire un feto è come evacuare altre scorie corporali. Persino se il bambino fosse già nato — dice la De Saint-Ange istruendo la giovane con la collaborazione bisessuale del proprio fratello, il cavaliere di Mirvel, e quella del libertino Dolmancé, animatori di un’orgia continua —, la donna dovrebbe avere il totale diritto di “distruggerlo”: ella è infatti titolare assoluta di ogni diritto sui figli, compreso quelli di abortirli; “estinguere completamente il genere umano non sarebbe altro che rendere un servizio alla natura”.

Diritto all’infanticidio

“L’embrione deve essere considerato esclusiva proprietà della donna”, dice De Sade per bocca di madame Delbène, suora depravata della storia di Juliette apposta in appendice a Justine, ed ella, “qualora le venisse a noia, può distruggerlo nelle profondità stesse del proprio ventre” giacché “l’infanticidio è un suo sacro diritto”: “la madre può nutrire o strangolare” il bambino “a seconda delle proprie preferenze”. Sempre in Juliette, il marchese trasforma addirittura Papa Pio VI in un libertino sedotto dalla protagonista e in un improbabile pontefice del delitto e dell’empietà che approva l’infanticidio, l’assassinio di una madre incinta e l’aborto praticato dalle donne giapponesi. Del resto la protagonista di quel testo, per puro divertimento, brucia viva una famiglia intera, si domanda: “dov’è il male nell’assassinio” e si risponde descrivendo meccanicisticamente il modo in cui le molecole della materia si separano le une dalle altre. Poi, incinta del proprio padre, abortisce il figlio che porta in grembo uccidendolo con un lungo ago.

In Justine, una donna prigioniera di un remoto cenobio retto da quattro monaci sadisti, afferma: “La gravidanza, riverita nel mondo, è vera certezza di riprovazione”.

Les Cent Vingt Journées de Sodome, considerato il vertice della produzione sadiana, comprende addirittura la tortura, l’assassinio di madri gravide, la coprofagia, la dissacrazione delle particole consacrate e la profanazione delle Sante Messe.

Come afferma John Attarian, gli odierni sostenitori ideologici dell’aborto non prendono spunto immediato da De Sade: anche se non è da escludere un filo rosso diretto seppur esile, probabilmente non lo hanno mai letto. Di fatto, ne condividono però la visione del mondo: per questo, secondo il saggista nordamericano, il marchese “è diabolicamente illuminante”. Del resto, due secoli dopo, Linda Gordon afferma: “L’aborto dista solo un passo dall’infanticidio. Il suo fascino è forte: libera una donna non solo dal dover crescere i figli, ma anche da mesi di fastidiosa, defatigante e a volte dolorosa gravidanza, nonché dal dolore e dal pericolo del parto. Uno degli argomenti usati dagli antiabortisti […] è che l’aborto violerebbe un qualche “diritto naturale” esistente da secoli e dato da Dio. Uno sguardo alla storia dissolve subito quest’illusione. Quasi tutte le società preindustriali hanno accettato l’aborto […] (17).

Il “cattivo selvaggio”

A parte la discutibilità di quest’affermazione (che peraltro non scalfisce di un millimetro la critica alla mentalità abortiva), il fatto che nell’antichità fosse diffuso l’aborto mediante ingestione di prezzemolo (anche Marion Zimmer Bradley lo racconta nel suo famoso fantasy celtico Le nebbie di Avalon) testimonia solo il fatto che l’uomo è capace di perversità sin dall’origine e che mai sulla faccia della terra è esistito alcun “buon selvaggio”.

L’abortismo è una cultura politica e un’ideologia. Ed è certo che dalla Rivoluzione francese in avanti esso è anche un’ideocrazia nella misura in cui costituisce legge di vari Stati, legge positiva che è norma del lecito e della convivenza civile fra gli uomini.

In Vandea gli insorti contro-rivoluzionari adottarono il vessillo del Sacro Cuore di Cristo, emblema stesso dell’Incarnazione e figura di un’intera concezione del mondo anche politica. Il centro stesso di tutta la questione dell’aborto è l’Incarnazione. Impossibile da colpire direttamente, Dio viene ferito attraverso le creature, attraverso l’uomo di cui assunse le carne.

L’aborto è un concretissimo segno dell’odio nei confronti dell’Incarnazione e della volontà, semmai possibile, di disfarsene. Una volta John Haas — ex protestante, allievo di Josef Pieper, direttore dell’International Institute for Culture oggi situato a Wynnewood in Pennsylvania e docente di teologia — mi disse che, nella misura in cui un bimbo nel ventre della propria madre è fatto della medesima carne umana assunta da Gesù Cristo, di fronte a una donna gravida ci si dovrebbe inginocchiare, levare sandali e copricapo, e venerare. Me lo disse qualche giorno prima di visitare assieme Praga. Al Santuario del Bambin Gesù della capitale praghese quelle parole risuonarono di forza rinnovata.

“Grumo di cellule”…

Papa Giovanni Paolo II, diverso tempo prima della Conferenza Internazionale su Popolazione e Sviluppo organizzata dalle nazioni Unite a Il Cairo, domandò ai cattolici di recitare ogni giorno la preghiera a san Michele Arcangelo — l’esorcismo di Papa Leone XIII contro gli angeli ribelli contenuto nel Rituale Romanum — al fine di sconfiggere i progetti di spopolamento che si sarebbe studiati in quella sede e in cui l’aborto gioca sempre un ruolo di primo piano.

In Vandea si procedette allo sterminio incominciando dalle donne e dai bambini, rispettivamente “solchi riproduttori” di “futuri briganti”. Come riferiscono Jean Tulard, Jean-François Fayard e Alfred Fierro, non è mancato chi abbia considerato il marchese De Sade una vittima della Rivoluzione del 1789 che lo colpì in quanto aristocratico; ma certamente gli si addice maggiormente la definizione di “prototipo del Terrore” che gli hanno guadagnato le pagine pornografiche di Les Cent Vingt Journées de Sodome in cui egli “preannuncia gli orrori di un Carrier o di un Lebon”. Il secondo era un ex sacerdote il cui “zelo rivoluzionario ha qualcosa di patologico”: diresse sanguinariamente il tribunale di Arras e, per cercare invano di salvarsi la pelle, infamò il proprio protettore Robespierre; il primo fu invece l’emissario del Comitato di Salute Pubblica, responsabile di molti dei delitti commessi in Vandea e causa prossima della denuncia del genocidio redatta da Babeuf.

La Vandea di oggi si chiama sempre aborto. L’ombra di De Sade si staglia sul Terrore iniziato duecento anni fa e non ancora conclusosi.

Nessuno potrà mai levare dalla mente del sottoscritto l’idea che l’aborto, l’uccisione di un bambino prima ancora che questi nasca, non abbia a che fare con l’Incarnazione, con il farsi bimbo di Cristo, con il dragone che nell’Apocalisse già si era appostato per divorare l’Infante divino non appena questi fosse nato. Il regicidio di Luigi XVI (che scatenò l’insurrezione contro-rivoluzionaria nell’Ovest francese) fu vissuto da Robespierre e da Saint-Just, “arcangelo del Terrore” (18), come un deicidio: colpire Dio re dell’universo attraverso l’immagine terrena del roi-très-chrétien,che da Clodoveo in poi veniva consacrato mediante l’olio santo del vescovo san Remigio conservato in un’ampolla della cattedrale di Reims e spregiativamente e sacrilegamente infranta in pubblico da Philippe Rühl, deputato alla Convenzione del Basso Reno, il 3 ottobre 1793.

Allo stesso modo si colpisce Dio fattosi uomo, e prima bambino, colpendo l’uomo e la sua prole prima ancora che questa veda la luce del giorno: rifiuto dell’Incarnazione, distanza massima dalla realtà che per san Paolo è Cristo (“Tanto peggio per i fatti!”), trionfo di quello gnosticisimo che costituisce l’essenza stessa dell’ideologia e dell’ideocrazia. Cogitare, non esse.

Ideocrazie e aborto hanno allineato per due secoli milioni e milioni di vittime falcidiate dagli Stati nel corso di operazioni di repressione del corpo sociale passivo: giunta al potere, l’ideologia ha tentato di realizzare un proprio obiettivo e, incontrando resistenza nel corpo sociale, lo ha soppresso solo in quanto esistente. L’odio nei confronti della realtà è l’unica essenza nichilistica dell’ideologia; l’odio contro la realtà e la carne umane, segno dell’Incarnazione divina come massima alternativa all’ideocrazia, è la vera stoffa dell’aborto legale. Stati costruiti sulla liceità e sulla legalità del massacro degli uomini e della negazione dell’Incarnazione, che vessano anche fiscalmente i cittadini onde finanziare operazioni della più grande immoralità.

Olocausto

Negli Stati Uniti l’aborto viene definito “olocausto americano” e s’invocano degli Schindler come quelli del famoso film di Steven Spielberg affinché salvino quelle vite umane innocenti gettate nell’immondezzaio dell’inferno umano: l’inferno è la condizione di totale e massima assenza di Dio, e cosa altro è una polis dove Dio viene assassinato in effige sin nel ventre di una madre se non il trionfo del Dragone dell’Apocalisse?

A vent’anni dall’entrata in vigore della legge che consente l’aborto procurato nella Repubblica Italiana — Legge 194 del 22 maggio 1978 — è ora che gli italiani mettano fine al genocidio del proprio popolo, alla morte suprema della patria, al trionfo dell’ideologismo sadico-rivoluzionario, il quale, odiandola, massacra gnosticamente la realtà che san Paolo chiama Cristo. Chi non crede a quest’identificazione operata dal primo teologo del cristianesimo tanto odiato da Frederick Nietzsche — chi non è insomma fra “gli imbecilli che credono in Dio”, “le celesti chimere” dei quali sono state “cancellate” dalla “torcia della filosofia” (così De Sade ne La philosophie dans le boudoir) — ha comunque in comune con chi vi crede una natura normativa fatta per reagire automaticamente al caos che scompiglia l’ordine naturale delle cose.

Gegen-Kulturkampf, allora: il resto sono dettagli.

Marco Respinti



NOTE

(1) Il neo-gnosticimo filosofico: “La presenza di temi “gnostici” è stata anzitutto rilevata in tutta una linea del pensiero filosofico moderno, che va da Hegel — di cui non si è mancato di mettere in luce i legami con un ambiente esoterico-gnostico — fino a Heidegger, la cui teoria dell’ “oblio dell’essere” è stata volentieri paragonata alla “caduta” dei miti gnostici. Un filosofo cattolico italiano di risonanza internazionale, Augusto Del Noce (1910-1989), vedeva nella storia della filosofia del XX secolo un grande confronto fra “gnosi speculativa” e “gnosi rivoluzionaria”, che ha le sue radici in Hegel e il suo momento più alto nel confronto fra Heidegger e la forma speculativamente conclusiva del marxismo rappresentata, secondo Del Noce, dal pensatore ungherese György Lukács. La distruzione della ragione di Lukács, pubblicata nel 1954, rappresenterebbe la vittoria della gnosi rivoluzionaria sulla gnosi speculativa”. Il neo gnosticismo politico: “Lo storico e pensatore austriaco Eric Voegelin (1901-1985), morto negli Stati Uniti dove si era trasferito da molto tempo, non è stato l’unico a parlare di un “neo-gnosticismo politico” che sarebbe emerso prepotentemente nel nostro secolo. Per quanto riguarda il marxismo-leninismo si possono ricordare gli studi su Lenin di Alain Besançon; per la “sindrome” gnostica moderna che si è espressa drammaticamente in diversi paesi nel terrorismo si possono richiamare gli studi del politologo italiano Luciano Pellicani. Per questi autori il tema gnostico che percorre vari aspetti e correnti del marxismo consisterebbe nell’idea — metafisica prima che politica — che il mondo com’è è “fatto male” e deve essere rifatto, non importa con quali mezzi. Il neo-gnosticismo si troverebbe così alle radici della violenza politica. Voegelin ci propone un esempio compiuto di questa analisi con la sua teoria dei “movimenti gnostici di massa”, che intende spiegare non soltanto il marxismo ma anche il nazional-socialismo. In entrambi i casi l’ansia di “rifare il mondo”, incarnata da profeti ispirati, riuscirebbe — attraverso un’accorta tecnica della propaganda, al cui servizio si porrebbe anche una ritualità secolarizzata — a mobilitare ampie risorse sociali convertendo così lo gnosticismo (che all’origine non può che essere incarnato e promosso da una élite) nell’anima di moderni movimenti di massa” (Massimo Introvigne, Il ritorno dello gnosticismo, con una introduzione di Giovanni Cantoni, SugarCo, Carnago [Varese] 1993, pp. 26-28). 

(2) Cfr. Jean Dumont, I falsi miti della Rivoluzione francese, trad. it. con una prefazione di Giovanni Cantoni, Effedieffe, Milano 1990. L’espressione di Michel Vovelle compare originariamente in La Francia rivoluzionaria. La caduta della monarchia 1787-1792, trad. it., Laterza, Bari 1974, p. 139. 

(3) Pierre Gaxotte, La rivoluzione francese, trad. it. Mondadori, Milano 1989, p. 128. 

(4) Voce Launay, in Jean Tulard, Jean-François Fayard, Alfred Fierro, Dizionario storico della Rivoluzione francese, trad. it. Ponte alle Grazie, Firenze 1989, p. 726. 

(5) P. Gaxotte, op. cit., p. 128. 

(6) Ibid., pp. 128-129. 

(7) Le citazioni dirette sono tratte dalla voce Sade in J. Tulard, J.-F. Fayard, A. Fierro, op. cit, p. 860. 

(8) Cfr. Augusto Del Noce, Cristianità e laicità. Scritti su “Il Sabato” (e vari, anche inediti), a cura di Francesco Mercadante e Paolo Armellini, Giuffrè, Milano 1998. 

(9) Idem, Il problema dell’ateismo, 3a ed., il Mulino, Bologna 1970, p. 552. 

(10) Fëdor Michajlovic Dostoevskij, I fratelli Karamazov. I taccuini per “I fratelli Karamazov”, trad. it. con note a cura di Ettore Lo Gatto, Sansoni, Firenze 1958, p. 875. 

(11) Devo la notazione — evidente seppur poco considerata in tutta la sua pregnanza — all’assessore alla Trasparenza e Cultura della Regione Lombardia Marzio Tremaglia. 

(12) Cfr. la voce Rivoluzione alla Sorbona in François Furet e Mona Ozouf, Dizionario Critico della Rivoluzione Francese, edizione italiana a cura di Massimo Boffa, Bompiani, Milano 1998, pp. 947-964. Di Reynald Secher, cfr. Il genocidio vandeano, con una Prefazione di Jean Meyere e una Presentazione di Pierre Chaunu, trad. it., Effedieffe, Milano 1991; Génocide et mémoricide, in Jean Tulard-Patrick Buisson (a cura di), Vendée. Le livre de la mémoire, 1793-1993, con una prefazione di Philippe de Villiers, Valmonde, Clichy 1993, pp. 130-137; e Dal genocidio vandeano al “memoricidio”, intervista a mia cura, in Cristianità, anno XXI, n. 224, dicembre 1993, pp. 5-16. 

(13) Cfr. Jean-Noël “Gracchus” Babeuf, La guerra di Vandea e il Sistema di spopolamento, a cura di R. Secher e Jean-Joël Brégeon, trad. it., Effedieffe, Milano 1991. 

(14) Riprendo l’efficace espressione da Estanislao Cantero Nuñez, 1936. “L’assalto al cielo”: la guerra civile spagnola. Le cause dell’”alzamiento”, in Cristianità, anno XXIV, n. 258, ottobre 1996, pp. 19-24. 

(15) Ernst Bloch, Marxismo e utopia, a cura di Virginio Mazzocchi, con una prefazione di Arno Münster, Editori Riuniti, Roma 1984, p. 120. L’autore dà anche una seconda formulazione del medesimo concetto, curiosamente prima di esprimere un pensiero riguardante la Bastiglia: “Tanto peggio per i dati di fatto, noi la sappiamo più lunga!” (ibid., p. 112). 

(16) Cfr. Michael D. Aeschliman, The Restitution of Man: C.S. Lewis Case Against Scientism, con una premessa di Malcom Muggeridge, Eerdmans, Grand Rapids (Michigan) 1983. 

(17) Linda Gordon, Woman’s Body, Woman’s Right: A Social History of Birth Control in America, Grossman, New York 1976, pp. 35-36. 

(18) Voce Saint-Just in in J. Tulard, J.-F. Fayard, A. Fierro, op. cit, p. 861. Le citazioni precedenti relative a Lebon (sic) sono tratte dalla voce è [Guislain François Joseph] Le Bon, ibid., p. 727.

di Marco Respinti – Versione originale e completa dell’articolo pubblicato con il titolo L’omicidio legalizzato, nella sezione “Orizzonti” intitolata Abortismo/sadismo: il crimine “illuminato”, in Percorsi di politica, cultura, economia, anno II, n. 8, luglio 1998, pp. 30-35. Le titolazioni intermedie sono quelle redazionali della versione pubblicata a stampa]

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