Hospice: ascolto e relazione, c’è uno stile diverso

Entrare in un luogo dove c’è qualcuno che si prende cura di te e ti rivede come persona fa la differenza. Qualcuno che ti vede per quello che sei e non per la tua diagnosi. E che instaura una relazione in cui il punto di vista della speranza cristiana apre prospettive più ampie». Maria Elena Bellini, psicologa all’hospice Casa San Giuseppe di Gorlago (Bergamo), sottolinea che la capacità di entrare in relazione deve in qualche misura riguardare non solo lo psicologo ma tutto il personale. «In cure palliative spesso a prevalere sull’aspetto tecnico c’è la dimensione della comunicazione e dell’ascolto – sottolinea Bellini – e questo vale per tutto il personale: la centralità della relazione è quello che caratterizza il lavoro in hospice, secondo i dettami già della loro ideatrice, Cicely Saunders, che voleva che fossero più case che ospedali. Spesso infatti le persone (non chiamiamole pazienti) che vengono da noi hanno avuto a che fare con una medicina in cui la relazione non esiste: sono stati visti a pezzi, per i loro organi malati. In hospice ci prendiamo cura e cerchiamo di entrare in relazione con la persona intera». Una capacità di relazione che deve riguardare quindi tutti gli operatori degli hospice cattolici: «Anche gestire un nuovo sintomo comparso di notte è diverso se chi ti assiste si siede accanto a te e ascolta le tue emozioni». Il compito specifico dello psicologo, osserva Bellini, è «trovare un senso alla malattia e aiutare le persone a ricollocare alcuni pezzi di storia e di vita.Cioè aiutare a rimettere a posto i loro ricordi, perché ripensino alla loro vita come una bella storia che valeva la pena di vivere. Spesso si tratta di un lavoro di riconnotazione, alla ricerca di dimensioni di positività nella vita di ciascuno: devi andare con loro a cercare e a sottolineare con l’evidenziatore i momenti più belli e cercare di vedere da una prospettiva diversa i nodi ancora da sciogliere». C’è qualcosa – e il documento del Tavolo di lavoro lo ricorda – che può essere di ulteriore aiuto in un hospice cattolico: «Se la capacità di stare accanto alla persona nella fase finale della sua esistenza è qualcosa che caratterizza tutti gli operatori di cure palliative, a fare la differenza è la dimensione della speranza, che in un’ottica cristiana dà un significato totalmente diverso alla malattia e alla morte. Il lavoro sulla relazione è il pilastro portante, ma in una dimensione cristiana deve esserci ancora di più, un’ottica di prossimità con la dimensione della speranza,che dà una cornice di significato molto profondo»
Enrico Negrotti Avvenire

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