I Saraceni di Federico II (dai Fioretti di Santa Chiara)

Assisi non era stata soltanto la culla della povertà francescana, ma era stata anche il nido della superbia ghibellina. Si diceva, non si sa quanto a ragione, che sull’antica fonte di granito, nel vecchio Duomo d’Assisi, fosse stato battezzato, dopo di Francesco, figlio di Pietro di Bernardone, Federico, figlio di Enrico e nipote dell’imperatore Barbarossa. Non solo. Il giovane principe tedesco sarebbe stato lungamente ospite nella Rocca d’Assisi, sotto la protezione del Papa.

Infatti il Papa aveva avuto una grande tenerezza per quel tenero e debole virgulto della dinastia sveva. L’aveva difeso dai nemici, lo aveva allevato gelosamente, lo aveva fatto istruire accuratamente e infine era riuscito a farlo incoronare a soli diciotto anni di età. Ma il giovanissimo sovrano, travolto dall’ambizione, non fu né riconoscente né rispettoso verso il Papa. Appena gli fu possibile si volse contro la Chiesa. Divenne scismatico, eretico, infedele.

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Egli era intelligentissimo. Fu grande letterato e poeta amoroso. I suoi ammiratori lo chiamavano il “chierico grande”. Era anche coraggioso e valoroso, quant’era ambizioso e prepotente. I suoi nemici lo chiamavano il “martello del mondo”.

Di sangue tedesco, ma innamorato dell’Italia, sognò un grande Regno del sole, nella parte meridionale della penisola, dalla Puglia alla Sicilia: una potenza ghibellina; uno stato nel quale la sua volontà fosse legge e il suo piacere fosse sacro. Un esercito di ventimila Saraceni era pronto al suo cenno; un esercito di guerrieri disciplinatissimi e crudeli. Infedeli al vero Dio, ma fedelissimi all’Imperatore, essi univano alla crudele freddezza dei settentrionali la sanguinaria ferocia dei meridionali. Denti bianchi, occhi celesti, carnagione olivastra, barba rada; altezza di statura, snellezza di membra; non c’erano guerrieri più temibili dei Saraceni, che Federico II spingeva dalla Sicilia verso Roma e oltre.

Quando, verso il 1240, giunse ad Assisi la notizia che i Saraceni di Federico II risalivano la valle spoletana, la città fu percorsa da un lungo brivido di terrore. Le porte vennero chiuse precipitosamente, dopo il passaggio affannoso di tutti coloro che, abitando fuor dalle mura, cercavano riparo in città.

Dalla Rocca le scolte vigilavano, esplorando con lo sguardo l’ampia vallata. Soltanto le “povere donne” di Chiara erano rimaste in San Damiano, senza nessuna difesa.

Prima d’investire le mura d’Assisi i Saraceni di Federico sarebbero passati su quel povero convento sperduto tra gli olivi, senza nessun rispetto per il luogo santo e per le devote abitatrici.

I Saraceni erano guerrieri infedeli d’un sovrano scismatico. Non c’era dunque da aspettarsi nessun riguardo né da sperare nessuna pietà.

Sul fianco del Subasio, la città, chiusa dalle mura di pietra calcarea, sembrava più pallida del solito. Nella campagna spopolata, la fronda dell’olivo pareva più cinerea del consueto.

Il terrore dei Saraceni di Federico II si diffondeva dovunque, e dagli animi spaventati si rifletteva sul paesaggio spaurito.

All’orizzonte già s’innalzavano i fumacchi degli incendi, mentre giungevano le tristi notizie di saccheggi, uccisioni e rubamenti.

Le “povere donne” di San Damiano, dentro il convento, pregavano e digiunavano. Chiara, sul suo aspro letto, giaceva gravemente malata, quando le fu annunziato l’arrivo dei Saraceni.

Tra il pallido variare degli olivi si scorgeva il balenio degli elmetti ogivali e lo svettare delle picche barbariche.

Già qualche volto olivastro, con gli occhi freddi e le labbra carnose, s’affacciava al muro dell’orto. Grandi colpi scotevano la porta del convento, e Chiara, quasi svegliandosi, chiese che cosa fossero.

Le risposero, con la voce strozzata, che erano i Saraceni di Federico II. S’alzò a fatica, dicendo che le fosse portata una teca d’avorio e d’argento, dentro alla quale era tenuta l’Ostia consacrata. Si fece, con quella in mano, alla grande finestra che dava sul sagrato, e dal vano mostrò, alto levato, Gesù Eucaristico, ai guerrieri infedeli dell’esercito anticristiano.

E intanto diceva:

— Pregoti, Signor mio, che ti piaccia che queste tue poverelle serve non vengano alle mani e alla crudeltà d’infedeli e pagani.

Diceva ancora:

— Pregoti, o Signor mio, che guardi anche questa città e le persone le quali per tuo amore sì ci aiutano e sostentano la vita nostra.

Dalla teca d’avorio e d’argento uscì allora una voce, quasi di bambino:

— Io per tuo amore guarderò te e loro sempre.

Passò qualche tempo. Dopo di che i volti dei Saraceni sparirono d’intorno al convento. Tra gli olivi si spensero i bagliori degli elmetti e le scintille delle lance.

Le scolte d’Assisi attesero a lungo l’assalto dei Saraceni, sotto le loro mura. La notte non fu turbata da nessun grido di guerra.

E la mattina dopo, le porte poterono essere nuovamente riaperte. La gente uscì, entrò, sostò tranquillamente.

Una mano, dall’alto, certo in virtù delle preghiere di Chiara, aveva distolto i capitani di Federico II dall’assedio di Assisi e aveva condotto l’esercito dei Saraceni per altre vie, lontano dal convento di San Damiano.

Fonte: I fioretti di Santa Chiara