I volti del ’56 – Tibor Pákh, un reazionario clericale ovvero la “fissazione” dell’autodeterminazione nazionale

Tibor Pákh era un personaggio ungherese emblematico della resistenza durante gli anni del regime di Kádár (1). Egli non fece parte di nessuno dei nuclei oppositori, ma era presente ogni 15 marzo nelle manifestazioni che criticavano la dittatura, così come ogni 6 ottobre, là per accendere una candela al monumento commemorativo di Batthyány (2). Lo si vedeva spesso nell’atto di essere arrestato dai poliziotti. Personalità speciale, una specie di rivoluzionario solitario, egli non riuscì mai a ottenere un posto di lavoro in qualità di dottore in legge, quale era, ma evitò per tutta la vita di fare compromessi incompatibili con i suoi principi morali.

Negli anni in cui il Segretario Generale dell’MSZMP [Partito Socialista Operaio Ungherese – cioè il partito comunista] pretendeva che in Ungheria tutti i detenuti politici fossero stati liberati nel 1963 e che dunque l’Ungheria fosse ridiventata presentabile anche davanti ai Paesi dell’Europa Occidentale, nelle carceri si trovavano in realtà ancora diverse centinaia di prigionieri politici, che espletavano le loro condanne. Tibor Pákh, ad esempio, venne liberato soltanto ai tempi della cosiddetta “dittatura morbida” ovvero “comunismo gulash”, nel novembre del 1971. Oggi vive in ritiro con sua moglie, in una casa di riposo a gestione ecclesiastica.

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«Dove si trovava lei quando venne a sapere dello scoppiare della rivolta?»

«In quel tempo lavoravo nella Fabbrica di Automobili di Csepel, come traduttore di testi tecnici. Per me il 23 ottobre rappresentava allora una giornata di lutto: era l’anniversario della morte di mia madre, uccisa nel 1945 dai militari russi, nella nostra villetta. Con gli ingegneri e con gli operai della fabbrica rientrai anch’io nel centro di Budapest a partecipare alle manifestazioni; finalmente giunsi, in mezzo alla folla, nei pressi della statua di Bem (3). Durante tutta la mia vita ho sempre tenuto molto al rispetto della verità. Ai tempi nostri nella Facoltà di Giurisprudenza ci si insegnava ancora di cercare sempre la soluzione più vicina alla verità assoluta, la quale risiede presso il Signore Dio. Devo dire, perciò, che molte volte i racconti che vedo pubblicati relativamente a quanto era successo lì, presso la statua di Bem, purtroppo non corrispondono alla verità: si dice, infatti, che Péter Veres abbia declamato lì i sette punti di richieste della Lega degli Scrittori. La verità è tuttavia che egli non ebbe il tempo di completare la sua declamazione, poiché i primi due dei loro sette punti contenevano riferimenti ai concetti leniniani, in base ai quali loro avrebbero cercato di porre rimedio alla situazione del Paese; questo non ci piacque e cacciammo l’oratore, anche perché in quel momento avevamo già in mano tutti quanti un altro memorandum, di dodici o sedici punti, la cui idea di fondo era semplicemente questa: “Fuori i Russi!”»

«Lei era anche armato e partecipò anche ai combattimenti?»

«Rimasi tutto il tempo insieme alla folla e con loro arrivai davanti al Parlamento e più tardi davanti alla sede della Radio, dove allora erano già in corso numerosi scontri armati. Alla fine rimasi ferito il 25 ottobre, nella manifestazione che ebbe luogo davanti al Parlamento.»

«Che cosa successe lì, a suo parere, chi avrà deciso di sparare in mezzo alla folla indifesa?»

«Io molte cose le vidi in una maniera un po’ diversa rispetto alle versioni che oggi sono note: infatti non è vero che i colpi siano arrivati soltanto dal tetto del Ministero dell’Agricoltura, si sparava dai tetti di numerosi palazzi e anche dalle strade che danno sulla piazza. Nella piazza, vicino alla statua del Rákóczi stavano due carri armati russi, decorati con il tricolore ungherese. In mezzo alla folla che manifestava animatamente, ad un tratto si sentirono colpi di fucile dai tetti dei palazzi circostanti. Io mi distesi sotto uno dei carri armati, i quali intanto fecero fuoco anche in direzione della cupola del Parlamento. Quando il rumore delle mitragliatrici si placò un attimo, molti di noi si misero a correre verso la stazione della metropolitana e fu allora che rimasi ferito sulle gambe da un carro armato ungherese che attaccava dall’angolo della via Akadémia. Con una metafora, la fucilata fatta davanti al Parlamento era simile ad una caccia con i battitori: non era questione, infatti, di cacciarci, ma di massacrarci. Non c’era nessuna via di scampo, perché la folla venne attaccata da ogni lato, da tutte le strade laterali della piazza.»

«Quante persone avranno trovato la morte lì?»

«In alcuni momenti mi nascosi anche fra i cadaveri fino ad arrivare alla stazione della metropolitana… Secondo me ci saranno state seicento-ottocento persone uccise lì, quel giorno.»

«Generalmente si parla di meno vittime…»

«Non è un caso. A meno di tre ore dagli eventi iniziarono già a falsificare i dati di fatto. Dopo il massacro, Imre Nagy (4) tenne un discorso alla radio, in cui dichiarò giustificato “l’intervento delle truppe sovietiche per la difesa del nostro ordine di democrazia popolare”; promise che le truppe sarebbero state ritirate, subito dopo aver represso “le bande controrivoluzionarie”. Più tardi, in seguito alle sanzioni e in quell’atmosfera generale, tacquero tutti sugli eventi avvenuti davanti al Parlamento, compresi i parenti delle vittime e anche i sopravvissuti. Neppure oggi osano dire la verità.»

«Che cosa pensava Lei allora, chi avrà organizzato questo massacro?»

«Le forze politiche che erano al governo, cioè i comunisti.»

«Non erano, dunque, dei Russi a sparare alla folla?»

«Al contrario, i due carri armati, sotto i quali molti di noi trovarono rifugio, aprirono fuoco verso chi sparava dai tetti. Credo che quei soldati di ruolo russi siano stati giustiziati dopo, per questo fatto.»

«E a lei, che cosa succedette?»

«Mi trasportarono in ospedale, su un furgone carico di feriti e di cadaveri. Mi tolsero il proiettile nell’Ospedale di via Szabolcs.»

«E quindi, per lei, la rivoluzione finì in quel momento?»

«Da un lato sì. Ma nell’aprile del 1957 le autorità inquirenti mi accusarono di partecipazione ad una rivolta armata. Costoro vennero a conoscenza del mio nome nella maniera seguente: all’inizio del 1957 il regime organizzò una raccolta di firme contro l’inchiesta che l’ONU avrebbe condotto relativamente ai fatti avvenuti in Ungheria; e molte persone firmarono. Anch’io ricevetti una copia di questo memorandum alla fabbrica di Csepel, dove continuai a lavorare, sempre in qualità di traduttore di lingua inglese e tedesca. Dissi che non potevo firmarlo, visto che non ero d’accordo con il contenuto, al che anche i miei colleghi rifiutarono di apporre le loro firme. Più tardi nel processo penale contro di me si sosteneva, secondo una delle accuse formulate nei miei confronti, che io avessi espresso in pubblico affermazioni antidemocratiche, degne di un antico nemico del sistema in vigore, quale ero.»

«Venne denunciato, dunque?»

«Fui denunciato e poi licenziato dalla fabbrica di automobili, ma riuscii ancora a trovarmi un altro posto, presso la Compagnia di Progettazione Energetica. Ma allora il mio arresto era già imminente. Si cercava un tipico soggetto “declassato”, figlio di proprietari di terreni, che avesse trascorso qualche tempo anche in una prigione sovietica e ricoperto un incarico di ufficiale nell’esercito di Horthy (5). E poiché gli investigatori della polizia politica ritrovarono in me questo “controrivoluzionario declassato”, decisero di inventare attorno a me una “congiura di declassati” del ‘56. Perciò dalla mia città natale fecero venire nella capitale un delatore, che mi conosceva fin dalla mia infanzia. Ho saputo solo di recente, in base ai documenti dell’Archivio Storico, che questo mio conoscente d’infanzia aveva ricevuto l’incarico di organizzare una congiura “del ‘56” sotto il nome fittizio di “Solidarietà” e mi fecero osservare anche da sei altri delatori, i quali lavoravano sotto pseudonimi ricavati dai nomi di noti carabinieri di una volta. Secondo il loro piano di lavoro, il gruppo Solidarietà avrebbe organizzato un atto di resistenza contro il regime e in questo io avrei compiuto un ruolo cruciale. Io non mi feci coinvolgere in nessun tipo di attività di resistenza, ma ciononostante tutte le persone menzionate diedero testimonianze sfavorevoli nei miei confronti, e da queste si delineava l’immagine di una congiura rivoltosa. Fui arrestato nel 1960.»

«Ma se lei non aveva partecipato a nulla, perché la arrestarono?»

«Perché avevo l’abitudine di informare di continuo i miei amici dei fatti che venivo a sapere: per esempio del fatto che molti giovani venivano giustiziati, che alcuni ex ufficiali erano ricondotti in carcere dopo aver già scontato una pena. Sicuramente, talvolta avrò passato qualche informazione anche al sorvegliante spione che aveva l’incarico di osservarmi.»

«Qual era l’accusa?»

«Documenti scritti non ne ho mai visti. Fu un tipico processo costruito ad arte. Nel mio caso elencarono fra le accuse il mio contesto familiare, la prigione di guerra sovietica, la mia partecipazione alla rivolta del ’56 e il fatto di aver rifiutato di firmare il memorandum. Tirarono in ballo anche alcuni miei lavori, scritti in inglese sulla vera storia del ’56, dicendo che io avrei tentato di passarli all’estero. Mi accusarono anche di contatti occidentali, più precisamente viennesi, il che significava mancanza di lealtà.»

«E la condanna?»

«Mi condannarono a quindici anni di prigione, anche se in origine si trattava di impiccarmi. La maggior parte del tempo, l’ho passata nel Carcere Giudiziario, è lì che ho saputo anche del cosiddetto decreto di amnistia, nel 1963; in realtà non si può parlare di una vera amnistia, perché circa un migliaio di detenuti politici rimasero lo stesso imprigionati anche in seguito. Fra questi c’ero anch’io. Allora scrissi una lettera al procuratore supremo, denunciando che la dichiarazione dell’amnistia da parte di Kádár era falsa. Da quel momento, tra reclusioni in celle oscure e in sale di segregazione, le vessazioni non finivano più. Dal 1966 al 1971 stavo sempre segregato, perché facevo lo sciopero della fame, in protesta contro le gravissime violazioni dei diritti umani e contro gli atti di prepotenza. Poiché mi astenevo dal cibo, venivo legato, per disposizione del medico. Per cinque anni mi tormentarono con shockterapia ad insulina ed elettrica, e con farmaci aventi effetto sul sistema nervoso. A volte capitava che dopo tre iniezioni mi sottoponevano anche ad una shockterapia. Per una grazia particolare del Signore, sono rimasto in vita.»

«Tutto ciò venne praticato da medici?»

«Sì. Una volta lo scrissi: la distruzione morale eseguita dal regime comunista all’interno della società era talmente profonda, che la gente arrivò al punto di credersi esonerato moralmente, soltanto perché agiva eseguendo ordini. […]»

«Perché si è prestato a queste punizioni, a queste torture? Così metteva a rischio la sua salute!»

«Nell’interesse della verità. Ciò che chiamiamo veritatis diaconia, vale a dire, il servizio della verità, è un nostro dovere umano di fondo. L’esigenza della “verità” per molti non significa altro che la ricerca di una apparente verità. È un fenomeno particolarmente diffuso nei mass media. Eppure queste verità apparenti sono solo buone a creare altre illusioni, anche per quanto riguarda il rinnovamento morale. La verità va accettata insieme a tutte le sue conseguenze.»

«Quando fu liberato?»

«Nel 1971, all’età di quarantasette anni. Mi aspettava mia moglie, con cui vivo tuttora.»

«Tornò a lavorare come traduttore?»

«Non mi davano lavoro da nessuna parte, nemmeno al Centro Nazionale di Traduzioni, dove avevo lavorato come contrattista prima del mio arresto. Alcuni miei ex colleghi traduttori accettavano incarichi a loro nome, passando a me il lavoro. Andavo avanti così lavorando sotto il nome altrui per quattro anni. Infine un editore di nome Szabó, presso la Biblioteca Tecnica Nazionale, ebbe il coraggio di darmi lavori, anche a mio nome.»

«Nonostante questo, lei non rinunciò alla sua lotta per una svolta democratica: per quanto io sappia, lei continuava ad assistere a ogni tipo di manifestazione di resistenza.»

«Sì, mi lasciai coinvolgere intensamente nei movimenti di opposizione. Soprattutto con György Krassó (6), ebbi un ottimo rapporto. Nel 1980 ebbe luogo uno sciopero della fame in Polonia, nella chiesa della città di Potkova Lesna, per la difesa dei diritti umani. Io ci andai, cercai nella chiesa il parroco, padre Katolszki, e gli dissi di volermi associare al loro sciopero della fame, come cittadino ungherese, all’insegna della spiritualità di Sant’Adalberto. Il sacerdote mi diede permesso e così feci conoscenza con numerosi membri della resistenza polacca.»

«Se non mi sbaglio, lei iniziò lo sciopero della fame nel 1981, nella cosiddetta chiesa universitaria di Budapest, con lo scopo di manifestare la sua solidarietà con la resistenza polacca. Fra quattro giorni, la polizia la deportò all’ospedale psichiatrico. Che cosa succedette lì?»

«Nell’ospedale psichiatrico, che comunemente chiamiamo casa di cura per i pazzi, un medico primario di nome Vajda mi lasciò continuare il mio sciopero fino all’arrivo di un’ispezione giudiziaria. Da quel momento bisognava mostrare un’apparenza di legalità, per cui quasi subito mi fecero un’iniezione di Haloperidol».

«Che tipo di farmaco è questo?»

«È un neuroplegico introdotto da noi dalla pratica medica russa, che entro pochi minuti mi mandò in delirio e mi fece spasimare. Questo trattamento, me lo fecero ripetutamente, anche più tardi. Quando la cerchia di Krassó venne a sapere ciò che subivo, organizzarono una manifestazione per la mia liberazione, in cui cinquantasette persone firmarono una lettera di protesta, che suscitò una certa risonanza anche all’estero. Infatti, più tardi, la Polonia mi diede anche la cittadinanza onoraria, in omaggio proprio a questi fatti. All’epoca si schierarono in mio favore Francesi, Svedesi ed esponenti di altre nazioni. All’inizio le mie azioni erano ben accolte anche dai diversi gruppi oppositori ungheresi, ma entro breve tempo la cerchia di Haraszti (7) cominciò a definirmi come reazionario clericale. In pratica, solo Krassó rimase mio amico per tutto il tempo.»

«Perché voleva essere presente a tutte le manifestazioni del 15 marzo, per quali obiettivi lottava?»

«Per il diritto di autodeterminazione dell’Ungheria e per il ritiro delle truppe invasori russe dal nostro Paese. Io non ho mai recepito l’idea del “comunismo gulash” e della “baracca più allegra” (8), che erano luoghi comuni falsi. Vedevo la realtà che mi circondava, e sapevo che la Comunità Economica dei Paesi Comunisti era solo uno strumento di colonizzazione sovietica dei nostri Paesi.»

«Dopo il 1981 quante altre volte l’arrestarono ancora?»

«Mi deportarono ancora altre otto volte, sempre in una maniera simile ad un sequestro. L’ultima volta è stato il 23 ottobre (9) del 1989, due volte nell’arco di una sola giornata. Stavamo preparando una manifestazione. In quel periodo i partiti oppositori erano già stati fondati legalmente, ma nessuno di loro prese la nostra parte, tranne il Fidesz (10), che si mise anche alla testa dell’iniziativa. La manifestazione iniziò presso la Facoltà di Ingegneria; io mi associai, ma i poliziotti in breve tempo mi presero e mi portarono alla questura del quartiere. Mi sottoposero ad un interrogatorio, misero tutto in un fascicolo, poi mi lasciarono andare. Allora tornai al centro storico, in via Váci, dove si era già riunita una folla notevole. Salii su una panchina e cominciai a spiegare alla gente la vera importanza degli eventi del 23 ottobre 1956. Allora arrivarono dei poliziotti in motocicletta ad arrestarmi, mentre la folla cantava l’inno nazionale.»

«Certe persone sostengono che lei abbia delle fissazioni e perciò sia incapace di discernimento.»

«A me? Ma perché? Non ho forse avuto ragione io?»

«Ma dopo tante tribolazioni e umiliazioni lei crede che ne sia valsa la pena?»

«E come no! L’ultimo giudizio spetta al Signore, sarà lui a giudicare dell’uso che in terra facciamo del nostro talento. La nostra vita di questo mondo, dobbiamo valutarla misurandola con la dimensione della vita eterna».

NOTE

(1) Il nome di János Kádár (1912 – 1989) segnala nella storia ungherese tre decenni di dittatura „morbida”, iniziata con l’oppressione sanguinosa della rivolta del 1956, dopo la quale seguirono ancora diversi anni di repressione. Il „metodo” di questo secondo regime comunista si trasformò tuttavia con il passare del tempo e perciò dopo la dittatura totale degli anni 1947 – 1956, di stampo puramente staliniano, l’Ungheria conobbe, a partire dalla seconda metà degli anni ’60, una oppressione più raffinata, apparentemente molto più liberale. Kádár, in seguito ad una ambiziosa carriera politica all’interno del movimento comunista, ottenne il ruolo di protagonista del suo tempo quando, nei giorni della rivoluzione del ’56 invitò ufficialmente le forze armate sovietiche alla repressione della rivolta; scelto, a quanto pare, da Mosca al ruolo di „luogotenente” in Ungheria, egli assunse la funzione di Primo Segretario del Partito ancora nello stesso novembre del 1956 e si dimise da questo incarico solo nel 1988, poco prima della caduta definitiva del suo regime e morì nell’anno successivo.

(2) Il 15 marzo e il 6 ottobre sono le giornate commemorative di una rivolta ormai più lontana della storia ungherese: quella del 1848-49, scoppiata contro il potere austriaco, in sintonia anche con gli eventi coevi del Risorgimento italiano, per trasformarsi poi in guerra di indipendenza, persa in meno di due anni. Il ricordo storico di questa rivoluzione ottocentesca si arricchí di un valore secondario, simbolico, negli anni che succedettero al 1956: evidentemente, il ricordo della rivolta anticomunista restava circondato dai tabù della storiografia ufficiale e non era nemmeno in questione di festeggiarne l’anniversario il 23 ottobre. Di conseguenza, per molti cittadini, contrari al regime di Kádár, la commemorazione del 1848 divenne anche un momento di riflessione sugli eventi del 1956 – tanto è vero che il regime, prudentemente, non consentiva neanche in questi giorni festivi nessun altro tipo di commemorazione pubblica al di là di quelle statali. Ciononostante, negli anni ’80 molti cittadini, soprattutto giovani, organizzavano commemorazioni „illegali” in queste occasioni che spesso si trasformavano in manifestazioni e generalmente erano soppresse mediante l’intervento delle autorità. Il conte Lajos Batthyány, giustiziato dagli Asburgo il 6 ottobre del 1849, fu il capo del primo governo ungherese di tipo costituzionale, formatosi in seguito al distacco dall’impero austriaco.

(3) Si tratta di una delle piazze di Budapest che divennero teatro degli eventi rivoluzionari il 23 ottobre 1956: la piazzetta, vicina al Danubio, è ornata dalla statua commemorativa di Josef Bem, generale di origine polacca, divenuto uno dei protagonisti militari della guerra di indipendenza del 1848-49.

(4) Il ruolo e la personalità di Imre Nagy (1896 – 1958), Primo Ministro dell’effimero governo rivoluzionario ungherese, esistito fino al 4 novembre del 1956, rimangono tuttora un po’ ambigui: inizialmente comunista convinto e militante, egli diede tuttavia segno di intenzioni politiche molto più democratiche rispetto agli altri membri del suo partito, già nel periodo di dittatura totale, in particolare durante il breve periodo in cui ricoprì per la prima volta l’incarico di Primo Ministro, dal 1953 al 1955. Sicuramente per queste sue virtù egli rimase l’unico leader di sinistra accettabile per la popolazione ribellatasi nell’ottobre del 1956, ma – a quanto sembra – egli ebbe qualche esitazione prima di mettersi definitivamente dalla parte di una trasformazione veramente democratica, accettando le richieste di chi insisteva sull’evacuazione delle forze sovietiche e sulla necessità di un sistema pluralistico parlamentare. Imre Nagy ebbe infine la possibilità di confermare questa sua presa di posizione eroica mediante il suo martirio, avvenuto nel 1958, quando venne giustiziato dai boia del regime kádáriano.

(5) Miklós Horthy fu capo dello stato ungherese dal 1921 al 1944. Il sistema politico legato alla sua figura veniva descritta nei decenni comunisti in termini altamente parziali, come una specie di regime fascista; evidentemente tutti coloro che avevano occupato qualsiasi posto di dirigente in questo sistema, ma particolarmente nel suo esercito, venivano considerati eo ipso „nemici di classe”, se non addirittura „fascisti”.

(6) György Krassó (1932-1991) fu un altro personaggio emblematico della resistenza sotto il regime kádáriano, forse più coerente e più inesorabile di tutti gli altri. In seguito ad una serie di vessazioni da parte delle autorità, riuscì a trovare rifugio a Londra, dove visse fino al crollo del regime nel 1989 e fece grandi sforzi anche per rendere nota la storia della rivoluzione del ’56 in Occidente.

(7) Miklós Haraszti era un altro esponente dell’opposizione illegale o semi-illegale degli anni ’80, apparteneva tuttavia ad una corrente piuttosto di tipo liberale, i cui rappresentanti mostravano una certa apertura ad un dialogo con le forze riformiste che all’epoca si trovavano già fra i leaders del regime comunista. Egli è tuttora un attivo partecipante della vita politica ungherese, membro dell’Associazione dei Democratici Liberi (Partito Liberale), attualmente al governo in coalizione con il Partito Socialista.

(8) „Gulash” è il nome di un piatto tipico della gastronomia ungherese. Le due espressioni, molto in voga a partire dagli anni ’70 anche nell’opinione pubblica europea, così come fra molti critici del comunismo esistente, denota il tipico concetto che molti avevano dell’Ungheria negli ultimi decenni della dittatura: con le frontiere semi-permeabili, con un tenore di vita relativamente alto, almeno rispetto all’Unione Sovietica e ad altri paesi del „blocco socialista”, con segni visibili di un’attività di opposizione almeno tollerata da parte del regime, essa sembrava a molti quella più vivibile delle realtà est-europee. L’articolo presente fa intravedere tuttavia anche il rovescio di questo quadro, apparentemente così idilliaco.

(9) Alla fine degli anni ’80, man mano che la forza oppressiva del regime diminuiva, le manifestazioni e le organizzazioni dei diversi gruppi oppositori divenivano sempre più evidenti: nel 1988 e nel 1989 non era più possibile impedire ai cittadini di uscire in strada per celebrare il 23 ottobre, l’anniversario dello scoppio della rivolta del ’56.

(10) Questo partito fu quello più giovane in tutti i sensi fra tutti i partiti oppositori, usciti dall’illegalità fra il 1987 e il 1989: il suo nome è, infatti, l’abbreviazione di „Alleanza dei Giovani Democratici” ed esso è stato fondato nei corridoi di collegi universitari, da studenti e da giovanissimi laureati.

Per un inquadramento storico della rivolta ungherese del ’56
di Agnes Bencze

Budapest, 1956. Un luogo e una data che nelle generazioni più anziane suscita ancora ricordi vivaci in tutta l’Europa. Fu infatti la prima di quelle grandi rivolte che rendevano esplicito per tutto il mondo il rifiuto del regime comunista da parte della popolazione dei Paesi europei relegati dall’accordo di Yalta nella sfera di influenza dell’Unione Sovietica. Seguita dai movimenti, oggi forse meglio noti, della „primavera di Praga” del ’68, della resistenza polacca degli anni 80 e della rivoluzione della Romania del ’90, la rivoluzione del 1956 assunse in Ungheria un valore simbolico e diventò, attorno al 1989, il punto di riferimento primario per tutte le forze politiche che desiderano avere una legittimazione nel nuovo sistema democratico.

Dopo la conclusione della seconda guerra mondiale nel 1945, le truppe dell’esercito sovietico invasore rimasero in Ungheria e, nell’arco di due anni, riuscirono ad assicurare il potere totale al partito comunista, presente nella vita politica sotto nomi variabili. Dal 1948 fino alla morte di Stalin il Paese conobbe l’inferno del terrore più profondo e ai primi segni di una possibilità di cambiamento, il 23 ottobre 1956, scoppiò una rivolta popolare per le strade di Budapest e di altre città. Intellettuali, studenti universitari, operai semplici protestarono in enormi manifestazioni di massa. Nonostante le ambiguità che circondano tuttora molti dettagli, i punti cruciali delle loro richieste sono oggi chiari: la gente desiderava il ritiro delle truppe sovietiche e la restituzione della democrazia parlamentare. La rivoluzione venne oppressa prestissimo dalle forze sovietiche le quali, creando prima l’apparenza di ritirarsi dal territorio ungherese, vennero in realtà rafforzate con altre truppe che fecero strage soprattutto a Budapest, a partire dal 4 novembre. La guerra di resistenza durò ancora per settimane, nel corso delle quali molti cittadini, anche giovanissimi, vennero uccisi. Centinaia di altri venivano arrestati dopo, nel periodo del „consolidamento della democrazia popolare”, per essere condannati a morte o a lunghi anni di prigione.

Curiosamente, un vero consenso manca tuttora fra gli storici ungheresi, per quanto riguarda l’interpretazione di numerosi elementi della rivoluzione. Mentre ormai tutti sono d’accordo che si sia trattato di una rivolta democratica che si oppose alla dittatura totale, il suo obiettivo vero e concreto viene descritto diversamente da divere correnti. Secondo alcuni la rivolouzione sarebbe stata preparata e condotta da gruppi intellettuali di sinistra, i quali avrebbero desiderato solo una forma più democratica del sistema socialista; secondo altri la rivoluzione risultava da una spontanea protesta da parte dell’intera popolazione e il suo scopo era il rinnovamento radicale della vita politica, secondo un modello pluralistico. Rimangono in ombra anche molti dettagli che riguardano il ruolo di alcuni personaggi e corpi armati.

Le radici di queste contraddizioni sono da ricercare senz’altro nella storia degli anni che succedettero al 1956: gli anni di repressione prima, più tardi la cosiddetta „dittatura morbida”, durante la quale il ’56 veniva sempre descritto come „controrivoluzione dei reazionari” e probabilmente si persero anche molti documenti, infine gli anni confusi dei cambiamenti pacifici i quali, oltre alla svolta democratica indiscutibile, hanno portato anche molti compromessi. Un’altra spiegazione complementare può essere ricercata nella divisione ideologica e politica che caratterizzava anche i gruppi oppositori, alcuni illegali e perseguitati, altri tacitamente tollerati, negli ultimi anni del regime. Intervista di István Stefka

[Articolo comparso sul «Magyar Nemzet», 3 agosto 2003, p. 31. Traduzione italiana e note a cura di Agnes Bencze]

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