Il capolavoro della letteratura sovietica

Secondo la concezione marxista, essendo tutto il reale composto soltanto di materia, e l’arte e la letteratura nient’altro che ‘sovrastrutture’ o emanazioni della materia, nella ‘società nuova’ (‘socialista’ prima e ‘comunista’ poi) in parallelo con un enorme sviluppo della produzione materiale si sarebbe dovuto avere anche un enorme sviluppo delle arti e della letteratura: in URSS i nuovi Puskin e Tolstoi sarebbero dovuti abbondare e pullulare (non stiamo scherzando, ma riferendo un’attesa obiettiva). Non soltanto però questo fatto non si è verificato, ma si è verificato addirittura il suo contrario; come scrive con rincrescimento uno dei maggiori studiosi della storia sovietica, Isaac Deutscher: “la poesia e la narrativa russa smarrirono la strada luminosa delle loro tradizioni.., i due poeti più originali della Russia di allora, Yesenin e Mayakovsky, si tolsero la vita… Simbolo vivente delle glorie passate, Maxim Gorky, [pur] acclamato.., rinunciò virtualmente ad ogni attività produttiva negli ultimi anni della sua vita”. (Finirà assassinato dai sicari del regime, dopo di che al suo nome verrà, con solenni cerimonie, intitolata una grande città). A questo punto, dall’attesa di molti Tolstoi, si passò ad auspicarne la comparsa di almeno uno. Ricorda ancora Deutscher: “‘Dateci un Tolstoi sovietico’ invocarono per molti anni i critici letterari ufficiali. Ma il Tolstoi sovietico non apparve”.

L’unico scrittore sovietico che abbia avuto il premio Nobel fu Michail Sciolochov (altri tre scrittori russi furono dopo la rivoluzione del ‘17 insigniti del Nobel, cioè Pasternak, Solgenitsin e l’esule ebreo Brodskij: si tratta però, com e noto, di antimarxisti, tanto che il regime non ha consentito ai primi due di ritirare il premio). Sciolochov — cui il Nobel venne attribuito non per l’insieme delle opere, ma specificamente per il romanzo Il placido Don — ha avuto invece anche tutte le principali onorificenze sovietiche, a cominciare dalle due maggiori: il premio Lenin e il premio Stalin (coi milioni e i privilegi che sono ad essi connessi), è inoltre da molto tempo deputato al Soviet Supremo, e costituisce la massima autorità nel campo letterario sovietico, dove un suo giudizio può stroncare o fare la fortuna di uno scrittore.

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Se la società comunista in Russia non ha prodotto un nuovo Tolstoi, quanto di più vicino a Tolstoi essa ha prodotto è dunque questo Michail Sciolochov. Il guastafeste Solgenitsin però, che — nel suo rifiuto tenace della menzogna — ha sollevato il velo sull’immensa tragedia che sta dietro la facciata sovietica ostentata al mondo, ci fornisce notizie che gettano una luce davvero significativa anche su questo campione delle lettere sovietiche,

Solgenitsin (il quale è, lui sì, una sorta di nuovo Tolstoj) ha infatti pubblicato qualche anno fa a Parigi un volumetto dal titolo La corrente principale del placido Don – Gli enigmi di un romanzo, in cui cerca di scandagliare appunto gli enigmi relativi al capolavoro di Sciolochov. La cui prima parte vide la luce nel 1928 e incontrò subito un entusiastico favore non solo in Unione Sovietica ma anche fuori, in quanto rivelatrice di uno scrittore autentico, nel solco della più grande tradizione russa. Nel 1929 apparve la seconda parte, e così nel 1930 la terza. Già nel marzo ‘29 però la Pravda (o Verità) dovette intervenire con una lettera a firma di cinque specialisti, tra cui Fadiejev (in seguito suicidatosi), contro voci sempre più insistenti che Sciolochov non fosse in realtà altro che “un plagiario e il copiatore di un manoscritto altrui”. Alquanto più tardi intervenne Stalin in persona, il quale proclamò il compagno Sciolochov “lo scrittore eminente del nostro tempo”: da quel momento nessuno osò più parlare. La quarta e ultima parte de Il placido Don uscì dieci anni dopo la terza, e si rivelò fiacca e scadente; così pure i successivi lavori di Sciolochov, di cui i più noti sono La terra dissodata e Hanno combattuto per la patria: opere trombonesche, come tutte quelle della produzione sovietica ufficiale, e totalmente prive della vigorosa poesia che permea le prime tre parti de Il placido Don. Le quali tre parti, come Solgenitsin nel suo volumetto pubblicato a Parigi ricorda, a parere di molti sono da attribuire a Fiodor Kriukov, socialrivoluzionario (vicino a Kerenski) fieramente antibolscevico, e membro della prima Duma per la circoscrizione del Don, morto di tifo nel 1920 a cinquant’anni d’età durante la guerra civile, mentre si ritirava insieme alle formazioni cosacche battute — nonostante il loro valore — dall’armata rossa di Trotsky. Kriukov (che vantava già giudizi critici molto lusinghieri, tra l’altro di Gorki) stava da tempo scrivendo un’opera sull’epopea cosacca, e durante la guerra civile non si separava mai da un cofano contenente i manoscritti: i quali poi scomparvero e non furono più ritrovati. Al momento della morte egli era assistito da un giornalista cosacco, certo Gromoslavski, che gli faceva da segretario; tre anni più tardi, cioè nel 1923, la figlia di costui, Maria, sposò Sciolochov.

Solgenitsin — che non accusa direttamente Sciolochov di essere un plagiario, e si limita a riferire con precisione dati e notizie — conclude il suo volumetto riportando il lungo saggio di un critico, certo D, non altrimenti qualificato, che nel testo de Il placido Don individua due “tessuti lessicali e stilistici diversi” e due “estetiche diverse”: quella appunto dell’autore vero, e quella del ‘coautore’ che si è limitato a interpolare e a rivoltare qua e là il testo, per farlo quadrare con l’ideologia comunista.

Un anno dopo Solgenitsin, un altro autore — Roy Medvedev, di cui noi ci siamo già occupati — ha pubblicato lui pure a Parigi, presso l’editore Christian Bourgois, un libro di circa trecento pagine, dal titolo Qui a écrit le ‘Don paisible’? in cui fa un accuratissimo esame dell’opera di Sciolochov non sotto il profilo stilistico, ma della visione del mondo e delle cose. Risultato: per otto o nove decimi l’opera quadra con la concezione “separatista e pro-cosacca” di Kriukov, e solo per il resto con quella del suo “raddrizzatore” Sciolochov.

Se avessimo ancora spazio disponibile sarebbe interessante riportare qui la cronaca di una recente visita fatta dal dissidente Vladimir Osipov a Sciolochov nella sua villa di V’escenskaja — sul Don appunto — nel corso della quale visita Osipov ha appreso dal maggiordomo che, nientemeno, il segretario dello scrittore è anche segretario del comitato distrettuale del partito comunista…

Comunque la si voglia rigirare, questa vicenda ci dà un’ulteriore idea della realtà sovietica: non altrimenti definibile che tragica anche in campo letterario.

(*) dal quotidiano L’ordine, 26 luglio 1978.

di Eugenio Corti

Cos’è successo nel campo delle lettere in Unione Sovietica? Si conceda a chi — come l’estensore di questi scritti — fa professione di letteratura, una breve escursione in tale campo. Il pezzo è dedicato alla miriade di autori ed intellettuali d’ogni risma che nei trascorsi decenni, praticamente da tutti i maggiori mass media italiani, trattavano come “spazzatura della storia” noi pochi isolati che al marxismo ci opponevamo.

[Da “L’esperimento comunista”, Ares, Milano 1991]

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