Il Comunismo (Marta Dell’Asta)

Il processo di secolarizzazione iniziato con l’Illuminismo ha trovato lo sviluppo teorico e l’applicazione storica più ampia nel comunismo. E tuttavia il bolscevismo ha potuto vincere nel 1917 solo grazie alle condizioni favorevoli create da un lungo processo di scristianizzazione della cultura.
Alcuni pensatori cristiani russi, che tra il XIX e il XX secolo avevano intuito l’approssimarsi di una catastrofe, individuavano il nocciolo di quella crisi drammatica nell’intelligencija e nel suo ateismo (secondo la formula sintetica di Sergej Bulgakov): non nell’ingiustizia sociale o nell’autoritarismo zarista, ma nell’ateismo.

Un clima favorevole

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Nel XIX secolo era nata in Russia una nuova classe colta, emancipatasi socialmente attraverso l’istruzione, anelante cambiamenti e critica verso il potere costituito. Il governo aveva risposto con misure poliziesche e questa chiusura, odiosa e controproducente, aveva riempito di rancore gli intellettuali e squalificato lo Stato. I giovani, per reazione, avevano cercato i propri valori in una cultura positivista e demolitrice, che negava radicalmente i valori tradizionali. Questo stato di opposizione li aveva spinti ad alienarsi da una realtà che odiavano e a invaghirsi delle idee astratte.
Il frutto più tragico di questo scollamento era stata la nascita di un terrorismo nichilista che dapprincipio usava la violenza per odio distruttore, ma poi aveva superato persino quanto descritto dallo stesso Dostoevskij. Si era arrivati così alla dimensione apocalittica del nuovo terrorismo del primo ‘900, che non uccideva più per odio, ma in nome di un amore per la morte che superava quello per la vita (come testimonia l’ex terrorista Savinkov nel suo romanzo Il cavallo pallido).
Per i nuovi terroristi la morale politica e personale era svincolata dal concetto di verità e di bene. Il loro odio per la realtà e l’insensibilità alla vita erano, secondo il filosofo Nikolaj Berdjaev, l’esito della vittoria del positivismo, che negava ogni metafisica e ogni fede religiosa, ogni assoluto in nome del primato dell’utile. Privilegiando l’utile, avveniva l’insensibile scivolamento della lotta rivoluzionaria da strumento di liberazione ad assoluto in sé: si amava l’uomo in astratto solo nella misura in cui questo amore serviva a distruggere l’ordine costituito.
Tutti questi elementi, descritti da Bulgakov, Berdjaev e dagli altri autori dell’antologia Vechi (pubblicata nel 1909 da un gruppo di intellettuali russi passati dal marxismo al cristianesimo), alimentavano un clima spirituale pericolosamente incline alle tentazioni ideologiche. Affinché il totalitarismo trionfasse era necessario soltanto il ruolo di un «demiurgo», perché il terreno era già preparato.

Il ruolo di Lenin 

Autore, ma al contempo prigioniero della propria ideologia, Lenin era il vero rivoluzionario di professione, per il quale la rivoluzione non era soltanto una concezione della lotta politica, ma esauriva il senso della vita, inducendolo a rinunciare alla propria umanità, a svuotarsi del proprio io, e ad eliminare direttamente quello dei nemici. La fedeltà alla linea del Partito (che lui stesso aveva creato) era diventata il suo nuovo io.
La sua teoria del Partito unico, coscienza avanzata dell’umanità e fonte della verità, era il nucleo portante dell’ideologia sovietica, del primo totalitarismo mondiale. Quello che contava in tale ideologia non era tanto il contenuto marxista, o l’utopia comunista, ma, a monte di questo, il funzionamento patologico della ragione che creava a se stessa i propri idoli e se li autoimponeva come oggetti di fede assoluta. Questa particolare struttura di pensiero implicava l’odio per la realtà data, che si concretizzava nel rifiuto della propria storia e nella conseguente perdita di identità. Collegata a questo, la ricerca costante del nemico, che giustificasse una concezione della vita come distruzione e lotta.
La politica antireligiosa non occupava il primo posto nell’attenzione di Lenin, ma solo perché tutta la sua politica in quanto tale era antireligiosa, ossia radicalmente antiumana, e le misure direttamente indirizzate contro la Chiesa erano solo un epifenomeno del suo vasto progetto generale. Certo, per ottenere il risultato voluto, era stato necessario distruggere nella mentalità comune il riferimento al Dio trascendente, per lasciare che la coscienza fosse modellata dalla sola ideologia comunista. Così, a partire dal 1922, accanto alla persecuzione diretta del clero e alla chiusura totale delle chiese, era nato un intero apparato per la propaganda e formazione antireligiosa.

L’onda lunga del comunismo 

La mentalità dell’élite rivoluzionaria doveva però essere trasformata in mentalità generale. Lo sviluppo successivo della «società sovietica» vera e propria ha comportato lo sforzo di inculcare nella massa questo tipo di pensiero ideologico.
Del resto, le caratteristiche stesse del pensiero ideologico erano quanto mai propizie all’assimilazione da parte di una massa atomizzata. Inoltre, per rendere «patrimonio comune» la morale rivoluzionaria, il Partito aveva trovato i giusti stimoli e deterrenti: in primo luogo, la propaganda, che andava però sempre unita all’intimidazione, al terrore fisico e al ricatto morale. Intendiamo parlare degli arresti senza motivo, delle condanne senza reato, delle esecuzioni senza processo, dei lager, delle deportazioni, dell’etichetta micidiale di «nemico del popolo», dell’uso degli ostaggi, della vendetta sui familiari e così via.
In questo modo, nel giro di un decennio la massa aveva stabilmente assimilato il concetto che l’unica fonte di verità e di bene era lo Stato/Partito, che la coscienza non risiedeva più nell’intimo ma nel collettivo, e che era reale non ciò che esisteva, ma quanto veniva dichiarato dalla fonte del potere.
L’esempio classico che illustra questo stato di cose è quello del dodicenne Pavlik Morozov che nel 1930 aveva denunciato e fatto fucilare il proprio padre come «nemico del popolo» e che, ucciso a sua volta per vendetta, era stato glorificato come eroe nazionale e icona dell’uomo nuovo. Questo distacco dalla realtà e dal comune senso morale è stata l’operazione «culturale» più impegnativa e riuscita del regime: fare in modo che un popolo intero accettasse di credere non a quello che vedeva e toccava, ma a quello che gli veniva predicato, e che amasse chi lo tormentava. Del resto, questa distruzione di enorme portata era l’unica condizione che potesse garantire, a lungo termine, la stabilità del regime.

L’ideologia è morta, viva l’ideologia 

Nikolaj Berdjaev aveva osservato che la negazione della Verità trascendente finisce per deformare la struttura della coscienza umana, rendendole impossibile distinguere il bene dal male, addirittura la realtà dall’immaginazione. Questo fenomeno, che si è verificato su scala enorme in Unione Sovietica, conteneva in sé il segreto del successo del regime, ma anche l’origine della sua rovina. Infatti, la distruzione della creatività e il disprezzo della realtà, per paura o per calcolo, in nome del piano quinquennale o della direttiva del Partito, ha reso impossibile il normale funzionamento dell’economia e dello Stato, che invece hanno bisogno di risultati reali e non della tufta, (nel gergo dei lager il «bidone») eretta a principio sociale.
La distruzione dell’io umano ha generato nei paesi comunisti ogni genere di mistificazione e di mito, ha permesso ogni sorta di mostruosa ferocia e genocidio, ma ha creato anche il risibile fantoccio di un ideale impossibile da realizzare. Non c’è via d’uscita da questo ginepraio se non ripartendo dal nucleo profondo del pensiero ideologico, dall’uso della ragione e dal soggetto che se ne fa carico. Questo, almeno, è quello che avevano capito e di cui avevano fatto esperienza i dissidenti sovietici, che sicuramente hanno dato una spallata al potere ideocratico. Al di fuori della realtà e della persona come valore primario e assoluto non c’è modo di uscire da questa logica, se no l’ideologia è destinata a riprodursi nello spazio e nel tempo come un’idra di Lerna.

«il Timone» n. 59, gennaio 2007

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