Il corpo umano non è mai in vendita

Il Consiglio d’Europa ha adottato un importante documento di indirizzo per un’efficace attuazione nei 47 Stati membri del principio che proibisce di trarre profitto dal corpo umano e dalle sue parti. Il documento riguarda in particolare la donazione di cellule, sangue, tessuti e organi. Il principio è sancito nell’articolo 21 della «Convenzione sui diritti dell’uomo e la biomedicina» dello stesso Consiglio. La Convenzione viene usualmente citata con il titolo breve, ma il titolo completo merita di essere riportato integralmente perché denso di significati: «Convenzione per la protezione dei diritti dell’uomo e della dignità dell’essere umano nei confronti delle applicazioni della biologia e della medicina: Convenzione sui diritti dell’uomo e la biomedicina». Il principio del divieto di trarre profitto dal corpo umano e dalle sue parti si fonda sul rispetto dei diritti e della dignità dei donatori, viventi o deceduti, e delle persone che ricevono, a scopo terapeutico, materiale biologico. Inoltre, esso contribuisce alla promozione della donazione altruistica, volontaria e non remunerata e alla sicurezza e qualità del materiale biologico donato. Sull’illegittimità di un eventuale profitto dal corpo umano e dalle sue parti non vi sono dubbi: l’articolo 21 della Convenzione stabilisce una chiara proibizione. Sulle modalità di applicazione del principio, invece, possono esservi divergenze. Infatti, pur avendo sottoscritto i medesimi principi generali enunciati nella Convenzione, i diversi Paesi hanno adottato diverse modalità di attuazione. È questo il motivo per il quale il Consiglio d’Europa ha istituito un gruppo di esperti con l’incarico di elaborare un documento di indirizzo per l’implementazione dell’articolo 21. Affermando che il materiale biologico umano non può essere oggetto di commercio non si può ignorare il fatto che la raccolta, la conservazione, l’utilizzo di materiale biologico umano a scopo terapeutico o di ricerca inevitabilmente comportano costi e movimenti di ingenti somme di denaro. Occorre, quindi, stabilire criteri operativi comuni per delineare i confini della liceità delle azioni. Il divieto di trarre profitto include donatori viventi, familiari di donatori deceduti e terze parti. La violazione del principio favorirebbe lo sfruttamento delle persone più vulnerabili, che troverebbero nella “donazione” una possibilità di guadagno. Il principio generale deve essere applicato a ogni tipo di donazione di materiale biologico di origine umana, indipendentemente dal tipo di materiale donato e dallo scopo (terapeutico o di ricerca) della donazione. L’applicazione di tale principio può essere, eventualmente, differenziata in relazione alle diverse tipologie di materiale biologico e di donazione: è evidente, per esempio, che la donazione di sangue e di un organo sono atti tra loro molto diversi che richiedono sistemi di governance specifici. Nel documento si riconosce che la «neutralità finanziaria» e il concetto di «donazione non retribuita» sono compatibili con rimborsi e risarcimenti per i donatori ma soltanto quando vi siano reali e documentate perdite a danno dei donatori stessi. I rimborsi si riferiscono a costi realmente sostenuti per la donazione (ad esempio rimborso per spese di viaggio) e a vere perdite di guadagno direttamente associate alla donazione. I risarcimenti si riferiscono a danni o complicazioni sanitarie direttamente attribuibili alla donazione. Tuttavia è necessario tracciare una linea ben definita tra legittima compensazione e benefici finanziari, o di altro tipo, assimilabili a pagamenti. Ciò preclude incentivi per i donatori sotto forma di “premi” con valore monetario e trasferibili a terzi. Preclude, inoltre, la possibilità di tariffe preferenziali per cure non legate alla donazione per qualsiasi persona disposta a donare cellule, tessuti o organi. Nel documento si discute anche l’applicazione del principio di non commerciabilità rispetto alla necessità di pagare servizi tecnici e medici associati alla donazione e alla lavorazione del materiale. Le procedure, infatti, hanno dei costi e il personale addetto deve essere retribuito. Anche in questo caso il legittimo, e doveroso, rimborso delle spese sostenute non deve sconfinare in forme di profitto. Da materiale biologico umano donato è possibile sviluppare prodotti efficaci in ambito terapeutico o utili per la ricerca. Si pone quindi il problema di possibili sviluppi commerciali. C’è un’ampia convergenza nel ritenere ciò inammissibile per prodotti cosmetici mentre caute aperture per prodotti a uso terapeutico o di ricerca sono espresse da varie istituzioni purché siano rispettati alcuni requisiti, tra cui: informazione e consenso, eventuale partecipazione dei pazienti al profitto, garanzia che la buona pratica clinica non sia condizionata da scopi commerciali. I legislatori e le autorità nazionali competenti hanno il compito di attuare il principio che proibisce il profitto, definendo regole appropriate per garantire che ogni ricompensa offerta ai donatori non sconfini in un incentivo economico. Le stesse istituzioni hanno anche il compito di diffondere la cultura della donazione volontaria, responsabile e non remunerata. Tale cultura contribuisce anche a mantenere la credibilità del sistema e la fiducia da parte dei cittadini verso le istituzioni.
responsabile Unità di Bioetica e presidente del Comitato etico dell’Istituto superiore di sanità

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