Il fiorire di una nuova vita fra i Pellerossa

kateriLa prima puntata è dedicata a Kateri Tekakwitha, una giovane indiana irochese, vissuta a Montreal nel XVII secolo. A undici anni abbraccia il cristianesimo. Rifiutando gli schemi imposti dalla sua tribù, conduce una vita di mortificazione, lavoro e preghiera. Nel 1980 Giovanni Paolo II l’ha beatificata Le cittadine di Auriesville e Fonda si perdono tra le verdeggianti colline della campagna dello Stato di New York, là dove l’arteria principale dello Stato punta a nord verso Montreal.Quando si visita il santuario dei martiri nordamericani, sembra che ciò che accadde nel XVII secolo tra gli irochesi e otto preti missionari francesi resti ancor oggi seminascosto. L’atteggiamento di dimenticanza del fatto cristiano fa sì che la piccola zona dove ebbe luogo il martirio di Jogues e Jean de Brebeuf risulti assolutamente tagliata fuori dal mondo, sia geograficamente sia storicamente.

Ma diventa ben presto evidente che quanto accadde in quel luogo ebbe un’importanza storica molto maggiore di quanto lasci trasparire quella remota località dimenticata dal mondo.La vita cristiana di Kateri (Caterina) Tekakwitha, anche se lei non conobbe personalmente Jogues e de Brebeuf, scaturì dai loro seguaci, che avevano lasciato le bellezze e le comodità della Francia per testimoniare la gloria terrena di Cristo tra i nativi del Nuovo Mondo. Fu nei pressi di Montreal nel 1666 che Kateri, allora undicenne, incontrò per la prima volta questi uomini e fu così colpita da essere immediatamente attratta dal cristianesimo, e tre anni più tardi, quando nel suo villaggio si insediò una missione permanente, iniziò la preparazione al Battesimo. Immediatamente la proposta dei missionari divenne per lei qualcosa di umanamente affascinante, al punto da rinunciare alla tranquilla esistenza della sua tribù.

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Rispondendo a questo profondo desiderio di conoscere Cristo i gesuiti padre James de Lamberville, Peter Chauchetière e Cholenec fecero tutto il possibile per assisterla nell’accogliere le grazie che Dio aveva generosamente dispensato su di lei. Non ci volle molto perché Kateri comprendesse che la proposta che queste persone stavano facendo alla sua umanità era qualcosa che avrebbe consentito alla sua vita di sbocciare.

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Una virtù rinsaldata dalla fede
Fin da quando era bambina, anche prima di incontrare i missionari francesi, Kateri era nota per il suo carattere virtuoso. Non era per nulla attratta da tutto ciò a cui normalmente aspiravano le donne iroquois, vale a dire il matrimonio con un iroquois che le garantisse una vita sicura. Al contrario, fin dall’infanzia dimostrò di amare la solitudine e il lavoro. I suoi amici e parenti insistevano parlandole del matrimonio, e la gente del villaggio la prendeva in giro per la sua riluttanza. Anche prima di essere battezzata, infatti, Kateri mostrava la propria stima per la verginità e una vita riservata, e forse questi erano già segni della grandezza del compito per il quale quella misteriosa Presenza l’aveva prescelta.I padri Cholenec e Chauchetière, due dei missionari che furono testimoni oculari della sua vita accanto ai biografi ufficiali, e padre James de Lamberville, il sacerdote responsabile della Missione di St. Peter, compresero immediatamente la sua eccezionale virtù e capirono che questa sarebbe stata profondamente rinsaldata dai sacramenti della Chiesa.

L’amicizia: un seme di grazia
Kateri era figlia di una donna algonchina che era una cristiana devota; quando sua madre, suo padre (un mohawk) e il fratello minore morirono in un’epidemia di vaiolo, la donna che venne a esercitare la principale influenza su di lei fu Anastasia Tegonhatsihongo, un’altra cattolica la cui amicizia l’avrebbe influenzata fino alla morte. Anastasia divenne per lei come una seconda madre, e anche se Kateri viveva con la sorella maggiore, che faceva tutto il possibile per costringerla a scegliere la normale vita di donna indiana sposata, fu la grande fede di Anastasia e la sua sollecitudine verso Kateri a tenerla sul cammino che le era destinato.Benché fin dalla tenera infanzia Kateri avesse mostrato di disdegnare ogni abbigliamento femminile immodesto e di odiare tutto ciò che portasse all’impurità, nel 1676, preoccupato del fatto che la promiscuità sessuale tra gli irochesi non battezzati potesse contrastare l’ardore religioso di Kateri, padre James de Lamberville la spostò dalla Missione di San Pietro, situata in quella che ora è la città di Fonda, e la inviò alla Missione di San Francesco Saverio a Sault Saint Louis, vicino a Montreal, dove riteneva che una fede come la sua potesse esprimersi meglio. Fu qui che Kateri strinse amicizia con Mary Theresa Tegaiaguenta, un’altra giovane convertita battezzata dai missionari. Mary Theresa divenne una compagna inseparabile per lei, sotto la guida del suo direttore spirituale, il quale sentiva che la loro amicizia sarebbe stata un incitamento per la loro fede.

Gli indiani cristiani e il senso del peccato
Come scrisse san Paolo: «Dove abbonda il peccato vi è abbondanza di grazia». Mentre da una parte vigevano ubriachezza e promiscuità tra gli indiani, dall’altra l’umiltà e la pura semplicità con cui molti indiani cristiani usavano notoriamente mortificarsi per espiare i propri peccati e quelli dei loro fratelli pagani è profondamente commovente: si sottoponevano spesso a mortificazioni corporali come quella di immergersi nella neve fino al ginocchio, a piedi nudi e spogliati fino alla cintola, recitando il rosario, oppure in pieno inverno facevano un foro nel ghiaccio su un lago e si infilavano nell’acqua gelida, sempre come gesto di penitenza. Kateri non si fermava davvero davanti a nulla pur di dimostrare fisicamente il suo amore per Cristo e per la Sua Beatissima Madre in ogni maniera possibile, e questo fu il motivo per cui si diede ad atti di mortificazione tanto duri come mettersi un carbone ardente tra le dita dei piedi (anche se il giorno successivo, in effetti, non riportava alcun segno di ustione sul piede, come poterono constatare i sacerdoti) e dormire su un letto di spine, come aveva sentito dire che faceva san Luigi Gonzaga.

Pensava di compiere questi atti in segreto, per tutta la vita, ma quando questo fece sì che la sua già fragile salute peggiorasse drasticamente, Mary Theresa sospettò che Kateri si fosse spinta troppo oltre nelle sue penitenze e le disse: «Lo sai che offendi Dio compiendo questo genere di eccessi senza il permesso del tuo confessore?». Nella positio ufficiale della sua causa di canonizzazione padre Cholenec scrive: «L’ombra del peccato fu capace di farle rivelare questi atti insoliti, che senza questa preoccupazione avrebbe tenuti segreti per tutta la vita. Mi cercò immediatamente e mi rivolse queste parole: “Oh, padre, ho peccato!”. Poi mi raccontò tutta la vicenda, e benché in cuor mio l’ammirassi, finsi di essere dispiaciuto e la ripresi per la sua imprudenza e per evitare che lo rifacesse le ordinai di gettare nel fuoco i rovi spinosi, cosa che lei fece con grande ubbidienza». I suoi gesti erano motivati da un duplice desiderio: fare perpetua offerta della sua anima a Gesù nella Santa Eucarestia e del suo corpo a Gesù crocifisso, nella gratitudine per tutto ciò che Egli le aveva donato eleggendola per il Battesimo e morendo per lei. Quando aveva sentito raccontare delle mortificazioni corporali che si infliggevano i grandi santi, era andata a lamentarsi da padre Cholenec perché non le aveva mai parlato di queste pratiche. Non bisogna dimenticare che Kateri era una donna semplice, cresciuta in un ambiente selvaggio, e così i suoi gesti di penitenza e mortificazione erano come quelli di un bambino che faceva di tutto per dimostrare il suo amore.

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Sublime dono della preghiera
Padre Cholenec parla anche del dono della preghiera, dicendo: «Grazie al suo profondo desiderio di unirsi a Dio nelle sue preghiere, Kateri ottenne, senza altro maestro se non lo Spirito Santo, un sublime dono di preghiera, assieme a una dolcezza celestiale, tanto che spesso poteva trascorrere parecchie ore di fila immersa in questa intima conversazione con Dio». Non lo faceva, tuttavia, in alternativa rispetto ai doveri concreti della sua vita; aveva infatti la coscienza che l’intera realtà fosse il posto dove Lui andava ricercato e trovato. Continua padre Cholenec: «Affezionandosi a Dio, si affezionava al lavoro, come un autentico mezzo per essere unita con Lui, e come pure per conservare durante l’intera giornata le buone ispirazioni che aveva ricevuto la mattina ai piedi dell’altare». Discutendo del rapporto di Kateri con Anastasia, padre Cholenec prosegue: «Per questo motivo strinse una grande amicizia con la buona Anastasia… Avevano il medesimo intento, cioè la ricerca di Dio e non solo gli offrivano il loro lavoro, ma mentre svolgevano le proprie mansioni si intrattenevano in pie conversazioni… Così Katharine santificava il suo lavoro anche con conversazioni spirituali».

Come era usanza tra i mohawk, il periodo dopo Natale era dedicato alla caccia nei boschi. Anche se Kateri più tardi si dispiaceva perché il tempo passato nei boschi era tempo rubato alle cose attraverso le quali sentiva di poter entrare più direttamente in contatto col Signore, l’Eucarestia, era decisa a dimostrare al suo popolo che la virtù da lei coltivata poteva essere perseguita anche là, e così andò nei boschi con il fermo proposito di vivere la memoria di Cristo anche in queste difficili circostanze. Scrive ancora padre Cholenec: «Avanzava visibilmente e approfittando di tutto, traeva da ogni cosa le motivazioni e i mezzi per crescere nella grazia e nella santità, e per affezionarsi sempre più a Nostro Signore. Secondo l’opinione di una persona di grande giudizio che la conosceva, Kateri viveva già unita a Cristo. Infatti gustava già tutta la dolcezza di quello stato di beatitudine senza essere passata attraverso le fasi preparatorie».

Malattia e morte a ventiquattro anni
Come la straordinarietà della sua vita, così anche la morte di Kateri Tekakwitha è per noi una prova evidente dell’eccezionalità del “sì” a Cristo di questa Santa. All’età di ventiquattro anni, il giovedì della Settimana Santa, alle tre del pomeriggio, lasciò questo mondo dopo aver sofferto per un anno per una malattia che «la lasciò con una leggera febbre e un forte dolore di stomaco». Il sacerdote incaricato della pastorale degli ammalati nella missione ricorda quanto spesso Kateri sorridesse durante la sua malattia, e come persino al momento della morte lei fosse stata un segno straordinario per i fedeli e anche per i pagani del suo villaggio. Un’altra donna, di ventidue anni, aveva chiesto il giorno precedente di poter andare nei boschi per compiere un gesto di penitenza per impetrare per lei una morte serena, e padre Cholenec l’aveva consentito.

Questa ragazza indiana compì gesti di mortificazione per quindici minuti e poi tornò da lui sanguinando. Non appena lo venne a sapere, chiese che la ragazza si recasse al suo capezzale, e quando arrivò le prese il braccio, glielo strinse e disse: «So di cosa sto parlando, sorella mia, so da dove vieni e cosa hai fatto. Vai, fatti coraggio, rassicurati di agire secondo il volere di Dio e io ti aiuterò quando sarò con Lui».Così profondamente credeva nella fedeltà di quella Presenza di cui si era innamorata nei ventiquattro anni della sua breve vita. Quindici minuti dopo la sua morte, i testimoni presenti affermano che il suo volto assunse una bellezza straordinaria, tanto che uno dei due coloni francesi che passavano presso la casa disse: «C’è una ragazza che dorme in pace».Sei giorni dopo la sua morte apparve a un devoto indiano suo compaesano che le aveva fatto un grande favore quando era in vita, e questo fu solo l’inizio di una serie di apparizioni e guarigioni da lei operate. Padre. Cholenec riferisce di una di queste: «Ma Dio parlò ancora più chiaramente della santità e dei meriti di Katharine, la Sua sposa, attraverso prove autentiche, e le molteplici grazie che aveva già dispensato e continua a dispensare a tante persone mediante la sua intercessione».

Dichiarata venerabile nel 1943, Kateri Tekakwitha fu poi beatificata da papa Giovanni Paolo II il 22 giugno 1980. La sua causa di canonizzazione è attualmente in corso, ma già ora la gente si rivolge a Kateri implorando la sua intercessione per ottenere miracoli. È inutile dirlo: proprio come Dio stesso si incarnò per mostrarci che Lui è la via e il nostro stesso destino, così la separazione fra il reale significato di questo mondo e le realtà fisiche che di esso possiamo vedere, sentire e toccare, è una separazione che la vita di un santo, rende praticamente inesistente.

Dino d’Agata
Testimonianze di vita cristiana nel Nuovo Mondo