Il missionario nomade che gira il Bangladesh in bici

Bangladesh_1408CH-11Padre Bob vive un tentativo radicale e genuino di primissimo annuncio.   

Sveglia alle 4; preghiera, colazione, alle 7 e’ sulla bicicletta. Ogni giorno  macina decine di chilometri in citta’, fuori, dovunque ci sia un malato o  qualcuno con problemi fisici. Non e’ medico, non distribuisce soldi, non  dirige strutture ne’ organizzazioni. Una volta la settimana va a Dhaka in  autobus con due o tre persone che affida a qualche progetto di interventi  gratuiti ora su un labbro leporino, ora su cataratte o su un piede deforme.  Pernotta e ritorna alla stanzetta in affitto che è cucina, studio, cappella,  salotto, e dove dorme con la bicicletta accanto al letto. A chi chiede  risponde: «Sono un missionario cristiano, seguo il mio profeta, Gesù, che  “passò beneficando e risanando” (At 10, 38)».  Gioviale ma di scorza dura, padre Bob McCahill ha passato i 70 e continua  tenacemente a cercare non di dialogare con i sapienti della comunità  islamica, ma d’incontrare la gente che suda e soffre vivendo la fede in cui  è nata, per portare loro un tocco del Regno. Tronca subito ogni polemica:  «Sì, sono americano, ma non sono Bush. Sì, credo che Gesù è figlio di Dio,  che è uno e trino, ma bisticciare su Dio è da pazzi». Verso le 15 torna a  casa e riposa, poi celebra l’Eucaristia, studia, scrive e chiacchiera con  chi va a trovarlo. Riso e verdure per la cena e poi a letto. 

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Tre anni di questa vita per «beneficare e risanare», poi, come Gesù,  «passa»: insalutato ospite va e ricomincia altrove, dove nessuno ha mai  conosciuto un cristiano. Padre Bob è felice di vivere così il tentativo più  radicale e genuino che io conosca di effettuare un «primissimo annuncio»  chiaro e rispettoso, fra le genti dell’islam.  Non critica nessuno, ma il suo stile di vita interroga gli altri missionari,  inseriti nelle piccole comunità cristiane e impegnatissimi in scuole,  parrocchie, dispensari, ostelli, catechesi, organizzazioni.

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È lo stile  giusto? 

È doveroso ammettere che molti di noi creano e dirigono strutture, si  affaticano in costruzioni e organizzazioni, perché non sanno fare altro.  Abbiamo bisogno di un ruolo che ci dia un certo potere, ci faccia tenere il  coltello per il manico, di una scrivania fra noi e l’interlocutore, di una  comunità che ci avvolga; immersi «alla pari» fra la gente, tanto più fra  credenti di altre religioni, ci sentiremmo smarriti. Più che fare missione,  facciamo opere missionarie e la testimonianza si arena: ammirano  l’efficienza, invidiano la disponibilità economica, sospettano motivazioni  nascoste o di conquista. Non s’arriva al cuore.  Però non è sempre e solo così. Tanti hanno iniziato più o meno come padre  Bob, per sentire poi che la carità evangelica chiedeva di offrire un aiuto  più efficiente e più ampio. 

Suor Silvia Gallina, un ciclone di attenzione, affetto e compassione per i  poveri, negli anni Sessanta-Settanta era forse l’unica donna in Bangladesh a  guidare una Vespa con cui faceva la spola fra le case dei malati e  l’ospedale, portando a rotta di collo anche le partorienti. Erano gesti  immediati, da cui sprizzava la sua carica umana e e una fede senza parole.  Ma ha forse amato e testimoniato meno quando, per accogliere chi veniva da  lontano e per aiutare più malati, s’è organizzata costruendo per loro un  rifugio, ha maneggiato soldi dei benefattori, ha dato tempo (brontolando)  alla contabilità?  Prendendo carne, il Verbo ne ha accettato l’opacità, per cui molti lo hanno  frainteso, negato e calunniato; ne ha accettato il peso fino alla croce. 

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Un guru  che vivesse di esercizi ascetici e astrazioni spirituali, dimenticando la  polvere, il sudore e la fragilità sua e dei fratelli sarebbe testimone solo  di se stesso, tanto quanto un «missionario manager» che si preoccupasse  soltanto del perfetto funzionamento delle sue opere, pastorali o sociali che  siano. Il metodo ha valore, ma è sempre e comunque un filtro «opaco». Il  Vangelo passa da persona a persona, si legge negli occhi, si percepisce  nella passione con cui seguiamo Cristo nella sua incredibile missione di  dare a Dio un cuore di carne.  Abbiamo bisogno di padre Bob e di suor Silvia, di interrogarci sul nostro  modo di essere uomini e donne fra altri uomini e donne, loro e noi «nudi»  davanti al mistero di Dio. E abbiamo bisogno di non trovare risposta a  queste domande.   

* Missionario del Pime in Bangladesh

Franco Cagnasso