Il Pane degli Angioli (dai Fioretti di Santa Chiara)

Il pane, condito con un po’ d’olio, era spesso l’unico cibo delle “povere donne” di San Damiano. Qualche volta mancava anche quello, se non interveniva Chiara con qualche miracolo.

Ma quello che non mancava mai era il pane degli Angioli, il pane dell’Eucaristia. Chiara poteva star senza il pane comune, ma non poteva fare a meno di quello che il sacerdote consacrava sull’altare e distribuiva attraverso la grata di ferro. Anche in questo Chiara si dimostrava buona discepola di San Francesco, il quale non si stancava di dire e di scrivere ai suoi frati: “Prego tutti voi, fratelli, baciandovi i piedi e con quanto ardore posso, di tributare tutta la riverenza e tutto l’onore che potete al Santissimo Corpo e al Sangue del Signor nostro Gesù Cristo”.

Dona ora. Grazie!

Diceva anche ai compagni:

— Se mi accadesse d’incontrare nel medesimo tempo un Santo disceso dal cielo e un povero sacerdote, farei prima di tutto onore al sacerdote, correndo a baciargli le mani. Direi al Santo: Oh, aspetta, San Lorenzo, perché le mani di costui toccano il Verbo di vita, e possiedono un potere sovrumano.

E qual’era il potere sovrumano dei sacerdoti? Era quello di mutare nel corpo di Gesù un pezzetto di pane, cioè quello d’amministrare l’Eucaristia.

Chiara aveva una grande devozione per l’Eucaristia e un grande rispetto per i sacerdoti ai quali Gesù, nell’ultima cena, diede il potere di consacrare il pane e il vino. Quand’era malata, si faceva tirar su, a sedere sul letto di sarmenti o di paglia. Appoggiata a un sacconcello posto alle sue spalle, chiedeva lino, che filava, tesseva e cuciva, per far corporali. Li mandava poi in regalo ai sacerdoti poveri, perché tenessero pulita la biancheria dell’altare e specialmente quella del calice.

Lasciare una Comunione era per Chiara un grande dolore, specialmente nei giorni di festa.

Un anno si trovò nella triste condizione di non poter ricevere l’Eucaristia nella notte di Natale. Natale era per lei, come per San Francesco, la festa più commovente dell’anno, perché Dio, padrone dell’universo, si era fatto, in quel giorno, povero tra i poveri, nascendo in una stalla.

— Se io potessi parlare all’Imperatore, — diceva un giorno San Francesco — vorrei pregarlo di emanare un comando generale, perché tutti coloro che lo possono, spargano per le vie frumento e granaglie nel giorno di Natale, sicché in un giorno di tanta solennità gli uccelli abbiano cibo in abbondanza.

E come gli uccelli erano desiderosi di beccare granelli di frumento, Chiara desiderava di recarsi, nella notte di Natale, in chiesa per ricevere il cibo dell’anima, cioè l’Eucaristia.

Ma quell’anno si trovava a letto, gravemente malata. Non volle che nessuno restasse ad assisterla. Le “povere donne” di San Damiano dovevano andare tutte in chiesa, alla Santa Messa di mezzanotte, a ricevere il pane degli Angioli.

Chiara rimase sola, nel nudo e squallido dormitorio, distesa sull’aspro letto, con le braccia incrociate sul petto e con lo struggente desiderio di partecipare alle funzioni liturgiche di quella notte santa.

Le campane di Natale, nel grande silenzio ovattato dalla neve, avevano una voce più profonda e più dolce del solito. Chiamavano la gente lontana, invitandola all’alleluja del grande evento.

Chiara ascoltava quel suono, lento e gaudioso, con l’anima piena di amore per il Bambino Gesù. E ripensava alla notte di Greccio, quando San Francesco volle ricreare al vivo, nel bosco, dentro una vera grotta, la scena della Natività.

La sua preghiera era un fervido atto d’amore verso Dio misericordioso, che veniva al mondo per soffrire e salvare gli uomini dal peccato.

Con gli Angioli, ripeteva piangendo di gioia, il canto di ringraziamento e di speranza: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace agli uomini di buona volontà”.

Passarono le ore. Il suono delle campane si spense, e dopo qualche tempo Chiara udì i passi leggeri e cauti delle compagne che, precedute da una lucernina, rientravano, dopo il mattutino, nel gelido dormitorio.

Esse erano ancora commosse dall’officiatura divina.

— O madre nostra, suora Chiara, — dissero all’ammalata — che grande consolazione abbiamo avuto in questa santa notte della Natività! Fosse piaciuto a Dio che anche voi foste stata con noi!

Chiara sorrise dal suo giaciglio e rispose alle compagne:

— Grazie e lode al Signore, sorelle mie carissime, perché questa notte io ho ricevuto maggior consolazione di voi. Per intercessione del nostro padre San Francesco, ho assistito ad ogni solennità di questa santissima notte. Con le mie orecchie ho udito il canto, il suono e tutto l’Uffizio della Messa. Ho veduto la Vergine e San Giuseppe. Ho assistito alla nascita del Bambino Gesù, nel presepio di Betlemme. Non solo. Ho ricevuto una grazia anche più grande, perché il Signore ha soddisfatto il mio più vivo desiderio, porgendomi la Santa Comunione. Sia sempre benedetto nella grande bontà per questa sua povera serva malata, che stanotte ha voluto ricolmare di cibo spirituale.

Fonte: I fioretti di Santa Chiara

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