Il peccato e la coscienza

peccatoQuando la dottrina cattolica parla del timore di Dio come dono dello Spirito Santo intende quel dono interiore per cui temiamo di allontanarci dall’aiuto di Dio e quindi non è Dio l’oggetto del timore ma la sua assenza

Infatti, per la dottrina cattolica, se dopo il peccato ( peccare significa sbagliare strada )- che è colpevole quando è frutto di una situazione soggettiva di piena avvertenza e di deliberato consenso – non correggiamo la rotta e non cerchiamo di riparare il male fatto, rischiamo di rimanere nella schiavitù del peccato e di perdere progressivamente la consapevolezza del peccato stesso.

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In una sua conferenza, tenuta presso l’università di Siena, e dedicata al tema -coscienza e verità -, il cardinale Joseph Ratzinger così ha spiegato l’importanza di conservare la coscienza del peccato:”- il senso di colpa, che rompe una falsa serenità di coscienza e che può essere definito come una protesta della coscienza contro la mia esistenza soddisfatta di sé, è altrettanto necessario per l’uomo quanto il dolore fisico, quale sintomo, che permette di riconoscere i disturbi alle normali funzioni dell’organismo.
Chi non è più capace di percepire la colpa è spiritualmente ammalato, è un – cadavere vivente – (…). Il non vedere più le colpe (…) è una malattia spirituale più pericolosa della colpa (…). Chi non è più in grado di riconoscere che uccidere è peccato, è caduto più profondamente di chi può ancora riconoscere la malizia del proprio comportamento, poiché si è allontanato maggiormente dalla verità e dalla conversione (…). Non è mai una colpa seguire le convinzioni che ci si è formate, anzi uno deve seguirle. Ma non di meno può essere una colpa che uno sia arrivato a formarsi convinzioni tanto sbagliate e che abbia calpestato la repulsione verso di esse(…). La colpa quindi si trova altrove, più in profondità: non nell’atto del momento, non nel presente giudizio della coscienza, ma in quella trascuratezza verso il mio stesso essere, che mi ha reso sordo alla voce della verità ed ai suoi suggerimenti interiori -“. (1)

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Ogni desiderio che abbiamo costituisce una sorta di -messaggio- che sollecita l’intervento, la risposta della ragione e della volontà. Dal punto di vista della risposta al messaggio il primato spetta alla ragione perché è l’intelletto che propone alla volontà ciò su cui essa esercita il suo potere di scelta. Tuttavia la volontà, in quanto libera e sovrana su tutte le facoltà dell’uomo, è superiore alla ragione.

La volontà, impressionata e suggestionata dalla forza delle passioni disordinate, può scegliere di porre la ragione al servizio di ciò che è male: in questo modo l’uomo può avviare un dialogo con se stesso attraverso il quale si giustifica e si persuade che è falso o quanto meno dubbio ciò che non vorrebbe che fosse vero. Lentamente, lungo questa strada sbagliata, l’individuo perde progressivamente consapevolezza della verità e trasforma il male in bene.

Il sacramento della confessione o penitenza o riconciliazione, per il cattolico, rappresenta un intervento speciale di Dio, un sacramento di guarigione destinato alla coscienza affinché conservi consapevolezza del peccato: la consapevolezza del peccato è la condizione senza la quale l’uomo non può continuare a chiedere perdono e quindi aiuto a Dio.

Il sacramento della confessione dà le grazie necessarie che illuminano la mente ed incoraggiano la volontà in modo che l’uomo possa perseverare nello sforzo di combattere contro il male personale e sociale.

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Per la dottrina cattolica l’incapacità colpevole di chiedere perdono è propriamente il peccato contro lo Spirito Santo che non sarà perdonato perché il peccatore, persistendo con il peccato nella sua avversione a Dio, finisce per uccidere la sua coscienza: dopo aver trasformato in maniera progressiva e continuativa il male in bene e il bene in male, l’individuo rischia di ripiegarsi per sempre su se stesso e di vagare eternamente nel labirinto di una realtà virtuale costruita dalle proprie illusioni.

E’ un fatto di esperienza interna che tutti abbiano conoscenza di una legge naturale, anche se talvolta vaga e indeterminata, che comporta un dovere da parte nostra, il dovere di rispettare il diritto dell’altro.

Anche il criminale più incallito, anche l’ideologo più scettico e relativista hanno un’idea molto precisa del male, almeno nel momento in cui subiscono un’ingiustizia; in quel momento si percepiscono come soggetto di diritti che nessun altro può offendere. Quando un carcerato malmena il criminale che gli siede accanto e lo priva della sua porzione di cibo sente di compiere un’azione cattiva. Se, per esempio, privo il mio migliore amico del suo posto di lavoro testimoniando il falso contro di lui, sento di compiere un’azione cattiva, sento di aver violato il “dovere” di rispettare il diritto dell’altro. Gli uomini sanno di poter violare con la volontà una legge naturale di cui riconoscono l’esistenza con la ragione. Si tratta del dovere di rispettare il diritto dell’altro che non viene creato da noi ma che viene soltanto scoperto e formulato da noi e precede la nostra volontà.

La coscienza di ciò che è bene, dunque, nasce dalla conoscenza dell’ordine fondamentale della realtà e delle sue leggi. Quello dei diritti naturali del prossimo è solo un aspetto della realtà: infatti, attraverso la ragione l’uomo può conoscere altri aspetti della realtà con le sue leggi e le sue finalità.

Accanto alla coscienza del bene l’uomo ha anche coscienza della “malizia” presente al suo interno: sente dentro di sé una tendenza che lo porta a ribellarsi contrò ciò che riconosce essere buono.

Dopo il peccato originale l’uomo si è ribellato a Dio e, come conseguenza, all’interno dell’uomo stesso le potenze inferiori dell’anima si sono ribellate a quelle superiori: le passioni si sono ribellate alla volontà, la volontà alla ragione e la ragione alla verità.

Questo conflitto all’interno dell’uomo trova riscontro nella frase rivolta da Dio a Caino:”” Verso di te è il tuo istinto, ma tu dominalo”. (2)

Attraverso queste parole Dio ci illumina sul conflitto di base che esiste all’interno della nostra personalità: il conflitto fra le passioni , la volontà e la ragione.

Caino, lasciandosi andare all’invidia e alla superbia consente ad esse di prendere il sopravvento sulla sua coscienza.

Da dove vengono la violenza, lo sfruttamento e il sopruso se non da questa “malizia” che si è attivata nell’uomo a seguito del peccato originale?

Forse che due popoli in guerra non sono egualmente convinti di avere ragione?

Forse che lo sfruttatore non ritiene di essere nel giusto nel frodare al dipendente il salario dovuto?

Forse che il superbo non ritiene che la sua superbia è un “doveroso riconoscimento delle proprie qualità”?

L’uomo, dunque, può abituarsi al male che fa, può, attraverso un uso distorto della ragione, giungere a trasformare il male in bene e il bene in male fino a spegnere la voce della propria coscienza. Le SS, per esempio, si erano talmente convinte del fatto che gli ebrei rappresentassero una fonte d ‘”inquinamento” per la razza umana da considerare la loro eliminazione un compito analogo a quello degli operatori ecologici.

Vivere costantemente in un sistema di menzogna diminuisce la capacità di percezione della verità. Non è mai una colpa seguire la propria coscienza ma può essere una colpa essere arrivati a formarsi delle convinzioni tanto sbagliate da aver perso la consapevolezza del male. In questo caso, per esempio, la colpa di un soldato delle SS non si trova tanto nel suo presente giudizio della coscienza ( ” uccidere un ebreo non è reato” ) ma in quella trascuratezza verso il proprio essere che lo ha reso progressivamente sordo alla verità e ai suoi suggerimenti interiori. Chi teorizza come cosa buona l ‘uccisione di un innocente si è allontanato dalla verità in modo più grave rispetto a chi uccide l’innocente e sa di aver fatto una cattiva azione. Il non vedere più la colpa è un male più grave della colpa: il giusto e fisiologico senso di colpa è necessario per l’uomo quanto il dolore fisico, come sintomo che permette di riconoscere la malattia.

Gesù dice che “”(.) larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla morte, e molti sono quelli che entrano per essa””. (3)

Bisogna concludere che la maggior parte degli uomini “uccide” la propria coscienza? No, per perdersi non basta incamminarsi lungo la strada “larga”
ma bisogna giungere alla sua fine: chi cammina lungo la strada “larga” rischia, però, di uccidere gradualmente la propria coscienza se si ostina a percorrerla

Gesù dice: “” Entrate per la porta stretta (…) : angusta è la porta e stretta la via che conduce alla vita”.

La via giusta, dunque, è “stretta” ma conduce alla vita, non solo alla vita gloriosa dopo la morte ma alla vera vita anche in questo mondo.

Infatti costruire la propria personalità richiede un “lavoro”, il lavoro di chi mette ordine dentro se stesso, in modo che le passioni siano poste al servizio della volontà, la volontà al servizio della ragione e la ragione al servizio della verità. Ma da questo processo di integrazione e coordinazione gerarchica delle varie componenti psichiche, tipico della via “stretta”, nasce quella condizione che si chiama felicità, la quale raggiungerà la sua pienezza in Paradiso.

Lasciarsi andare alle proprie tendenze disordinate, invece, è una via “larga”, cioè più facile, in quanto basta non lavorare su se stessi: infatti sono “molti” coloro che camminano lungo la via “larga”.

Questa “larghezza”, questa facilità è, però, una pericolosa illusione. Non accettare la legittima sofferenza che nasce dal mettere ordine dentro se stessi produce uno stato di dolore maggiore perché la vera felicità non nasce dall’ingannevole e illusorio tentativo di evitare le difficoltà che accompagnano, inevitabilmente, ogni processo di crescita e ogni dinamica realizzativa.
La lotta contro le proprie tendenze disordinate è una lotta continua che non si conclude in questa vita.
Questa lotta è stata espressa da Cristo con mirabile chiarezza:
” Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. (4) Queste parole, apparentemente così dure, non devono spaventare.
Infatti, se da un lato il Maestro, con espressione forte, ci chiede apertamente di farci carico dell’onere che l’adempimento del proprio compito esistenziale esige, dall’altro fa presente che dalla lotta contro le proprie tendenze disordinate nasce la vera felicità e la vera pace: ” Il mio giogo, infatti è dolce e il mio carico leggero”. (5)

( Bruto Maria Bruti )

Bibliografia

1) cfr Joseph Ratzinger, Elogio della coscienza, Il Sabato, 16 Marzo 1991, pag 85, 86, 92

2) Gen 4,7

3) Mt 7, 13-14

4) Mt 16,24

5) Mt 11,30