Il volto nel pozzo (dai Fioretti di Santa Chiara)

Chiara capì la lezione. Anche Francesco non era che cenere, e cenere era essa, pur così chiara e casta. La superbia spirituale poteva essere ruggine per le anime delle penitenti e tarlo per i cuori amanti di Gesù. Francesco, intonando il Miserere, aveva rico­nosciuto la sua miseria e la sua debolezza. Anche l’uomo più grande e più forte non poteva nulla senza l’aiuto del Signore. Bisognava dunque pregare, perché l’orgoglio, scacciato dalla porta della mondanità, non tornas­se a tentare l’anima dalla parte della spiritualità. Chiara perciò pregava. Pregava all’ore cano­niche, in coro ; pregava nel lavoro ; pregava nel mangiare ; pregava nella notte, sollevandosi dal suo giaciglio di sarmenti. La perpetua preghiera dava al suo volto ri­flessi di luminosità. « Quand’essa tornava dalla orazione – scrisse una sua compagna – la faccia sua pareva più chiara e più bella che il sole ».

Era quello che voleva Francesco, il quale, pur lontano da San Damiano, pensava a Chiara e alle sue « povere donne ». Temeva che la loro lucen­tezza si velasse, e il loro splendore si oscurasse. Egli sapeva che non bastava aver rinunziato al mondo. Bisognava rinunziare a Satana. E Sa­tana è soprattutto orgoglio. Il primo voto francescano non era quello della povertà o quello della castità : era quello della umiltà, che, bene intesa, si portava dietro gli altri due voti come necessaria conseguenza. E l’umiltà non poteva essere conservata che con la costante, sincera preghiera. Per questo Francesco in San Damiano, aveva intonato il Miserere, cioè la preghiera dell’umiltà e della pe­nitenza. Diceva Riconosco la mia iniquità e il mio peccato è sempre dinanzi a me. Contro Te solo ho peccato e ho fatto male ai tuoi occhi. Chiara, dopo la lezione della cenere, aumenta le penitenze e intensificò la preghiera. Francesco, lontano da lei, pregava per lei, per­ché la sua chiarità si facesse sempre più limpida. Nella notte, stando in preghiera; alzava gli occhi alle stelle, e chiedeva al Signore, per le sue « povere donne », lo splendore di quelle creature lucenti. Ma il firmamento palpitava lontano.

Guardare così in alto poteva essere presunzione. Francesco ebbe allora la conferma della perfetta umiltà e purezza di Chiara, guardando in basso. In una notte di plenilunio, in compagnia di Fra Leone « pecorella di Dio » attraversava le crete senesi. Giunsero stanchi a un pozzo scoperto. France­sco vi si affacciò, rimanendo lungamente a guar­dare in basso, come attratto dalla voragine buia. Quando si staccò dal parapetto, sembrava estatico. Non chiese da bere, ma continuò il cammino, cantando e lodando il Signore. Poi, quasi sentendo dietro di sé lo stupore di Fra Leone, si fermò e disse al compagno: – Frate Leone, che credi che abbia veduto in fondo a quel pozzo, riflessa sull’acqua ? – Padre mio, – rispose fra Leone – avrai ve­duto la luna che splende nel cielo. – No, frate Leone, vi ho veduto il volto di nostra sorella Chiara, che temevo in tribolazione e tentazione. Ell’era invece tutta rilucente e se­rena. Per questo il mio cuore si è messo in pace per lei e sono pieno di gioia e di riconoscenza verso il Signore. Chiara, nell’umiltà e nella preghiera, diven­tava sempre più chiara. Francesco poteva dire – Dopo Dio e il firmamento, Chiara

dai Fioretti di Santa Chiara