In Africa non si racconta quel che accade in Italia

Vi proponiamo stralci da interviste a ragazze nigeriane sopravvissute alla tratta di esseri umani per indagare aspettative e immaginario sull’Italia a confronto con quanto poi effettivamente esperito. Delle ragazze 15 erano dell’Edo State, lo Stato nigeriano più coinvolto nel traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale verso l’Europa, e sono in generale molto giovani (prevalentemente 18-23 anni) con un basso livello di istruzione.

Il quadro che emerge dalle interviste è abbastanza omogeneo, soprattutto relativamente alle difficoltà che confermano quanto delineato in precedenza. L’espressione take care ricorre spesso nelle risposte, a dimostrare il senso di abbandono vissuto da parte delle istituzioni, molto lontane dai bisogni delle persone:

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«I poveri soffrono, in Europa è molto difficile distinguere I poveri dai ricchi, non è vero? Ma in Nigeria, i poveri sono molto differenti dai ricchi […] i poveri non possono andare al supermarket perché non hanno i soldi, ma in Europa i poveri possono andare al supermercato[…] in Nigeria non si curano delle persone povere, solo di se stessi, di quelli che hanno i soldi, e delle loro famiglie».

R. O., 21 anni, Delta State

Questo quadro si fa ancora più chiaro quando le intervistate spiegano cosa manca loro della Nigeria: 13 ragazze affermano di soffrire la mancanza della propria famiglia e dei propri affetti e anche dei sapori della loro cucina tanto che il cibo viene menzionato 12 volte; solamente due ragazze parlano della libertà vissuta in Nigeria, ad esempio rispetto al fatto di non avere bisogno di documenti per lavorare o di poter camminare tranquille perché “la Nigeria è il mio Paese” (H. P., 29 anni, Ondo State). Come in uno specchio, quello che invece appare positivo nell’Italia è proprio, al contrario, la presenza di infrastrutture quali le strade e l’elettricità (nominate per 8 volte), il senso di cura che le ragazze intervistate notano, non solo nel Governo, ma anche nella polizia, che “ ti aiuta senza prendere tangenti” (P.A., 20 anni, Edo State), e nelle persone in generale, che ti aiutano se sei in difficoltà.

L’esperienza negativa più dolorosa a cui fanno riferimento è quella della prostituzione, ma non la legano al fatto di essere in Italia, ma a chi le ha portate qui con lo scopo dello sfruttamento sessuale. Quando tuttavia ci si cala nell’ambito delle aspettative personali prima dell’arrivo, comparate con la realtà effettivamente trovata appena arrivate, l’Italia non appare quel paradiso che si aspettavano: il primo periodo è stato molto duro per quasi tutte soprattutto a causa dello sfruttamento subito e della effettiva mancanza di informazioni relative al contesto italiano, quali ad esempio la necessità di avere un documento per poter essere regolari o addirittura la convinzione che la lingua parlata in Italia fosse l’inglese.

«Prima pensavo che potevo ottenere quello che volevo come opportunità, molto presto, […] prima che gli assassini di sogni [i trafficanti n.d.r.] venissero a prendermi».

B.E., 19 anni, Stato di Edo

Quello che immaginavano prima di arrivare è molto diverso: ricorrono espressioni come pace, riposo della mente, felicità e, più nel concreto, in 11 casi si fa esplicitamente riferimento al lavoro e in 4 alla facilità di guadagni, senza stress. La mancanza di informazioni esatte emerge anche nella parte di intervista relativa ai racconti ascoltati in Nigeria sulla vita in Europa e sul viaggio. Solo in un caso emerge la consapevolezza già dalla Nigeria della prostituzione come destino.

Nove ragazze negano invece di aver ricevuto alcuna informazione rispetto alla vita in Italia, quando si trovavano in Nigeria, e il resto delle intervistate dichiara di aver ricevuto delle informazioni positive, sulla bellezza della vita in Italia e sulla possibilità di avere un lavoro e la possibilità di studiare. In particolare, due ragazze fanno riferimento anche a dei regali ricevuti dalle persone che già vivevano in Italia, magari vicini di casa che ritornavano per le vacanze e portavano prodotti italiani ritenuti pregiati.

«Usiamo la parola river perchè pensavamo che fosse fiume, ma quando sono stata a Lagos ho visto che cosa è il mare. Le persone lo chiamano fiume, perchè pensano che possono nuotare».

A.M., 25 anni, Stato di Edo

Rispetto al viaggio, le informazioni avute prima di partire appaiono carenti, se non addirittura completamente false: dieci ragazze non hanno mai sentito alcunché sulle modalità di viaggio attraverso il deserto e il mare, a tre ragazze è stato riferito che il viaggio sarebbe avvenuto in aereo; o che sarebbe stato necessario un solo autobus per arrivare fino in Europa. Quattordici ragazze non hanno mai ascoltato in radio o televisione notizie relative ai rischi della migrazione e solo cinque hanno invece sentito in radio e tv di naufragi avvenuti sulle coste libiche, della durezza del viaggio attraverso il deserto, della sofferenza a causa “degli arabi che uccidono le persone nigeriane in Libia”.

Risulta evidente che per evitare che partano servono soprattutto campagne informative nei paesi di origine e pressioni sugli stati nigeriani perchè attuino piani di formazione e sviluppo che migliorino le condizioni di vita dei nigeriani. SOSTIENI UNA CAMPAGNA SOCIAL DI PREVENZIONE ALL’EMIGRAZIONE o UN PROGETTO DI FORMAZIONE PROFESSIONALE A BENIN CITY (NIGERIA) DONA QUI

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