Infermità e Tribolazione (dai Fioretti di Santa Chiara)

Pareva quasi che, prima di morire, San Francesco avesse pensato anche a lei, cantando nel giardinetto di San Damiano:

“Laudato sii, mio Signore, per quelli che perdonano per lo tuo amore e sostengono infirmitate e tribolazione”.

Dona ora. Grazie!

Chiara infatti rimase inferma per ventotto anni, da trentadue a sessant’anni. Le giovani di San Damiano temevano sempre di perderla, ma ella le rassicurava:

— Figliole mie, non vuole Iddio che io muoia ancora, ma vuole che io stia con voi per alquanto spazio di tempo in questo misero corpo.

Il suo giaciglio era diventato la sua cattedra. Di lì insegnava, specialmente alle giovani, la rassegnazione e la pazienza. Ormai San Damiano era diventato un richiamo irresistibile per molte anime. Uno scrittore del tempo poteva dire: “Le giovani che corrono a Santa Chiara sono più numerose delle api che in tempo di primavera si posano sui fiori”.

La sua prima compagna era stata Pacifica di Guelfuccio, poi la sorella Agnese, quindi Benvenuta da Perugia. Poi eran venute Balvina, Cecilia, Filippa, Amata, Cristina, Angeluccia, Lucia, Beatrice, Benedetta, Illuminata, Anastasia, Giacomina, Mansueta, Benvenuta, Benricevuta, Bennata, Consolata, Chiarella, Pacifica, Vertera, Massariola. Infine la madre Ortolana, con tantissime altre.

E non solo d’Assisi o dei dintorni, ma dal suo giaciglio Chiara teneva avvinte donne d’ogni parte del mondo.

Il solito scrittore del tempo poteva scrivere: “Non fu reame né terra di baronaggio, dove non fosse edificato un monastero sotto la Regola e dottrina di Chiara”. Infatti, per amor di povertà, si fece tagliare i capelli e cinse la corda francescana la figlia del Re di Boemia, la bionda principessa Agnese, ch’era stata fidanzata con Federico II.

Chiara le scriveva: “Vergine povera, avvicinati a Cristo povero”. E Agnese le rispondeva: “Beata povertà, che vali eterne ricchezze in coloro che ti abbracciano!”. Poi fu la volta di una regina: Elisabetta d’Ungheria che si fece terziaria, poi d’altre ancora, come Ermentrude da Colonia che fu clarissa.

La povertà non sarebbe stata nulla, se non fosse stata inasprita dall’infermità. E Chiara dava l’esempio di come si sopporti pazientemente “infirmitate e tribolazione”.

Pregava di continuo, e di continuo lavorava, quando la sua anima non era ratta in contemplazione.

Alla discepola, che l’assisteva come una figliola, aveva detto:

— Quando tu vedi che io stia troppo fuori di me, vieni e non mi far motto, se già non ti paressi in articolo di morte.

Specialmente nel giorno di venerdì, meditando la passione di Gesù, “s’inebriava di dolore” e andava in estasi.

Una volta rimase fuori di sé tutto il giorno. Giunta la notte, la giovane che l’assisteva si recò presso di lei con una candela accesa.

— Perché codesto lume? — disse l’inferma riaffiorando alla vita. — È ancora mattina.

— Madre mia, — le rispose l’infermiera — è già passato tutto il venerdì e ora siamo nella notte sul sabato e voi avete dormito quasi ventiquattro ore.

Chiara si guardò attorno, poi disse, con un sospiro:

— Benedetto sia questo sonno, figliola mia.

Non era stato sonno. Né sogni eran le cose che elle vedeva e udiva durante le sue estasi.

Seppe così che non sarebbe morta prima di rivedere il Papa, che si era recato in Francia.

Infatti Innocenzo IV fece in tempo a tornare a Genova. Di lì andò a Milano; da Milano a Bologna e finalmente giunse a Perugia, nel novembre del 1252.

Quando seppe che Chiara era gravemente ammalata, prima le mandò il Cardinale di Ostia, poi egli stesso giunse ad Assisi e si recò personalmente a San Damiano.

Accostandosi al letticciolo, porse all’inferma la mano da baciare. Ma a Chiara questo gesto sembrò di troppo privilegio.

— No, — disse — Signor mio, che siete il Vicario di Cristo e successore dell’Apostolo Pietro. Non la mano, ma il piede mi date, se volete che io lo baci.

Il Papa, vedendo la sua grande devozione, la volle accontentare. Fece portare un panchetto vicino al giaciglio di Chiara. Vi sedette sopra in modo che l’ammalata potesse baciargli il piede. Chiara baciò di sopra e di sotto, bagnando il piede con le lacrime. Poi chiese al Papa l’assoluzione dei suoi peccati.

— Ne ho tanto bisogno — disse umilmente.

— Così piacesse a Dio che tanto ne avessi bisogno io! — disse il Papa.

Dinanzi a tanta umiltà, lo stesso Sommo Pontefice aveva sentito il bisogno di umiliarsi! Fonte: I fioretti di Santa Chiara