Io “laico” dico no all’aborto

Anni fa scatenò il putiferio, quando disse che “la vita comincia dal concepimento, nessuno è mai riuscito a dimostrare il contrario, e non c’è alcuna differenza biologica nelle varie fasi dello sviluppo dell’embrione. Perciò non riesco a vedere fondato nella Costituzione un diritto senza limiti di libertà della donna di abortire; l’aborto non si può considerare un valore costituzionale”.

Lui non era il Papa, bensì Antonio Baldassarre, un magistrato che a 54 anni poteva fregiarsi dell’onore di essere il più giovane presidente della Corte Costituzionale italiana Figurarsi perciò quando osò sostenere – lui, che era (ed è) “laico”, anzi di sinistra, nominato alla Consulta su indicazione del Pci – che la legge 194 sull’interruzione di gravidanza era fallita e che era ora di cambiarla… Oggi il professor Antonio Baldassarre insegna diritto costituzionale alla Luiss, ha vinto un premio del Movimento per la Vita e non rinnega nulla di quei giorni.

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Professore, ancora pochi mesi fa qualche politico ha proposto una revisione della legge 194. Lei che ne pensa?

“Si sono ormai consolidate alcune abitudini nell’opinione pubblica che vanno contro la revisione totale della legge: una buona fetta della popolazione in materia di aborto la pensa in maniera opposta ai difensori del diritto alla vita, tra i quali mi includo Quindi sono convinto che il passaggio dalla 194 a un maggior rispetto del diritto alla vita dev’essere graduale, anche se mi sembra ormai opportuna una considerazione più seria della decisione di abortire, che attualmente è divenuta di fatto una libertà di abortire, perché tutti i filtri previsti dalla 194 in realtà sono saltati”.

Lei ha sempre sostenuto che l’aborto non è e non sarà mai un diritto costituzionale.

“Non c’è dubbio, e così la Corte Costituzionale ha sempre inquadrato la questione. La Corte ha riconosciuto il diritto alla vita come inviolabile, basato sull’articolo 2 della Costituzione. Ed ha ammesso che si poteva abortire soltanto quando il diritto alla vita del nascituro entrava in conflitto con un serio danno alla salute o un pericolo di vita della madre, quindi solo in casi molto limitati”.

Ma lo scivolamento verso l’aborto come diritto in sé è dovuto secondo lei a un’interpretazione troppo lassista della legge, oppure a un vizio del clima culturale in cui essa è nata e che in realtà già mirava al puro e semplice “diritto di aborto”?

“All’una cosa e all’altra, e anche a una terza ragione. Innanzitutto c’era sicuramente un clima culturale favorevole alla libertà di abortire, tanto che in altri Paesi e specialmente negli Stati Uniti l’aborto è stato interpretato come un diritto assoluto della donna a disfarsi del feto che ha in grembo; e tutti sanno quanto la cultura americana influenzi quella occidentale. Dall’altro lato c’è stata un’interpretazione della legge in questo senso; nell’attuazione pratica i filtri che pur erano previsti – il certificato medico, l’opera di convinzione dei consultori… – si sono rivelati inefficaci. Ma c’e una terza ragione: il tipo di organizzazione previsto dalla 194 era destinato a fallire, nel senso che si trattava di congegni troppo macchinosi per poter funzionare. La legge era molto ambigua e nelle sue disposizioni già agevolava l’interpretazione che poi di fatto è stata data”.

Lei ritiene che in vent’anni il dima culturale sia così cambiato da far ipotizzare un “revisionismo” sull’aborto?

“Ci sono segnali ambivalentì e propio per questo c’è bisogno di tempi non brevi, di un cambiamento lento e graduale. Da un lato esiste ancora un costume legato alla società consumista, che porta a svilire la vita – non solo quella del nascituro – come un elemento quasi teatrale: la vita è spettacolo e conta più apparire che essere. Ma d’altra parte esiste anche un’esigenza di ponderazione sui valori che sono legati alle ragioni profonde dell’esistenza, tant’è vero che più di un segnale indica come la società consumistica e i suoi modelli ormai non soddisfano più”.

Quale potrebbe essere allora, secondo lei, il primo passo per un graduale cambiamento?

“Anzitutto rendere più operativi e più seri i filtri che valutano le candidate all’aborto, per esempio istituendone altri: come un colloquio con uno psicologo, o con altre figure equivalenti”.

Lei si era pronunciato anche contro la legge sulla procreazione assistita, definendola “confusa ed eversiva”. In base a quali principi?

“Ero contrario a una certa formulaziore della legge, oggi mi sembra che la volontà del legislatore abbia preso altre vie più condivisibili. Anche a non valer ricordare infatti che la Costituzione tutela la famiglia legittima e presuppone che essa sia per il neonato il luogo naturale di crescita, bisogna riconoscere che solo se il bimbo si trova in un nucleo sociale stabile può avere uno sviluppo equilibrato e quindi socialmente aperto. La famiglia di fatto non assicura tale stabilità, perché è per definizione una formazione estremamente aleatoria, neppure precisamente riconoscibile dall’esterno.

Garantire le famiglie di fatto inoltre si presta ad abusi, perché è possibile che concedere la procreazione assistita a queste famiglie permetta l’estensione di tale strumento a coppie omosessuali e a convivenze di pura maniera, ponendo così il bambino a un rischio molto elevato di avere un’educazione socialmente squilibrata”.

Lo dice da giurista oppure appellandosi al diritto naturale?

“No, è una considerazione che si fa guardando la realtà sociale contemporanea. Negli Usa l’anno scorso sono usciti due studi che individuano la crisi della coesione sociale americana anche nel fatto che il 75% dei bambini non vivono stabilmente nello stesso nucleo familiare e che esiste una percentuale altissima (25%) di raqazze madri. Esperti non certo cattolici e tanto meno clericali individuano dunque il male della società nello scompaginamento della famiglia”.

E della clonazione cosa pensa?

“Se la procreazione non avviene in modo naturale, magari un po’ aiutata dalla tecnica ma pur sempre naturale, non c’è alcuna sicurezza che i risultati si rapportino poi a qualcosa che possa essere considerato un essere umano a tutti i livelli e non un prodotto mostruoso che dell’uomo ha solo l’immagine. A tutt’oggi non sappiamo se la donazione non possa dar luogo ad effetti perversi, magari nelle generazioni successive. In ogni caso la donazione è anche eticamente riprovevole perché desocializza totalmente il problema della procreazione; anche da un punto di vista “laico”, essa si pone fuori dal mantenimento della specie perché rende la generazione un fatto tecnico e individuale. Perciò si può dire che nella donazione ci sia qualcosa di satanico o demoniaco”.

EVANGELIUM VITAE

“Alla radice di ogni violenza contro il prossimo c’è un cedimento alla “logica” del maligno, cioè di colui che “è stato omicida fin da principio” (Gv 8, 44), come ci ricorda l’apostolo Giovanni: “Poiché questo è il messaggio che avete udito fin da principio: che ci amiamo gli uni gli altri. Non come Caino, che era dal maligno e uccise il suo fratello” (1 Gv 3, 11-12). Così l’uccisione del fratello, fin dagli albori della storia, è la triste testimonianza di come il male progredisca con rapidità impressionante: alla rivolta dell’uomo contro Dio nel paradiso terrestre si accompagna la lotta mortale dell’uomo contro l’uomo” (Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, n. 8).

di Roberto Beretta – il Timone n. 15, settembre/ottobre 2001

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