La Bolla Pontificia (dai Fioretti di Santa Chiara)

Ogni volta che Chiara vedeva il Papa, gli chiedeva due cose: l’assoluzione dei suoi peccati e la conferma della sua povertà.

La superiora di San Damiano desiderava dal Papa una bolla, cioè una lettera ufficiale, scritta su cartapecora, col sigillo pontificio, formato da un bollo di piombo, recante nel diritto lo stemma del Papa e sul rovescio le figure dei Santi Pietro e Paolo.

Dona ora. Grazie!

La bolla che Chiara desiderava e chiedeva avrebbe dovuto contenere l’approvazione della Regola da lei seguita in San Damiano, per ispirazione di San Francesco, cioè la Regola che imponeva la perfetta e assoluta povertà, senza eccezioni e senza attenuazioni. Da diciassette giorni ormai Chiara non mangiava più, ridotta a un corpo diafano, sul quale soltanto i due grandi occhi bruciavano nell’attesa di quell’ultima grazia.

La corte papale si trovava ancora ad Assisi, e ogni giorno scendevano verso San Damiano Cardinali e Vescovi, a due, a tre, a quattro, per vedere e per udire la prediletta figlia di San Francesco. Chiara li accoglieva con un dolce sorriso. Anche con lo sguardo alle loro mani, sperando sempre di scorgere l’attesa bolla.

Non vedendola, abbandonava la testa da un lato, chiudeva gli occhi e mormorava una preghiera al Vicario di Cristo: “Venite ad aiutarmi”.

Prima di morire voleva lasciare alle sue povere donne, in eredità, la bolla del Papa, perché nessuno, dopo la sua scomparsa, tentasse mai di assalire, con le armi dell’umana compassione, la roccaforte della povertà.

Ella era stata forte, rigettando tutti gli attacchi alla sua Regola, aveva rifiutato privilegi e respinto concessioni. La sua assoluta fedeltà a San Francesco l’aveva resa invincibile. Fino a che ella era rimasta al comando, pur sopra il letticciolo di sarmenti e di paglia, malata e tribolata, nessun assedio di pietosa seduzione le aveva recato spavento. Si era sempre rifiutata di considerare la povertà un pericolo o una debolezza. Al contrario, la povertà assoluta costituiva, per lei come per San Francesco, l’arma invincibile e la forza irresistibile della santità.

Ma ora che sentiva al suo capezzale sorella morte corporale, ora che stava per abbandonare il suo posto di comando e di combattimento, voleva lasciare alle sue donne un’altra arma che non fosse soltanto la sua inflessibile volontà.

Voleva che l’autorità del Vicario di Cristo prendesse il posto della sua volontà. Chiedeva un documento ufficiale della Chiesa, nel quale fosse confermata la Regola in tutta la sua integrità. Attendeva cioè la bolla Pontificia.

Per questo andava collo sguardo alle mani dei Cardinali e dei Vescovi, che venivano a visitarla. E non vedendo il rotolo di cartapecora con la bolla pendente dal nastro, sospirava, reclinando la testa stretta dalle bende, chiudendo gli occhi e rinnovando una muta preghiera.

Andavano a visitarla anche i vecchi superstiti compagni di San Francesco, Fra Leone “pecorella di Dio”, Fra Angelo “guerriero di Cristo” e Fra Egidio “cavaliere della Tavola Rotonda”.

Ad essi Chiara domandava:

— Avete voi alle mani cosa nuova del dolce Gesù?

Intendeva chiedere qualche parola nuova, accesa d’amore per Gesù, com’eran capaci di trovare, nel loro ingenuo misticismo, i vecchi compagni di San Francesco.

Chiara chiedeva che pregassero per lei, i vecchi scalzi e rugosi come i tronchi del primo boschetto francescano di Santa Maria degli Angeli. Ella non poteva morire se prima a San Damiano non giungeva la bolla Papale!

E finalmente il documento pontificio giunse, un giorno dopo la firma del Papa. Era il 10 Agosto 1253. Accuratamente arrotolato, col sigillo intatto, fu portato al letto della morente. Chiara baciò il sigillo dalle due parti, disse d’aprire il documento, di leggerlo. Chiudendo gli occhi, per meglio seguirne le parole. La bolla diceva:

“Innocenzo Vescovo, servo dei servi di Dio, alle sue figliuole carissime in Gesù Cristo, Chiara Abbadessa e le altre suore del Monastero di San Damiano in Assisi, salute ed apostolica benedizione. Voi ci avete umilmente supplicato di sanzionare con la nostra apostolica autorità la forma di vita che San Francesco vi ha data e voi avete spontaneamente abbracciata, obbligandovi a vivere in comune nell’unione degli animi, col voto dell’altissima povertà.

Noi volentieri, accondiscendendo ai desideri della vostra pietà, pienamente ratifichiamo, con la nostra apostolica autorità e confermiamo”. Chiara aveva riaperto gli occhi. Due grandi lacrime dilatavano le sue luminose pupille. Sembrava in estasi.

La lettera seguitava:

“Non sia a nessuno assolutamente permesso d’infrangere questo atto di nostra autorità, o di contravvenirvi con audace temerità.

Se qualcuno oserà tentarlo, incorrerà all’istante nello sdegno di Dio Onnipotente e dei suoi Apostoli Pietro e Paolo”. Chiara tese le mani. Fissò nel bollo di piombo le figure di San Pietro con le chiavi e di San Paolo con la spada. Di lì innanzi avrebbero difeso essi San Damiano e il privilegio della santa povertà.

Poi lesse la data:

“Dato in Assisi il 9 del mese d’Agosto, nell’undicesimo anno del nostro pontificato”.

Strinse al seno la pergamena, chiudendovi sopra le braccia in croce.

L’ora della della sua morte era ormai giunta.

Fonte: I fioretti di Santa Chiara

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