La famiglia in Italia, tra ieri e oggi

Non si può parlare di famiglia, oggi, senza considerare il contesto culturale e sociale in cui essa vive e come l’istituzione familiare si sia trasformata negli ultimi 60 anni.
Nel 1948 la Costituzione Italiana nell’art. 29 ha definito la famiglia «come società naturale fondata sul matrimonio», che cioè stringe con la società un vero e proprio patto, assumendosi responsabilità esplicite di natura pubblica e sociale, costruendo così un legame caratterizzato da diritti e doveri.
In altre parole, secondo la nostra Costituzione, la famiglia non è un dato culturale che cambia con le mode, ma è una realtà scritta nel cuore dell’uomo, presente in tutte le società di ogni tempo, una realtà che, nei confronti della società, ha dei debiti da onorare e dei crediti da riscuotere.

Tuttavia negli anni ’70 si è sviluppato quel vasto movimento di azione e insieme di pensiero che va sotto il nome di contestazione giovanile. Nel suo progetto di rifondazione globale della società, questo movimento non si limitava a contestare l’uno o l’altro aspetto dell’istituto familiare, ma lo negava in sé e per sé, finendo per rifiutare gli istituti stessi del matrimonio e della famiglia, considerati espressione di una società borghese destinata a scomparire per lasciare il posto a una società più giusta e più libera.
Negli stessi anni ’70 si sono susseguiti, l’uno dietro l’altro, importanti mutamenti nella legislazione sulla famiglia: nel 1970, si è verificata la dirompente introduzione del divorzio che attestava con chiarezza i mutamenti di costume e preludeva alla progressiva trasformazione dell’immagine del matrimonio. Il matrimonio cessava di essere proposto dalla legge come un “patto per la vita” e diventava un “contratto” di fatto rescindibile in ogni momento sulla base della volontà anche di uno solo dei suoi contraenti; l’indissolubilità tendeva a diventare una sorta di optional lasciato alla totale discrezione dei singoli.
Importanti mutamenti sono intervenuti anche nell’ambito della legislazione sul matrimonio, con le incisive modificazioni introdotte dal nuovo Diritto di Famiglia (1975), con l’istituzione dei consultori pubblici. Pur con tutti i loro limiti queste nuove realtà rappresentavano in qualche modo la presa di coscienza che la situazione della famiglia – il suo benessere o il suo malessere, la sua tenuta o la sua crisi, la sua capacità o inettitudine educativa – aveva una rilevanza pubblica. Ma si trattava di una coscienza ancora parziale ed embrionale concentrata solamente ad “assistere” i malesseri delle famiglie invece di promuoverne il loro benessere.
È doveroso un accenno anche alla legge sull’istituzione degli Organi Collegiali (1974) che, su un altro piano, ha riconosciuto alla famiglia un ruolo da protagonista nella scuola ma, concretamente, l’ha relegata allo stesso livello dei sindacati o dei rappresentanti dei Comuni, cosicché il suo ruolo si limitava di fatto ad approvare decisioni prese da altri perché sempre in minoranza.

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Nel 1978 è arrivata la nuova legislazione sull’aborto: a poco a poco, nell’immaginario collettivo, quella che avrebbe dovuto essere una “drammatica scelta”, dettata da condizioni di grave necessità, diventava una pressoché indiscriminata possibilità di abortire. La vita nascente passava dall’area protetta della legislazione all’area dei comportamenti lasciati all’esclusiva scelta dei singoli.
Non meno incisive le trasformazioni intervenute nella condizione femminile e, di riflesso, sulla famiglia. Al modello antico della divisione dei ruoli (lavoro esterno per l’uomo, lavoro casalingo della donna) si è sostituito il moderno modello della famiglia a doppia carriera: modello certamente ricco di potenzialità, ma anche carico di ambiguità nella misura in cui all’accettazione astratta di questo modello non ha corrisposto un parallelo mutamento di mentalità.
L’insieme di cambiamenti legislativi cui si è fatto riferimento determinava profonde trasformazioni nell’immagine complessiva di matrimonio, di famiglia, di apertura alla vita, aprendo la strada alla “nuova famiglia” che si sarebbe delineata sul finire del Novecento e che occupa gli scenari italiani, e sostanzialmente anche europei, dei primi anni del nuovo secolo. Il nuovo volto della famiglia italiana, a partire da allora, sarebbe stato segnato da un accentuato processo di privatizzazione. Tanto l’introduzione del divorzio quanto la depenalizzazione dell’aborto, infatti, non possono essere letti che in questa ottica: la fedeltà coniugale e il rispetto per la vita diventano, appunto, fatti privati. Sono i singoli che decidono se essere o meno fedeli al patto contratto, se continuare o meno il processo vitale avviato con il concepimento; la società si limita a un ruolo quasi soltanto notarile, di presa d’atto delle scelte dei singoli.

L’istituto che era stato oggetto delle aggressioni frontali della contestazione giovanile – il matrimonio – veniva in questo modo non formalmente abbattuto, ma a poco a poco corroso. Non stupiscono, in questo contesto, le recenti spinte all’equiparazione al matrimonio delle unioni di fatto e delle stesse relazioni omosessuali: privata di significato l’istituzione, le varie forme di relazione si pongono inevitabilmente tutte sullo stesso piano.

Quello svuotamento del matrimonio che i teorici della contestazione avevano indicato come obiettivo da raggiungere attraverso il superamento dell’istituzione veniva in gran parte avviato con la moltiplicazione delle relazioni affettive e sessuali che, ripetendosi e moltiplicandosi, finivano per far perdere il senso profondo del matrimonio.
I reiterati tentativi di equiparare altre forme di convivenza alla famiglia fondata sul matrimonio non segnano certo un progresso nella civiltà di una nazione. Denotano piuttosto una pericolosa confusione circa le condizioni per la titolarità dei diritti.

Alcune garanzie legate ai diritti individuali, anche in ordine a situazioni di cura e di responsabilità verso altre persone, devono trovare soluzione al di fuori dell’ordinamento matrimoniale che deve essere salvaguardato nella sua specificità. Dietro varie iniziative finalizzate ad equiparare altre forme di convivenza all’istituto del matrimonio si nasconde in realtà l’intento di relativizzare l’istituto matrimoniale e di porre come criterio di riferimento i soli diritti individuali, con il risultato di scardinare il fondamento stesso della compagine sociale.

Luisa Santolini

Da Quaderno n.10 di Scienza e Vita

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