La felicita’ dell’infelice (Giovanni Papini)

loveMi stupiscono, talvolta, coloro che si stupiscono della mia calma nello stato miserando al quale mi ha ridotto la malattia. Ho perduto l’uso delle gambe, delle braccia, delle mani, e sono diventato quasi cieco e quasi muto.
Non posso dunque camminare, né stringere la mano di un amico, né scrivere neppure il mio nome; non posso più leggere e mi riesce quasi impossibile conversare e dettare. Sono perdite irrimediabili e rinunce tremende, soprattutto per uno che aveva la continua smania di camminare a rapidi passi, di leggere a tutte le ore, e di scrivere tutto da sé, lettere, appunti, pensieri, articoli e libri.
Ma non bisogna tenere in piccolo conto quello che mi è rimasto, ed è molto, ed è il meglio.
E’ bensì vero che le cose e le persone mi appaiono come forme indeterminate e appannate, quasi fantasmi attraverso un velo di nebbia cinerea, ma è anche vero che non sono condannato alla tenebra totale: riesco ancora a godere una festosa invasione di sole e la sfera di luce che si irraggia da una lampada.
Posso inoltre intravedere, quando vengono molto avvicinate all’occhio destro, le macchie colorate dei fiori e le fattezze di un volto. Eppure questi barlumi ultimi della visione abolita sembrano miracoli gaudiosi a un uomo che da più di venti anni vive nel terrore del buio perpetuo.
Non basta: ho sempre la gioia di potere ascoltare le parole di un amico, la lettura di una bella poesia o di una bella storia, posso sentire un canto melodioso o una di quelle sinfonie che danno un calore nuovo a tutto l’essere.
E tutto questo non è nulla a paragone dei doni ancora più divini che Dio mi ha lasciato. Ho salvato, sia pure a prezzo di quotidiane guerre, la fede, l’intelligenza, la memoria, l’immaginazione, la fantasia, la passione di meditare e di ragionare, e quella luce interiore che si chiama intuizione o ispirazione. Ho salvato anche l’affetto dei familiari, l’amicizia degli amici, la facoltà di amare anche quelli che non conosco di persona, e la felicità di essere amato da quelli che mi conoscono soltanto attraverso le opere. E ancora posso comunicare agli altri, sia pure con martoriante lentezza, i miei pensieri e i miei sentimenti.
Se io potessi muovermi, parlare, vedere e scrivere, ma avessi la mente confusa e ottusa, l’intelligenza torpida e sterile, la memoria lacunosa e tarda, la fantasia svanita e stenta, il cuore arido e indifferente, la mia sventura sarebbe infinitamente più terribile. Sarei un’anima morta dentro un corpo inutilmente vivo. A che mi varrebbe possedere una favella intelligibile, se non avessi nulla da dire?
Ho sempre sostenuto la superiorità dello spirito sulla materia: sarei un truffatore e un vigliacco se ora, arrivato al punto della riprova, avessi cambiato opinione sotto il peso della sofferenza. Ma io ho sempre preferito il martirio all’imbecillità.
E giacchè sono in vena di confessioni voglio andare al di là del verosimile, e spingermi sino all’incredibile. I segni essenziali della giovinezza sono tre: la volontà di amare, la curiosità intellettuale e lo spirito aggressivo. Nonostante la mia età, a dispetto dei miei mali, io sento fortissimo il bisogno di amare e di essere amato, ho il desiderio insaziabile di imparare cose nuove in ogni dominio del sapere e dell’arte, e non rifuggo dalla polemica e dall’assalto quando si tratta della difesa dei supremi valori.
Per quanto possa parere risibile delirio, ho la temerità di affermare che mi sento anche oggi sollevato, nell’immenso mare della vita, dall’alta marea della gioventù.

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