La ferocia del “buon selvaggio” americano

Molte discussioni sta suscitando negli Stati Uniti un libro di Nicholas Wade, giornalista scientifico del quotidiano “New York Times”, intitolato “Before the dawn. Recovering the lost history of our ancestors”. Riassumendo e divulgando le indagini storiche ed antropologiche più recenti sulle società americane precolombiane, indagini svolte da studiosi come Lawrence Keeley, dell’Università dell’Illinois, e Steven Le Blanc, dell’Università di Harvard, Wade afferma che il famoso “buon selvaggio” non è mai esistito.

Smentendo la teoria “politicamente corretta”, secondo la quale l’indigeno precolombiano era per natura pacifico, tollerante, leale e generoso, Wade dimostra che la vita delle società americane primitive era basata sulla violenza, l’intolleranza, la perversione e la perfidia. Spesso una comunità precolombiana si qualificava come “gli uomini”, in quanto non riconosceva alle altre la comune natura umana e tantomeno i diritti a questa inerenti. All’interno di ogni comunità, quasi sempre si praticavano la tortura, la vendetta, la violenza sessuale e l’infanticidio.

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Soprattutto, fra le comunità e, all’interno di queste, fra le tribù e i clan, c’era un quasi continuo stato di guerra, feroce e sleale, che era condotta abitualmente con lo scopo non di sottomettere l’avversario ma di sterminarlo, tanto che non si facevano prigionieri, se non per sacrificarli agli dèi della guerra o per ingrassarli allo scopo di mangiarli. Perfino nelle durissime condizioni ambientali dell’Alaska e della Groenlandia, dove la lotta per la sopravvivenza avrebbe dovuto prevalere sulla brama del dominio, la guerra era continua e senza pietà. Si calcola che l’87% delle società primitive facessero più di una guerra all’anno e il 65% fosse continuamente in guerra, perdendo in media il 50% della popolazione fra attacchi, difese e rappresaglie. Questo spiega lo stato di spopolazione trovato dagli esploratori quando scoprirono il Nuovo Mondo. Per fare un paragone statistico, se guerre di questo tipo fossero avvenute nell’Occidente del XX secolo, sarebbero scomparse circa due miliardi di persone.

Wade ne trae una precisa conclusione: ossia che “antropologi e archeologi hanno seriamente sottostimato lo stato di guerra permanente tipico delle società primitive, favorendo un pregiudizio contro l’esistenza di guerre preistoriche”. Ad esempio, gli studiosi della cultura e del linguaggio primitivi hanno nascosto il fatto che la straordinaria varietà di “dialetti” tuttora esistenti fra i popoli amerindi -in una sola nazione possono esisterne migliaia- è dovuta soprattutto alle continue separazioni interne dovute agli odii e alle conseguenti guerre. Perfino la scoperta di enormi quantità di armi e le tracce di sterminii di massa sono state nascoste al pubblico da ricercatori e studiosi ansiosi di avallare la teoria del “buon selvaggio”.

Di conseguenza ora, quando in molti romanzi, film o cartoni animati, ma anche in certi saggi di storia, etnologia e antropologia, leggeremo la solita descrizione dell’incontro tra il civilizzato violento, avido e fanatico, e l’indio pacifico, generoso e tollerante, sapremo cosa pensare di questa falsificazione propagandistica di sapore manicheo.

 [Da «Corrispondenza romana», 959/02 del 16 settembre 2006]

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