La forza dell’accoglienza della vita

Foto di lisa runnels da Pixabay

Pubblichiamo un’intervista a cura di Silvio Ciccarone alla Dott.ssa Casini, presidente del Movimento per la vita.

1. Prof.ssa Casini, la legge 194/78 costituisce una specie di tabù per il nostro paese, sembra che il solo proporre una discussione sui risultati che ha prodotto in 44 anni, sulla sua attualità dopo l’introduzione di abortivi farmacologici per i quali è sufficiente una ricetta medica, sulla sua relazione con la denatalità, sia un crimine contro lo stato, o una propaganda reazionaria. Quali sono, secondo lei, le ragioni di questo arroccamento?

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Esattamente: si tratta di un “arroccamento”, nel senso di una posizione chiusa, ideologica, “dogmatica”. A livello culturale le ragioni sono diverse: tra queste ci sono l’individualismo spinto, una falsa idea che la difesa della vita nascente sia una questione di opinione o di religione invece che civile e laica, una corrotta interpretazione della libertà. L’abortismo estremo invoca il diritto di autodeterminazione, ma è terribile se pensiamo che è in gioco la vita di una altro. Chi potrebbe sostenere oggi quello che in passato si chiamava “ius vitae ac necis” nei confronti dei figli nati? Eppure, a livello culturale, sul piano della mentalità, la pretesa del diritto di aborto (si pensi alle recenti affermazioni di Macron!) non è altro che la pretesa del diritto di distruggere il figlio più piccolo, povero, debole, indifeso, con la forza degli Stati, il consenso sociale, l’assistenza sanitaria.

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Purtroppo, la cultura abortista è stata fortemente sospinta dal femminismo. I gruppi femministi sono riusciti a orientare lo sguardo soltanto verso le donne e a far dimenticare il figlio. Il successo di questa strategia è causato da due fattori: la percezione di questi gruppi femministi come rappresentanti di tutte le donne – cosa assolutamente falsa – e la constatazione della giustizia complessiva del moto di liberazione della donna. Non c’è dubbio che l’obiettivo di smarcare la donna da una situazione di sudditanza rispetto all’uomo è di per sé giusto, ma nella spinta della corsa si è andati oltre travolgendo i figli che vivono e crescono nel grembo della mamma.

Questa è una uguaglianza manifestamente grossolana e il concetto di libertà che promuove contrasta con la laicissima Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo le cui parole iniziali dicono che il fondamento della libertà consiste nel riconoscimento della dignità inerente ad ogni membro della famiglia umana. Ciò significa che nel momento in cui ciascuno prende una decisione deve tenere conto della dignità altrui, altrimenti la sua non è libertà, ma sopraffazione. Alla radice di tutto questo c’è quello che chiamiamo il “rifiuto dello sguardo” sul concepito i cui alleati sono la censura, la menzogna, l’annacquamento.

Quindi la nostra operazione deve essere quella di portare lo sguardo della società a tutti i livelli sul bambino non nato, utilizzando argomenti di ragione, mostrando la bellezza della vita umana e la forza dell’accoglienza. Passando dall’aspetto culturale alla realtà dei fatti, dobbiamo tenere presente che la gravidanza è una situazione specialissima, unica e irripetibile: un essere umano che vive e cresce “dentro” un altro essere umano; perciò la principale difesa del bambino è nella mente e nel cuore della madre. Tuttavia, di fatto, nella maggioranza dei casi la donna subisce la pressione della società, dei medici, dei familiari, degli amici, del padre del bambino… ed è così lasciata nella più totale solitudine, nel caso migliore con espressioni di apparente “rispetto” ma che in realtà sono di indifferenza o subdola spinta all’aborto («che fai lo tieni?»; «decidi tu»; «è una tua scelta»; «pensaci tu»; «è affar tuo»; «fai come vuoi»…). Le vittime dell’aborto sono due: il figlio e la madre. Lo sanno bene i CAV e SOS Vita. Ecco perché quando si parla di aborto è fondamentale mantenere sempre un atteggiamento di accoglienza anche verso le madri che hanno abortito ed evitare modalità comunicative e immagini che possono gettare sale sulle ferite.

 2.   Da docente universitaria, riesce a fare una fotografia di come le giovani generazioni il tema del diritto alla vita, le problematiche ad esso connesse e, più in generale, i problemi di ordine etico?

Il quadro non è omogeneo. Dipende molto dalla formazione, dall’ambiente familiare, dalle esperienze. In generale posso dire due cose. Osservo che i giovani sono piuttosto indifferenti rispetto al tema del diritto alla vita e alle questioni etiche, non si scompongono più di tanto, sono un po’ assuefatti alla mentalità dominante, sanno quello che gli passano i social. Però è anche vero che se vengono stimolati e attratti all’argomento, resi protagonisti, coinvolti nella riflessione, se le cose vengono loro trasmesse anche con un po’ di leggerezza, qualcosa si risveglia e allora ecco che lo sguardo si fa più attento, si accende la curiosità…

3.  Nelle scuole è stata introdotta come materia di insegnamento l’educazione civica. Come insegnante di bioetica, non pensa che questa materia debba toccare le diverse virtù civiche comprese quelle relative all’etica sociale ed individuale?

Certamente. Quello che manca oggi, mi pare, nella formazione dei ragazzi è proprio l’educazione a pensarsi membro di una comunità alla quale ciascuno è chiamato a dare un contributo positivo. L’impostazione della vita è prevalentemente strutturata sull’ “io” e sul “mio”, sul soddisfacimento dei propri desideri, sull’affermazione di sé, sul calcolo del tornaconto. Manca, o per lo meno è molto debole, una educazione al “noi”, al bene comune, alla costruzione/realizzazione di sé come “bene per gli altri”, come persona chiamata a migliorare la società con spirito di servizio, gratuità, generosità. Certamente la dimensione individuale non deve essere schiacciata, ma va integrata dalla consapevolezza di essere membro di una comunità a cui non si deve solo “prendere” ma alla quale bisogna anche “dare”. È la logica del dono di sé applicata sul piano sociale.

4.   Oggi sembra che il giuramento di Ippocrate sia messo in discussione e stia per essere superato dal principio di autodeterminazione della donna e del paziente. Lei insegna soprattutto agli studenti di discipline mediche e sanitarie, come vede il futuro di queste professioni? Non si corre il rischio di trasformare il medico e gli altri professionisti della cura personale in tecnocrati che operano solo secondo il principio dell’efficienza del soggetto e delle strutture sanitarie, assecondando quella cultura dello scarto tante volte denunciata da Papa Francesco?

Purtroppo, se non “scatta” qualcosa che mette in moto un percorso diverso, la strada presa è triste. Il rischio lo stiamo già correndo. La tendenza è ad interpretare la professione medica come una prestazione a richiesta a tutto danno dell’alleanza medico-paziente basata sul bene oggettivo, o almeno sulla ricerca del bene oggettivo, del paziente dove per paziente va inteso anche il nascituro. Certamente, poi, alcune pratiche sviliscono la medicina: aborto nelle varie forme, distruzione di esseri umani nella fase embrionale che si trovano al di fuori del grembo materno, eutanasia. Se poi si aggiungono l’ingombro della burocrazia, il criterio dell’efficienza, della produttività, del guadagno come guida dell’agire, la scarsa “umanizzazione” della relazione di cura, l’organizzazione ospedaliera come esclusivamente organizzazione aziendale, il dado è tratto. Purtroppo mi pare questa la strada imboccata. Ovviamente le generalizzazioni non rendono giustizia agli operatori sanitari che si spendono ogni giorno e ogni notte per le persone assistite e vivono la loro professione come vocazione a servizio dei malati. È comunque necessario puntare su una solida formazione nel corso degli studi universitari affinché la cura persona, dal concepimento alla morte naturale, sia sempre il centro, il fine, il senso della medicina. In questo discorso rientra anche l’obiezione di coscienza. Una riflessione va fatta anche sul diritto alle cure: sembra incredibile, ma spesso passano tempi molto lunghi prima di poter avere l’appuntamento per una visita medica o prenotare un intervento attraverso il servizio sanitario nazionale. Certamente il covid ha esasperato a situazione, ma è doveroso appena possibile migliorare la situazione sempre perché la persona – dal concepimento alla morte naturale – resti al centro ed evitare che dei disservizi facciano le spese coloro che non possono permettersi visite e interventi a pagamento o che non hanno “conoscenze”.

 5.  Un altro aspetto di grande attualità sono le condizioni di salute del volontariato, anche quello pro life. La mia impressione, confermata da chi vive questa esperienza in prima persona, è che l’età media dei volontari sia sempre più elevata. Qual è la situazione del Movimento e dei CAV oggi? Cosa ostacola il coinvolgimento dei più giovani? Come appassionarli all’impegno per la vita, di ogni singola vita?

È vero che il volontariato è un po’ in sofferenza e devo dire che la riforma del terzo settore ha appesantito molto questa realtà. È anche vero che non è facile imbattersi in giovani seriamente, assiduamente, impegnati nel volontariato che danno tempo ed energie al volontariato: ci sono gli studi da portare avanti, la ricerca di un’occupazione oppure un lavoro da tenere stretto…. Se poi si tratta di giovani sposati con figli piccoli, la cosa si complica perché nella giornata e anche nella settimana non ci rientra tutto. Detto ciò, devo dire che nel MpV i giovani ci sono sempre stati e ci sono. Molti adulti di oggi sono i giovani di ieri e comunque c’è stato un discreto ricambio generazionale. Ci sono CAV costituiti prevalentemente da donne e uomini giovani. È una dimensione a cui nel Movimento è sempre stata data molta attenzione, perché i giovani sono il futuro e non possiamo pensare alla costruzione della civiltà della verità e dell’amore senza “investire” sui giovani. Dal 1986 ogni anno è organizzato un concorso rivolto agli studenti; dal 1984 si è inaugurata la stagione dei “seminari Quarenghi” (estivo, primaverile, invernale) che si svolgono annualmente, da anni è stata “istituzionalizzata” l’equipe giovani e si sono costituiti i Movit (Movimenti per la vita all’interno delle Università). C’è poi il servizio civile che si può svolgere presso il Movimento per la vita. Come appassionare i giovani? Non ci sono formule da applicare matematicamente, ma posso dire che i giovani sono attratti dall’entusiasmo, dall’autenticità e dalla credibilità di chi si rivolge a loro. Sono affascinati dai testimoni, dagli ideali alti, desiderano sentirsi protagonisti della storia, avvertire che il futuro sarà migliore del passato, che il bene è più forte del male. Tutto questo ha a che fare con il valore della vita sin dal concepimento. Noi adulti abbiamo una grande responsabilità verso le nuove generazioni. L’esperienza che molti di noi hanno fatto per esempio in una scuola (pensiamo a quante volte siamo andati nelle scuole a presentare il concorso), o in una parrocchia o in un altro tipo di incontro è che se il tema della vita viene accompagnato dall’amore autentico per l’uomo, da parole che riscaldano il cuore, che mostrano la meraviglia della vita umana, i giovani sono quelli che ascoltano di più. I giovani sono sensibili a ciò che riguarda l’amore, l’autenticità, la bellezza. L’età giovanile è caratterizzata dalla ricerca del senso; del senso della vita. Perciò il tema della vita e della vita nascente che dal nulla compare nel tempo e nello spazio, chiamata dall’amore e destinata all’amore, è certamente un tema che nell’interiorità del giovane può avere risonanze profonde anche a livello spirituale e non solo emotivo e di impegno.

6. Come vede la galassia pro-life e pro-family italiana? Vista dall’esterno appare molto articolata, per non dire frammentata. E’ così? Se la sente di lanciare un appello all’unità ed alla collaborazione senza se e senza ma?

Il mondo prolife è variegato, è vero. Ma non è detto che questo sia un fatto negativo, può essere una ricchezza e la collaborazione è più che auspicabile. Certamente ci vuole qualcosa in comune comune e questo qualcosa non può essere solo la contrarietà all’aborto. Mi permetto allora di riportare l’appello al popolo della vita che mio padre, Carlo Casini, ha scritto nelle conclusioni del libro-intervista curato da Renzo Agasso “Sì alla Vita. Storia e prospettive del Movimento per la vita”. Ecco, penso che se raccogliessimo tutti questo appello la galassia pro-life sarebbe più unita con spazi di collaborazione e avrebbe molta più forza:

«1. L’amore verso la vita si manifesta in primo luogo con la solidarietà concreta verso le persone. È indispensabile anche la parola che salva e che moltiplica la solidarietà, ma, a sua volta, la parola è resa credibile dalla solidarietà concreta.

2. Un autentico amore per l’uomo è indivisibile. Si potrebbe parafrasare San Giovanni “Chi, infatti, non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1 Gv 4, 20): non può amare veramente l’uomo non nato chi non ama l’uomo nato.

3. Il valore della vita è la prima pietra di un generale rinnovamento civile e morale.

4. Va affermata la centralità politica del diritto alla vita.

5. Riconoscere il valore della vita dal concepimento alla morte naturale ricostruisce in termini corretti il concetto di laicità.

6. L’impegno per la vita non guarda al passato, ma al futuro: si tratta di portare al compimento un moto storico di liberazione che nel nostro tempo è chiamato a confrontarsi con la dignità umana sulle frontiere estreme della vita.

7. Non rassegnarsi significa accettare l’inevitabile gradualità degli obiettivi di volta in volta perseguiti, nella logica del massimo bene raggiungibile “qui ed ora».

8. L’impegno per il diritto alla vita non alza barricate, ma costruisce ponti per l’incontro e varchi per il dialogo.

9. Il linguaggio e le azioni per la vita devono suscitare simpatia per la verità, che comunque non deve mai essere taciuta, nella fiducia che il valore della vita è presente, nonostante ogni contraria apparenza, nella mente e nel cuore di tutti.

10. É necessaria l’unità strategica, cioè operativa, di tutti coloro che intendono difendere e promuovere il valore della vita umana».

Maria Casini Bandini

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