La gente non conosce i fondamentali e le ragioni della dottrina del Vangelo della Vita (Flora Gualdani)

Ogni anno la Scuola di cultura cattolica di Bassano del Grappa indica una persona che si è distinta per la promozione della cultura cattolica assegnandole il suo Premio internazionale. Nel 2019 la scelta è caduta su Flora Gualdani, fondatrice dell’Opera Casa Betlemme, che si aggiunge così alla lista dei premiati: tra gli altri Augusto Del Noce (1985), Joseph Ratzinger (allora cardinale, 1992), Vittorio Messori (1994), Eugenio Corti (2000), i cardinali Camillo Ruini (2007), Carlo Caffarra (2010), Remì Brague (2017). Incontriamo Flora a Indicatore, frazione del Comune di Arezzo, cuore pulsante di Casa Betlemme, alla vigilia della cerimonia di consegna, venerdì sera al Teatro Remondini di Bassano.

Cosa si prova a vedere il proprio nome accanto a quello di personalità cattoliche di assoluto rilievo mondiale?
Mi ricorda la mia piccolezza, quasi mi umilia. La mia regola è non cercare e allo stesso tempo non rifiutare gratificazioni. Accolgo il premio con tanto piacere e sorpresa.

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Cosa significa cultura per un’ostetrica di campagna?
Fare cultura rientra nella missione della nostra Opera, lo si capisce dalla Regola di vita che ho coniato: «Ora, stude et labora ». Alla preghiera e all’operosità si aggiunge lo studio come formazione permanente su cui sono impegnata insieme ai miei collaboratori, poiché il servizio nella procreatica è un campo delicato che esige un continuo aggiornamento scientifico ed etico.

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Ci racconti la storia di Casa Betlemme…
Nell’agosto 1964, dopo un’intuizione nella Grotta di Betlemme, aprii a casa mia un piccolo ‘ospedale da campo’ dedicato alle maternità difficili. Presi con me la bambina di una donna con una gravidanza che metteva a repentaglio la sua salute. Da quel momento l’accoglienza di donne e la prevenzione dell’aborto sono diventate le attività principali di Casa Betlemme. Ho costruito con le mie mani le casette per accogliere le madri e i bambini.

Quando si è associata l’attività culturale?
Ho girato il mondo, usavo le mie ferie per soccorrere le madri nei Paesi in cui la vita nascente era messa a rischio per vari motivi. Il vescovo di Bangkok voleva che rimanessi e aprissi là una casa. Ma sentivo che la mia missione era nel nostro Occidente che vedeva crescere opulenza e disperazione. Vedevo dilagare il degrado morale e la povertà culturale su certi temi.

A cosa si riferisce?
La disinformazione in materia di Humanae vitae e procreatica era galoppante: l’ho incontrata a tutti i livelli, nelle corsie e nelle sacrestie. La gente non conosce i fondamentali e le ragioni della dottrina sul no alla contraccezione e alla fecondazione extracorporea.

Quando si è resa conto che, oltre a ‘sporcarsi le mani’, si doveva ‘mettere in cattedra’?
Nei primi anni ’80 decisi di aprire a Casa Betlemme un reparto per la formazione. Volevo aiutare la Chiesa nel suo compito pastorale. Per buttarmi anima e corpo in questa impresa ho dovuto prendere una decisione. Avevo davanti due poveri: la Chiesa e la Sanità. Scelsi di servire il più povero e abbandonai in anticipo la mia amata professione ospedaliera. Nel discernimento prevalse l’amore per la Chiesa. Con l’obiettivo di impegnarsi nell’opera di misericordia spirituale che oggi considero più urgente: istruire gli ignoranti sul Vangelo della vita.

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Quali sono stati i suoi riferimenti culturali?
Per prepararmi ho frequentato corsi specifici all’Università Cattolica di Roma, dove ho conosciuto veri giganti della fede e della scienza. Lì ho avuto come maestri figure del calibro di Jerome Lejeune, Wanda Poltawska, Anna Cappella, i coniugi Billings, Carlo Caffarra ed Elio Sgreccia, ma sopra tutti san Giovanni Paolo II. Dai suoi insegnamenti mi sono sentita sostenuta anche nei momenti più difficili.

Come sintetizzerebbe la situazione culturale di oggi nella quale si inserisce l’attività di Casa Betlemme?
Posso distillare la mia sollecitudine per l’attività culturale in una frase: se sopra la disinformazione seminiamo la confusione, alla fine raccoglieremo devastazione. Mi piace definire Casa Betlemme come una Università dell’amore alla persona, con una Facoltà della vita. Un luogo di divulgazione a livello popolare dove continuamente si tengono incontri e corsi di formazione per giovani e sposi, per medici, educatori e religiosi. Tre sono le materie: alfabetizzazione bioetica, teologia del corpo e procreazione responsabile, cioè insegnamento dei moderni metodi naturali per la regolazione della fertilità, con un servizio di consulenza qualificata alle coppie. Questa è un’urgenza oggi assai diffusa, e Casa Betlemme negli ultimi anni è uscita dai confini aretini ‘esportando’ la formazione per accontentare le tante richieste che giungono da tutta Italia, anche da persone consacrate.

La presidente della Scuola di Cultura cattolica, Francesca Meneghetti, motivando la scelta di assegnarle il Premio ha indicato in lei un esempio di unione di cultura e scienza, di fede e ragione, di carità cristiana e apostolato. Si ritrova in questa definizione?
Ciò che di Casa Betlemme affascina le molte persone che con entusiasmo accolgono le mie parole mi piace definirlo proprio ‘carisma dell’armonia’: coniugare in profondità carità e verità, l’impegno sociale e la dimensione morale, azione e contemplazione, scienza e fede.

Per stare sempre in moto serve tanto carburante. Qual è la benzina di Casa Betlemme?
La fraternità dei collaboratori cresce di anno in anno. Tutti sono animati da uno spirito di gratuità e sacrificio per una scelta evangelica, la stessa che mi ha fatto povera tra i poveri. Il motore di Casa Betlemme sta nel cenacolo permanente di adorazione eucaristica, con una spiritualità fondata sulla contemplazione dell’Incarnazione del Verbo e l’esaltazione della maternità di Maria.