La legge Zan va contro la parità di genere

In questi giorni il tema del Ddl Zan è stato al centro dell’attenzione mediatica per due ragioni. Per la “parità di genere”, al secolo quote rosa e per lo scontro che è tornato a infuriare attorno a una proposta di legge, quella sulla “omolesbobitransfobia” e sulla cosiddetta “identità di genere”.

A chi sostiene questa proposta di legge, in cui si parla sia della “parità” quanto dell’”identità”, vorrei dire che le due cose insieme non possono stare se, come avviene nel testo di legge Zan, per identità si intende la “identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione”. Vale a dire, il diritto a identificarsi con l’appartenenza al sesso maschile o al sesso femminile a prescindere da qualsiasi dato biologico, in nome di una mera – e potenzialmente mutevole – autopercezione.

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Per dimostrare l’incongruenza basterebbe un esempio sul filo del paradosso. Basterebbe, cioè, immaginare cosa accadrebbe se dopo un’aspra battaglia per strappare una posizione di influenza al maschilismo imperante (sempre Letta dixit), una donna assurta a un determinato ruolo in virtù del proprio essere donna si svegliasse una mattina percependosi uomo. Come se ne uscirebbe? Azzerando e ricominciando daccapo la conta sul pallottoliere rosa e azzurro degli incarichi apicali, fino al prossimo cambio di percezione? O ammettendo che, al di là delle bandierine ideologiche che si vorrebbero tramutare in testi di legge, l’identità è qualcosa di consustanziale alla persona e impossibile da scindere del tutto da un ancoraggio alla biologia e al diritto naturale?

La questione, apparentemente surreale, è invece molto seria e da qualche tempo sta squassando in profondità lo stesso mondo femminista e addirittura l’associazionismo omosessuale. Il primo per la presa d’atto sempre più stringente che l’avanzare della teoria della “sessualità fluida” rischia di vanificare decenni di lotte femminili (basti pensare alle gare sportive delle donne aperte agli atleti trans, che con corpi da uomini le vincono tutte). Il secondo per la consapevolezza che la stessa rivendicazione della libertà in termini di gusti sessuali ha un senso fintantoché il sesso di appartenenza sia un parametro non opinabile: cosa vuol dire professarsi omosessuali se essere uomini o donne diviene un concetto relativo? Si vedano, in proposito, le prese di posizione di associazioni non certo “reazionarie” come Arcilesbica e le esternazioni che tanti attacchi sono costate alla Rowling, la “mamma” di Harry Potter.

Lasciando da parte la cortina fumogena delle storie Instagram delle nuove star, il fatto è che in discussione non c’è ovviamente il ripudio della violenza, da contrastare e perseguire in ogni sua forma. E non c’è nemmeno la facoltà di compiere nella propria vita personale scelte libere e il diritto a non subire per questo discriminazioni. Ci mancherebbe. La divisione, al fondo, è tra chi ritiene che la libera scelta della persona muova da un dato di realtà che si è appunto liberi di contraddire con i propri comportamenti ma non di negare nella sua esistenza (vale a dire che sono libero di sentirmi donna ma ciò non significa poter negare che biologicamente sia nato uomo), e chi invece considera il dato biologico qualcosa di totalmente relativo e l’identità sessuale (cosa ben diversa dai gusti sessuali) una scelta culturale.

Di fronte a questa opzione la si può pensare nell’uno o nell’altro modo; più difficile è sostenere una legge che considera l’identità null’altro che il frutto di una “autopercezione”, e al tempo stesso intraprendere una crociata per la parità di genere e la promozione del ruolo delle donne. E non c’è bisogno di essere femministi della prima ora per riconoscere oggi nella parità di genere il più potente argine alla nuova moda della sessualità fluida, dell’identità come costrutto socio-culturale sganciato dalla biologia, dell’autopercezione come parametro sufficiente a definire non solo se stessi ma anche se stessi in relazione agli altri.

Un problema di parità nel nostro Paese esiste. Possono esserci modi più efficaci per affrontarlo, chiederei però di essere conseguente: si ritiri la proposta di legge Zan come stata concepita e si smetta di lottare per la sua calendarizzazione. Perché delle due l’una: o si impone per legge il diritto all’identità autopercepita, con tutto ciò che ne discende, o ci si batte per i diritti delle donne riconoscendo la fondamentale differenza di genere. A prescindere da come ci si sveglia la mattina.
Gaetano Quagliarello

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