La lotta ingiusta contro l’obiezione di coscienza

Oggi, come avete sottolineato d’esordio, in tutto il mondo si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita a suo tempo dall’Organizzazione delle Nazioni Unite e ogni anno puntualmente, giustamente, ricorrente. Quindi, anzitutto, buona Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne a tutti.

Trovo davvero opportuno che questo incontro questa sera si svolga in una Giornata così. Come abbiamo scritto esattamente oggi, appositamente oggi, su International Family News, il portale d’informazione online che ho l’onore di dirigere, «non una di meno sia dentro sia fuori il grembo materno».

Permettetemi solo di accennare alla mattanza di bambine, cioè di donne piccole, e piccolissime, che l’aborto forzato di Stato o per cultura ha mietuto e miete nel mondo. Sto parlando della sciagurata «politica del figlio unico» nella Cina delle plurime ed efferate violazioni dei diritti umani, che ha soppresso di preferenza bambine, e della medesima piaga che imperversa in molte altre zone dell’Asia. Il periodico finanziario The Economist lanciò anni fa, nel marzo 2008, cioè ha lanciato da più di un decennio, una campagna allarmante, con una copertina essenziale e shock per denunciare il «gendercidio» di 100 milioni di bambine nel mondo. Non ne è seguito però nulla. Permettetemi, dunque, di ricordare questa mattanza proprio nella Giornata di oggi, mattanza a cui segue il silenzio di troppe donne, e di troppi uomini, il silenzio di «Non una di meno».
L’art. 1 della legge 194/1978

Lascio tutto ciò alla vostra, alla nostra meditazione, e rientro in Italia.

Trovo piuttosto curioso che sia il sottoscritto – e sempre nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne – a ricordare che la Legge 194 del 22 maggio 1978 Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 140 del 22 maggio 1978), la legge, cioè, che consente e che regolamenta l’aborto in Italia, all’articolo 1 affermi che lo Stato italiano «riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio».

Per la legge italiana, cioè, legge che pure consente l’aborto, la maternità e la vita umana sono valori in sé e addirittura sociali (cioè comuni, persino quindi politici): valori principiali, tanto da essere posti appunto all’inizio (Art. 1) della legge che comunque consente l’aborto.

Noto come la legge dica «la vita umana dal suo inizio». Quando la vita ha inizio? Ora, la scienza fatica – giustamente – a definire, in maniera netta e lucida, il concetto di «βίος», «bìos», cioè «vita», giacché, da molti punti di vista, quel concetto sfugge. Sfugge alla definizione. Ovvero, non lo si può esaurire soltanto impiegando categorie quantitative, come direbbe il vecchio Cartesio (René Descartes, 1596-1650) o forse anche il buon Blaise Pascal (1623-1662). I medici e gli scienziati presenti qui oggi mi perdoneranno se ne invado proditoriamente il campo con affermazioni un po’ a effetto, ma i paradossi aiutano per comprendersi vicendevolmente. La definizione della vita non è esauribile soltanto in termini medici se non come constatazione: la vita c’è o non c’è.
La scienza, dunque, può poco sul concetto di vita e “si arrende” alla realtà della vita: non si occupa di filosofia, bensì di empiria.

La scienza anche medica constata empiricamente che la vita c’è nel grembo materno di ogni animale, ergo di qualunque mammifero, fra questi l’essere umano, così come constata empiricamente quando la vita viene meno.

La vita di un essere umano – dice la scienza – inizia e ciò si può empiricamente constatare. Se l’Art. 1 della Legge 194/1978 «tutela la vita umana dal suo inizio» significa tutela la vita umana dal suo inizio. Non altro. Niente altro. La Legge 194/1978 non presenta ambiguità, non fa sconti, non pone clausole. Lo Stato italiano «tutela la vita umana dal suo inizio» persino vigente un ordinamento giuridico che consente, a certe condizioni, la soppressione volontaria di quella vita che ha avuto un inizio constatabile empiricamente dalla scienza e che detto Stato italiano tutela.
La scienza e la democrazia

La «vita umana» che lo Stato italiano tutela «dal suo inizio» con la Legge 194/1978, la quale consente l’aborto, inizia incontestabilmente dentro l’utero materno. Non certo fuori. Adopero ancora il paradosso: la nascita è un “accidente” della vita perché la sostanza è il passaggio dalla non-vita alla vita, dentro l’utero materno, nel momento stesso del concepimento.

Quanto più la scienza progredisce, tanto più la scienza riesce a dirci non che la vita inizi, non quando la vita inizi, almeno per ora, bensì quanto la vita che è iniziata nell’utero materno sia constatabile empiricamente come tale, cioè come vita iniziata. La scienza è quindi una sostenitrice formidabile della vita e del principio sancito nell’Art. 1, principiale, della Legge 194/178 che consente l’aborto in Italia.

Ripeto: la scienza dice che la vita è viva nel grembo materno, e più progredisce, più è in grado di retrodatare il momento iniziale della constatazione di questo fatto.

Nell’odierna Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne trovo quindi feroce che l’Italia non tuteli giuridicamente tutti i propri cittadini secondo quanto afferma l’Art. 1, principiale, della Legge 194/1978 che consente l’aborto. Cioè che non tuteli tutti i propri cittadini dal momento in cui essi iniziano a vivere con la scienza che, appena ne ha la capacità sul piano dell’osservazione tecnica, constata empiricamente questa realtà di fatto.

Venerdì scorso, 19 novembre, è stata introdotta nel Senato italiano, ancora una volta, una proposta finora e più volte disattesa di legge che intende sanare questo grave vulnus alla democrazia italiana, un muro della vergogna che divide gli italiani in cittadini di serie A e in cittadini di serie B, nati e non nati, contro ciò che empiricamente constata la scienza quando osserva la vita umana crescere in un grembo materno ben prima del parto. Mi auguro ora che tutti vogliano sostenere quella proposta di grande civiltà giuridica dentro e fuori il parlamento italiano, onde dare attuazione rotonda e lucida alla Legge 194/1978, che consente l’aborto in Italia, nel suo Art. 1, principale.
Un «grumo di cellule»

Mi sia consentito indugiare ancora qualche istante. L’essere è e non può non essere, diceva Parmenide di Elea, vissuto a cavallo dei secoli VI e V a.C. L’essere umano è e non può non essere umano. La domanda giusta non è qui come faccia da un «grumo di cellule» (come alcuni usano dire) a uscire un essere umano, bensì come faccia da un «grumo di cellule» nel ventre di un essere umano a uscire sempre e solo un essere umano. Dal «grumo di cellule» che una mamma umana porta in grembo non uscirà mai infatti una giraffa, un lichene o un ibrido. Uscirà sempre e solo un droghiere, un Nobel, una top model, un cantante stonato o una lavapiatti, tutti sempre e solo umani, tutti esseri umani di pari dignità infinita, tutti essere umani portatori di diritti inalienabili.

Perché nessun evoluzionismo riesce infatti a sfuggire a questo dato empirico disarmante. A quale punto del transito dentro il grembo di una madre umana accadrebbe che il «grumo di cellule» acquisisca umanità? Quando il «grumo di cellule» si trasformerebbe in potenziale droghiere, Nobel, top model, cantante stonato o lavapiatti? Quando, come e perché? Per quale intervento, con quale bacchetta magica?
Scendo in Toscana

Ringraziandovi della pazienza che dimostrate nei miei confronti, scendo ora in Toscana.

La Toscana è la terra da cui parliamo, seppur virtualmente questa sera, se non altro il sottoscritto, ed è strumento efficace per un carotaggio dell’intera vicenda italiana. La Toscana, infatti, non sembra essere esattamente una regione dove la possibilità di aborto sia oggi minacciata.

L’Italia langue da tempo in una crisi demografica enorme, denunciata da molti osservatori terzi, primo fra tutti l’ISTAT, crisi che, se così continuasse, potrebbe rivelarsi irreversibile. E la Toscana rappresenta bene questa Italia dell’«inverno demografico», dove il numero dei nati non è sufficiente a rimpiazzare la lacuna nel conto della popolazione che i decessi aprono.

Questo «inverno demografico» produce ferite e costi enormi nella società italiana, che sono già tristemente spalmati sulle generazioni future, le quali sono già non in grado di farvi fronte. È una calamità non naturale e una vera emergenza nazionale. Se la politica italiana fosse seria dovrebbe occuparsi di questo; anzi, avrebbe dovuto occuparsene da tempo. Oggi siamo ospiti di una forza politica nazionale, che ringrazio. Mi auguro che questo mio appello non cada, almeno oggi, nel vuoto.

In Italia, insomma, vi è il problema inverso a quello dell’aborto. In Italia c’è bisogno di maternità, di nascite, di vita. Ce n’è bisogno in Toscana.

Dunque l’Italia e in specie la Toscana – è sempre piuttosto curioso che sia il sottoscritto a ricordarlo – hanno bisogno dell’Art. 1 della Legge 194/1978 che consente l’aborto. Quell’articolo, nella sua integralità, dice infatti: «Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite».

Certamente la Legge 194/1978 non intende dire che sia lo Stato a istituire il diritto dei propri cittadini «alla procreazione cosciente e responsabile», poiché, se fosse così, si configurerebbe il caso odioso dell’essere lo Stato la fonte di tale diritto umano, intronizzando un positivismo giuridico così radicale da ricordare le fattezze truci di quegli Stati totalitari che considerano i cittadini mera funzione propria. Tristi esempi della storia del Novecento lo ricordano e ancora oggi lo ricorda il regime cinese, dove è lo Stato a decidere sempre e solo della vita e della morte delle persone, dell’aborto o delle gravidanze permesse.

Piuttosto l’Art. 1 della Legge 194/1978 intende riconoscere un diritto inalienabile delle persone che è precedente a qualsiasi Stato, il diritto umano alla procreazione. Questo è il motivo per cui la Legge 194/1978 consente l’aborto, ma come il contrario di uno strumento da impiegare «per il controllo delle nascite».

E però la legge italiana non viene rispettata: la Legge 194/1978 è infatti clamorosamente disattesa. Perché la richiesta di aborto, e soprattutto la cultura odierna dell’aborto, va ben oltre i casi previsti dalla Legge 194/1978, che non sono e non debbono mai essere adoperati «per il controllo delle nascite».

La Legge 194/1978, infatti, all’Art. 1, principale, afferma espressamente: «Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite».

La legge 194/1978, cioè, difende anzitutto il valore della maternità e dunque istituisce mezzi atti a evitare l’aborto. Compie un’affermazione valoriale di principio e immediatamente si dota degli strumenti per garantirla, difenderla e implementarne le attuazioni pratiche. Ma, ripeto, tutto ciò è disatteso.

Mi sia permessa la boutade: la Legge 194/1978 è una legge pro life, sin dalla prima parte del suo titolo, una legge che esige che tutte le strutture pubbliche italiane, nell’assetto gerarchico dell’architettura istituzionale dello Stato italiano, ognuno secondo il proprium, vale a dire secondo il principio di sussidiarietà, promuovano e sviluppino concretamente, storicamente «i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite». Per evitare l’aborto.

Ora, dove sono questi strumenti? Chi li promuove, coltiva, sviluppa, finanzia e protegge? Nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, dove sono le donne, e gli uomini, che difendono questo principio basilare e pro life della Legge 194/1978? Dov’è lo Stato italiano che ha sancito quella norma?

Perché noi oggi, in questa Giornata, non stiamo discutendo di questo, bensì del contrario?
Perché non parliamo di come difendere concretamente la vita, come prescrive la Legge 194/1978?
La coscienza anzitutto

La Toscana, dicevo, è assai utile per un carotaggio nazionale. Ebbene, nel 2019 il rapporto di abortività (cioè il numero di aborti ogni 1000 nati vivi) della Toscana è 226. La media nazionale è 174,5. Lo scrive la più recente Relazione del ministro della Salute sulla attuazione della legge contenente “Norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza” (legge 194/78), quella cioè che riporta i dati definitivi del 2019 e i dati preliminari del 2020, ossia quelli finora raccolti, i più aggiornati. La si trova online, ma la invierò volentieri a chi ne facesse richiesta.

In Toscana, cioè, si abortisce di più della media italiana. Detto in altri termini: in Toscana ogni 1000 bambini nati, 226 sono abortiti. Meglio detto ancora: ogni 4 bambini che nascano in Toscana, uno viene abortito. Mi consentite di usare la parola «strage»? E questo dato ovviamente non tiene conto dei “micro-aborti” prodotti dalle cosiddette «pillole dei giorni dopo». Forse che in Toscana ci sia un pericolo per l’aborto libero?

Direi di no. Eppure oggi in Toscana, e altrove in Italia, si pensa che l’aborto libero, quello che in Toscana è superiore alla media nazionale, sia minacciato dall’Art. 9 della Legge 194/1978.

L’Art. 9 della Legge 194/1978 è quello che istituisce, argomenta e difende l’obiezione di coscienza del personale coinvolto in operazioni di aborto. È lungo, bello e articolato. Ne ripeto qui solo la parte iniziale: «L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento». La legge 194/1978 dà cioè per scontato il diritto all’obiezione di coscienza, affermandolo come un principio un non-negoziabile della nostra civiltà giuridica.

Ebbene, per illustrare la meraviglia dell’obiezione di coscienza servirebbe un seminario intero e stasera non ne ho perciò il tempo. Mi basta qui però stasera ricordare – ricordare a me e ricordare assieme a voi – come la coscienza di una persona, correttamente formata, sia per l’uomo l’ultimo tribunale. Come la coscienza sia il santuario inviolabile, che nemmeno il carcere più duro e il regime più totalitario possono violentare e sopprimere. Come la coscienza sia l’ultimo rifugio dei perseguitai e lo strumento ultimativo della libertà, secondo quanto ci hanno insegnato Aleksandr I. Solženicyn (1918-2008) e Václav Havel (1936-2011), Dietrich Bonhoeffer (1906-1945) e Liu Xiaobo(1955-2017), Mohāndās Karamchand Gāndhī (1869-1948) e Martin Luther King (1929-1968), Marco Pannella (1930-2016) e Mario Mieli (1952-1983), Giordano Bruno (1548-1600) e Gianna Beretta Molla (1922-1962).

Oggi invece si vorrebbe abbattere la coscienza e la sua libertà di obiettare. Ma verso quale totalitarismo ci stiamo avviando? Forse che i medici debbano agire senza coscienza? Dovrebbero, i medici, essere meri esecutori meccanici di operazioni di morte? Non credo proprio.

Qualcuno dice che il numero “enorme” degli obiettori impedirebbe l’aborto.

Chi lo afferma forse non ha letto la già citata relazione del ministro della Salute, Roberto Speranza, sull’attuazione della Legge 194/1978, quella contente i dati più aggiornati.

In quella “Relazione” del ministro, a pagina 59, si legge: «Considerando 44 settimane lavorative in un anno, il numero di IVG per ogni ginecologo non obiettore è in media a livello nazionale pari a 1,1 IVG a settimana, dato in leggera diminuzione rispetto agli anni precedenti».

Per la regione Toscana, a pagina 60, quella stessa relazione riporta essere 1,0 il numero medio di aborti a settimana per ogni ginecologo non obiettore, considerate 44 settimane lavorative, nel 2016, quindi 0,9 nel 2017, dunque 0,8 nel 2018 e ancora 0,8 nel 2019.

Lascio a ognuno calcolare il numero di vite che empiricamente la scienza constata crescere in un grembo materno che vengono eliminate mediamente ogni settimana e dunque in capo a un anno solare da ogni ginecologo non obiettore, quindi il numero degli aborti totali per l’insieme di tutti ginecologi non obiettori italiani sulla base dei dati del ministro Speranza nella speranza che il calcolo faccia riflettere sul presunto pericolo che nel nostro Paese correrebbero le madri che pensano di abortire.

Ma, in specifico, essendo 1,1 il numero medio nazionale degli aborti che ogni settimana performa un ginecologo non obiettore, considerate 44 settimane lavorative, nel 2019, ultimo dato ministeriale disponibile, mi domando di che cosa si stia parlando. La “Relazione” del ministro Speranza documenta infatti come un ginecologo non obiettore pratichi poco meno di un aborto a settimana in Toscana e mediamente più di uno in Italia. Ovvero che in Toscana si abortisce liberamente e tanto, e che in alcune regioni del nostro Paese si abortisce liberamente molto di più che in Toscana dove lo si fa liberamente tanto.

Peraltro, proprio quella medesima “Relazione”, a pagina 59, rileva come la percentuale degli stabilimenti in cui in Toscana si pratica l’aborto sia dell’87,1 a fronte di una media nazionale italiana del 63,1. La Toscana è cioè quasi 25 punti percentuali al di sopra della media italiana quanto a strutture che performano l’aborto, al terzo posto dopo la Valle d’Aosta (100%) e l’Umbria (91,7%).

Sorvolando sul fatto che detta “Relazione” del ministro Speranza definisca più volte «carico di lavoro settimanale medio» il numero di vite che un ginecologo non obiettore sopprime nell’arco temporale di sette giorni, quella medesima “Relazione” ministeriale, sempre a pagina 59, indica essere il numero degli stabilimenti che performano l’aborto in Toscana per 100mila donne in età fertile (15-49 anni) 3,7, laddove il numero medio nazionale è 2,9.

Peraltro, a pagina 60, sempre la “Relazione” scrive: «Il rapporto tra ginecologi non obiettori e IVG effettuate, quindi, appare abbastanza stabile a livello nazionale negli ultimi anni; eventuali problemi nell’accesso al percorso IVG potrebbero essere riconducibili ad una inadeguata organizzazione territoriale».

Non esiste cioè una emergenza obiettori in Italia: esiste una emergenza per il riconoscimento mancato del valore della maternità e per la tutela disattesa della vita umana «dal suo inizio» sancite nell’Art. 1, principiale, della Legge 194/1978.

Grazie. Buona Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne a tutti.

Marco Respinti – IFN

Non esiste una emergenza obiettori: esiste una emergenza per la tutela disattesa della vita umana sancita persino dalla Legge 194/1978

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