La madre in affitto si ribella alla logica del figlio perfetto

Nel mezzo del dramma l’avvocato Douglas Fishman ha scritto a Crystal Kelley una lettera per mettere in chiaro le cose:  “Lei è obbligata a interrompere immediatamente la gravidanza. Ha già  sprecato troppo tempo”. Undici giorni più tardi Kelley sarebbe entrata  nella ventiquattresima settimana, limite oltre il quale lo stato del  Connecticut non permette di avere un aborto, quindi avrebbe dovuto  affrontare l’effetto collaterale di una gestazione andata storta, la  nascita.

La bambina aveva il labbro leporino e la palatoschisi, una  cisti nel cervello e varie disfunzioni cardiache. Dalle ecografie i  medici riuscivano a malapena a vedere lo stomaco e la milza. Per i  genitori di S. – così viene identificata la bambina nel racconto di  Kelley – le disfunzioni scoperte osservando quel grembo con i raggi  erano troppo gravi per risultare in una vita degna di essere vissuta.  Gli esami preludevano a un’esistenza intrisa di sofferenze, bisognosa di  cure e probabilmente molto breve; non era per questo che si erano  rivolti a un’agenzia che mette in contatto le famiglie che vogliono un  figlio con ragazze che mettono il proprio utero al servizio degli altrui  desideri in cambio di denaro. Kelley sapeva esattamente come funziona  la dinamica del mercato della maternità: la domanda insoddisfatta di  figli incontra l’offerta profittevole di fertilità. L’inseminazione  artificiale è il mezzo tecnico, la dotazione genetica garantisce che la  madre in prestito sia soltanto il mezzo biologico. Possono anche  intervenire rapporti emotivi fra i genitori e la ragazza che porta in  grembo il bambino, ma le parti in causa sanno che non è quello il punto.

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Kelley, ragazza madre, aveva già fatto la madre “surrogata” in passato  e ogni volta che riceveva la lettera dell’affitto chiamava l’agenzia  per sapere se qualche coppia poteva essere interessata alle sue  prestazioni. 22 mila dollari era il compenso quantificabile, distribuire  la gioia di diventare genitori quello inestimabile. Aveva anche avuto  due aborti spontanei, sperimentando tutti gli stadi, anche quelli  drammatici, della maternità. Si è rivolta a lei una coppia che non  poteva avere il quarto figlio e aveva già sperimentato, con scarsi  risultati, la fecondazione assistita. Ma in laboratorio avevano ancora  un paio di embrioni congelati. Al primo incontro con la coppia Kelley  accetta di portare un figlio per conto terzi e le operazioni vanno  avanti senza intoppi fino al giorno in cui un’ecografia dice che la  bambina avrà soltanto il 25 per cento delle probabilità di condurre una  vita “normale”. I genitori ritrattano. Il figlio che verrà non soddisfa  le condizioni contrattuali su cui fa leva l’avvocato Fishman. I medici  scrivono in un rapporto: “Visti i risultati degli esami, i genitori  credono che gli interventi che saranno necessari per far fronte ai  problemi di salute della bambina sono eccessivi per un neonato, e  l’interruzione di gravidanza è un’opzione più umana”. Kelley però non  vuole abortire. Non importa di chi è il figlio che porta in seno e quali  sono le sue condizioni fisiche. Nel suo blog ha scritto: “Erano  entrambi chiaramente arrabbiati. Dicevano che non volevano mettere al  mondo un figlio soltanto per farlo soffrire. Che io dovevo sforzarmi di  essere ‘come Dio’ e di avere pietà. Gli ho risposto che mi avevano  scelto per portare e proteggere loro figlio, e lo avrei fatto. Ho detto  che non era assegnata a loro la parte di Dio”.

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Un prezzo per il parto, uno per l’aborto

          E’ a questo punto che parte la battaglia legale. L’agenzia delle madri  surrogate manda i suoi messi a convincere Kelley: le spiegano che un  figlio disabile le rovinerà la vita, da tutti punti di vista, e per  rafforzare il tentativo la famiglia mette sul piatto 10 mila dollari.  Lei rifiuta. Poi guarda il suo conto in banca e per un momento si  insinua la tentazione di alzare il prezzo e cedere. Ma subito Kelley  torna sui suoi passi e la decisione di abortire o dare alla luce un  figlio è soltanto sua, e lei ha già scelto. Guida per 700 miglia fino in  Michigan, dove la madre legale è quella che partorisce il figlio, non  la titolare del patrimonio genetico. Di tenere con sé S. però non se la  sente. Non ha le forze, le capacità, la disponibilità economica, ma  questa Juno è certa che qualcuno là fuori sarà in grado di volerle bene e  di rispondere ai suoi particolari bisogni. Ora S. ha nove mesi, una  situazione clinica fragile e una famiglia che la ama senza condizioni.