La malapianta della fecondazione extracorporea e la Corte Costituzionale

Il Comitato Verità e Vita propone una riflessione su due profili di criticità, entrambi gravemente allarmanti, tra i tanti, che emergono con chiarezza alla luce delle sentenze nn. 31 e 32 del 2021 rese dalla Corte Costituzionale

1. Il collidere delle tecniche di fecondazione extracorporea, comunque declinate, coi fondamenti della civiltà, che ne vengono scossi in maniera potente e perentoria: le categorie giuridiche della genitorialità, dell’affettività, della filiazione, del miglior interesse per il debole sembrano inadeguate nella loro plurimillenaria formulazione sicché sia in via giudiziaria che legislativa vengono sempre più attaccate, deformate, in certi casi distrutte. Resta il fatto che la genitorialità non è un fenomeno meramente giuridico ma prima e soprattutto un dato di realtà e mutarne la concezione storica e naturale non significa cambiare il reale, significa piuttosto e purtroppo lasciare prive di tutela le persone deboli per privilegiarne altre. Che tale sia l’esito delle forme di “protezione” del preteso “interesse” del minore è di perfetta evidenza proprio se si segue il ragionamento della Corte, che teme “disarmonie” rispetto al regime dell’adozione: nell’adozione, a tacer d’altro, è prevista tutta serie di controlli sugli adottanti per garantire la massimo protezione dell’adottando; tutto questo, nel regime che la Consulta sollecita, non esiste per nessuna delle tecniche di produzione degli embrioni, in cui lo Stato non interviene in alcun modo per valutare gli aspiranti genitori ai quali pure dà la possibilità di avere un figlio, ed esiste ancor meno nel caso dell’utero in affitto, ipotesi in cui , addirittura, per la Corte costituzionale la tutela dell’interesse del minore consisterebbe nel ratificare in maniera “ordinata” gli effetti di una grave fattispecie di reato. Allora, chiediamo e ci chiediamo, quale bene è tutelato dal divieto di maternità surrogata? A memorie, i soggetti protetti sono la gestante e il bambino: ebbene, si vorrebbero dunque proteggere le vittime di un reato radicando e ordinando gli effetti proprio di quel reato?

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2. L’inadeguatezza dell’attuale civiltà giuridica a proteggere i beni per i quali essa è nata e sussiste. Se il giudice di costituzionalità ravvisa nel consolidamento degli effetti di un reato il modo migliore di proteggere i beni presidiati dalla fattispecie, nessuna tutela penale può dirsi più realmente efficace, a salvaguardia di nessun valore. Giova ricordare che “effetto” dalla gravidanza su commissione non è solo o non è principalmente il bambino, ma i danni che da tale pratica derivano al bambino in termini psicorelazionali e alla donna in termini di dignità: in questo quadro, è assurdo (oltre che immorale) parlare di “miglior interesse”, vieppiù se esso dovrebbe essere perseguito liceizzando in pratica la condotta formalmente condannata, per giunta lasciando del tutto privi di sanzioni coloro che l’hanno commessa o vi hanno concorso. Si pensi al medesimo ragionamento applicato alla riduzione in schiavitù di persona incapace o priva dei mezzi di sussistenza: apparentemente, il miglior interesse della vittima sarebbe restare coi suoi carcerieri che almeno gli assicurano di che vivere e che traggono vantaggio dalla privazione della sua libertà, ma entrando in questa logica che senso avrebbe più prevedere il relativo reato?

E’ chiaro che nelle sentenze in questione si leggono desiderata inaccettabili: imporre al Legislatore il  contemperamento tra la tutela dei diritti fondamentali della persona e la maternità surrogata, il che è impossibile in un ordinamento rigoroso, coerente e che voglia davvero dare priorità alle istanze dei deboli.

Il Comitato Verità e Vita auspica che una rinnovata cultura giuridica di reale tutela della persona colga il vero male insito nelle tecniche di fecondazione extracorporea, comunque declinate, ma in special modo evidente nel caso dell’utero in affitto, e realizzi un vero presidio della vita e della dignità del minore e della donna, beni di altissimo valore che non possono essere sacrificati sull’altare di un pragmatismo cieco che si arrende al fatto compiuto e cerca di rendere lecito ciò che è illecito, buono ciò che è cattivo, bene ciò che è male. 

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