La mitizzata Guerra di Spagna

Periodicamente torna alla ribalta il grande mito progressista occidentale e in particolare italiana: la guerra civile spagnola del 1936-’39.
Mito che celebra in forma solenne la lotta della democrazie contro la dittatura, ed esempio impareggiabile di manicheismo storiografico, dove tutti i buoni sono da una parte e tutti i cattivi dall’altra. Credo che non vi sia, da parte della storiografia progressista – il che ha voluto dire storiografia ufficiale fino a pochi anni fa – un caso di manipolazione del fatti e della verità peggiore di questo.

La schema che ha sempre presentato la vulgata politicamente corretta è in sintesi questo: in Spagna c’era la monarchia, ma il re si è trovato in minoranza alle elezioni amministrative del 1931, ha lasciato il trono ed è nata la Repubblica; c’era dunque la democrazia; la sinistra aveva vinto le elezioni ma nel 1936 il generale Franco – con l’appoggio della Chiesa – ha fatto un colpo di Stato e al termine di tre anni di combattimenti ha instaurato una dittatura che è durata fino alla sua morte, nel 1975. 

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Detta cosi non c’è dubbio: i repubblicani avevano ragione e i nazionalisti torto. Tanto più che a nobilitare la causa anti-franchista erano scesi in campo gli intellettuali: Hemingway e il suo «Per chi suona la campana» sono l’icona e il manifesto dell’eroica lotta repubblicana per la libertà. 

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Ma la verità non è né così semplice né così schematica, e vediamo ora di dimostrarlo con alcuni dati di fatto sui quali – accettiamo la sfida – non c’è possibilità di smentita. Li elenchiamo con una doverosa premessa: il nostro scopo non e quello di dire che Franco aveva ragione e i repubblicani torto. Ma è quello di smascherare le falsità dell’unico mito ormai rimasto (dopo i crolli di tutti i regimi comunisti del mondo) alla sinistra occidentale. E di dimostrare quanto sia infantile dividere la storia tra buoni e cattivi. 

Primo dato di fatto. In Spagna dal 1814 (data del primo pronunciamiento del generale Espoz y Mina contro l’assolutismo di Fernando VII) al 1936 (pronunciamiento di Franco) i tentativi di colpi di Stato furono ben 52. La cultura del golpe apparteneva anche alla sinistra, tanto che solo negli anni Venti del Novecento furono ben tre tentati colpi di Stato (ai quali parteciparono anche le forze democratiche) contro il direttorio militare di Miguel Primo de Rivera. Questo primo dato di fatto dimostra due cose: che da oltre un secolo la Spagna viveva in una sorta di guerra civile permanente, e che anche la sinistra tentava di prendere il potere con la forza. 

Secondo. Non è vero che alle amministrative dell’aprile 1931 i monarchici furono sconfitti. O meglio: non è esatto. I monarchici presero, nel complesso, più voti, in virtù di una schiacciante maggioranza nelle campagne. Ma il re Alfonso XIII lasciò la Spagna (in pratica: scappò) perché nelle grandi città avevano vinto nettamente i repubblicani. Il re capì che non aveva più l’appoggio della borghesia, e quindi del potere economico in ascesa. Non fu quindi la volontà popolare a decretare la fine della monarchia e la conseguente nascita della Repubblica. Tanto meno la volontà della povera gente delle campagne. 

Terzo. La Chiesa accolse inizialmente con favore la nascita della Repubblica, tanto che si pensò che Alfonso XIII aveva lasciato anche perché si sentiva abbandonato pure dal clero. Ma a meno di un mese dalla nascita della Repubblica, in Spagna si scatenò una violentissima persecuzione contro la Chiesa: omicidi, stupri di suore, incendi degli edifici di culto, il tutto senza che il governo nato con le elezioni per la Costituente intervenisse per fermare assassini e incendiari, che erano quasi tutti anarchici. 
Il 19 dicembre del 1831 fu poi promulgata una Costituzione durissima contro la Chiesa: ai preti fu fatto divieto di insegnare, le processioni e le messe all’aperto vennero vietate, i fedeli che avessero voluto esibire simboli cattolici furono sottoposti a tassazione. Nel gennaio del ‘32 fu sciolto per legge l’Ordine dei Gesuiti. Nel maggio del 1933 un’altra legge espropriò la Chiesa di tutti i suoi beni, finiti nelle mani dell’autorità civile. Lo storico americana Coverdale, che pure simpatizza per i repubblicani, sostiene che lo scopo del governo repubblicano non era quello di eliminare certi privilegi del clero, ma quello di «sradicare la stessa Chiesa cattolica». Tutto questo avveniva in una continua escalation di violenze tollerate dal governo: alla fine degli anni Trenta, risultarono essere settemila i religiosi uccisi e torturati. Ecco perché la Chiesa non poté stare, durante la guerra civile, con i repubblicani. 

Quarto. Nel 1933, alle prime elezioni politiche libere, non fu la sinistra a vincere, ma il centrodestra. Partito di maggioranza relativa risultò essere la CEDA, Confederación española de derechas autonómas. “Derecha” in spagnolo vuol dire “destra”. Leader della CEDA era il cattolico Gil Robles. Il quale, tuttavia, appoggiò il governo senza diventarne prima ministro.
A questo punto, di fronte a un risultato elettorale perfettamente democratico, fu la sinistra a prendere le armi per rovesciare il governo. Violente rivolte scoppiarono in Catalogna e nelle Asturie, dove si costituì un vero e proprio esercito rivoluzionario.
In questo ennesimo stato di caos, la CEDA e Gil Robles si candidarono alla guida del governo, ma il presidente Alcalà Zamora preferì indire nuove. elezioni, che si svolsero nel 1936. I due blocchi – sinistra e destra – ottennero un numero di voti pressoché identico; ma in virtù della legge elettorale la vittoria andò al Fronte Popolare, cioè alla sinistra, che ottenne (legittimamente) una netta maggioranza parlamentare.

Quinto. Questo governo, contro il quale Franco insorgerà militarmente pochi mesi più tardi, era un governo democratico come noi oggi lo intendiamo? Così ci viene sempre detto.
In realtà i comunisti (benché fossero, in quel governo, una minoranza) avevano deciso di prendere la guida dell’esecutivo e di non sottoporsi più al voto popolare. Volevano instaurare una dittatura. Ne fa fede uno scambio di lettere, nel dicembre del 1936, tra Stalin e il primo ministro del governo repubblicano Largo Caballero. Nel complimentarsi per la sconfitta delle truppe nazionaliste a Madrid, il dittatore sovietico scrive a Caballero suggerendogli di seguire – a differenza da quanto era avvenuto in Russia – la via democratico-parlamentare. Ma Caballero respinse il consiglio così: «Rispondendo al vostro suggerimento, conviene segnalare che qualsiasi siano le opportunità che l’avvenire riserva all’istituzione parlamentare, essa non gode tra di noi, neppure tra i repubblicani, di difensori entusiasti». 

Sesto. È una sciocchezza definire “fasciste” le forze di Franco. Nella coalizione del Generalissimo i “falangisti” di José Antonio Primo de Rivera erano non più di diecimila, e vennero presto emarginati, soprattutto dallo stesso Franco, il quale era un militare: gli stava a cuore l’ordine, non l’ideologia.
Conclusione. La fine è nota. Vinse Franco, che era un dittatore, certamente. E che si macchiò di atrocità perlomeno pari a quelle dei suoi nemici.
Ma fatti, come avete visto, sono ben più complessi rispetto alla leggenda di una lotta che vede da una parte il Bene e la Democrazia, dall’altra il Male e il Fascismo. 

I LIBRI

CONTRO LE VULGATE
La Guerra di Spagna (1936-39) è ostaggio di numerose semplificazioni tese a presentare una visione manichea.

ORWELL
Uno dei “classici” sulla guerra di Spagna è “Omaggio alla Catalogna” di Gorge OrwelI, recentemente pubblicato da Mondadori (280 pagine, 7,80 Euro)

RANZATO
Un primo testo è quello di Gabriele Ranzato, “La guerra dl Spagna” (Giunti, 1995, 128 pagine, 8,50 Euro). Lo stesso autore ha pubblicato nel 2004 “L’eclissi della democrazia. La guerra civile spagnola e le sue origini” (Bollati Boringhieri, 692 pagine, 40 Euro)

PIO MOA
Meridiana ha da poco pubblicato ”Le origini della guerra civile spagnola” di Pio Moa, uno storico che ha acceso un ampio dibattito in Spagna “smontando” –con le opere di Cesar Vidal – le tesi della sinistra sulla guerra civile

Michele Brambilla – Libero

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