La sfruttamento della prostituzione passa da un clic

L’appartamento «è comodo, a due passi dal parcheggio dello stadio ». La pulizia «eccellente». Il resto deve essere omesso, come il nome del celebre forum che impazza tra i clienti al punto che – assicura chi lo gestisce e lo pubblicizza in ogni dove, persino con eventi e flashmob itineranti – a visitarlo sarebbero 3 milioni di italiani ogni mese. Eccola qua la prostituzione a portata di clic, che a dire il vero esisteva già prima del Covid, ma ora – come tutto il resto – è diventata virale. Nessun canale criptato nel dark web: a chi scrive è bastata una facile ricerca su Google per trovarsi catapultato sulla nuova ‘strada’.

Molti, i siti a disposizione. Al centro, l’ignobile sfruttamento di sempre, con le ragazze per lo più costrette a vendersi per riempire le tasche di ‘protettori’ che nel frattempo però sono diventati anche social manager, pronti a confezionare vetrine il più possibile accattivanti per attirare il maggior numero di followerspossibili. Che poi la ‘merce’ la provano, nella realtà, e la recensiscono raccontando nei minimi particolari (osceni, agghiaccianti) la loro esperienza. Con tanto di ‘stelle’ assegnate. Qualcuno – intellettuali e giornalisti sono arrivati a scriverci libri su – pensa sia la quintessenza della ‘libera scelta’ del sex work: si mettono in vetrina, queste donne, consapevolmente. Vogliono vendersi. E allora il nostro Paese dovrebbe finalmente aiutarle, regolamentando ciò che nelle chiacchiere da salotto sembra facile e persino un po’ rivoluzionario: la vendita del corpo della donna.

Dona ora. Grazie!

«Non si comprende che non c’è e non ci potrà mai essere consenso quando uno paga – spiega Irene Ciambezi, operatrice antitratta della Papa Giovanni XXIII, tra le persone ascoltate in commissione Senato nel corso dell’indagine conoscitiva sulla prostituzione appena conclusa –. Che se si paga si vuole esercitare potere su quel che si compra, senza che l’altro chieda qualcosa o acconsenta » (è l’inizio della violenza, e della violenza di genere). Soprattutto, «si ignora del tutto cosa c’è dietro queste vetrine virtuali ». Vite travolte dalla violenza, segnate dalla droga e spesso dagli aborti forzati, in balìa di criminali pronti a tutto per alimentare i propri guadagni. «Il web come la strada non è una scelta, spesso è l’unico modo in cui queste ragazze possono garantire ai protettori il guadagno che le tiene in vita.


Le giovanissime riempiono le tasche di ‘protettori’ che nel frattempo però sono diventati anche manager: la vergogna delle recensioni online


Gli effetti della pandemia e del lockdown da questo punto di vista sono stati devastanti ». Perché la strada ha chiuso (un quarto le presenze degli anni precedenti, confermano le associazioni) e le uniche porte rimaste aperte per chi in strada ci viveva sono state o quelle delle case degli aguzzini, o dei clienti o in extremis le stanze d’albergo. «Non a caso al nostro numero di pronto intervento abbiamo assistito negli ultimi mesi a un’impennata di richieste d’aiuto per violenze subite e maltrattamenti, oltre che per lo sfruttamento sessuale».

Prigioniere due volte, le ragazze in vendita, anzi tre: di chi le usa, della sua casa, del profilo online con cui alimentare il business costruito sul proprio corpo. Ed è ancora più difficile, adesso, anche provare a salvarle. «Ci misuriamo con situazioni sempre più complesse – continua Ciambezi –: quando sono le ragazze a chiamarci spesso ci troviamo impossibilitati a intervenire per l’incertezza di chi i volontari potrebbero trovare nelle case. Per individuare le reti di sfruttamento sul web, invece, dobbiamo necessariamente collaborare con la Polizia postale: un lavoro utilissimo ma lungo, che richiede confronti continui». Mira, una ragazzina catapultata nell’orrore della prostituzione da Valona, in Albania, non ha tutto questo tempo: seguita per oltre un anno dalla Papa Giovanni è sparita proprio durante il lockdown, salvo poi chiamare dall’ospedale («ho avuto un’emorragia, ho abortito e non so neanche come») e ancora tornare nelle mani dei suoi potenti aguzzini, costretta ad accontentare più clienti alla volta, spesso ripresa coi telefonini. «Un incubo che vorrebbe lasciarsi alle spalle, e non sa come».


Da Valona, nei Balcani, hanno ripreso ad arrivare in Italia centinaia di ragazze albanesi (spesso minorenni) «e nessuno sa perché». Le rotte dalla Libia alla Turchia


La Papa Giovanni insieme a Differenza donna, che gestisce il numero nazionale antiviolenza, è impegnata in questi giorni in una campagna di formazione degli operatori per intercettare sempre più spesso casi analoghi e capire quando i maltrattamenti riguardano donne sfruttate e prigioniere. Mentre prosegue il progetto Miriam – gestito con Caritas, Migrantes, Cif, Cisl e Centro aiuto alla vita – e destinato in particolare ad aiutare le donne migranti intrappolate nella morsa della prostituzione. «Serve soprattutto una rivoluzione culturale però – chiude Irene Ciambezi –: smettere di normalizzare, di guardare a questo fenomeno esclusivamente da un punto di vista sanitario (prevenire malattie), di separare i corpi dalle persone, come se le donne fossero fatte a pezzi. Smettere anche di guardare solo a ciò che avviene dentro i nostri confini». Da Valona, con Mira, hanno ripreso ad arrivare in Italia centinaia di ragazze albanesi (spesso minorenni) «e nessuno sa perché». Le rotte della tratta dalla Libia si sono spostate alla Turchia, «e nessuno le segue». Altro che regolamentare, innanzitutto la prostituzione bisogna tornare a guardarla. E, se si può, a fermarla.

Viviana Daloiso – Avvenire

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