La sofferenza nella malattia

L’esperienza del dolore è certamente fra le più pervasive della vita. Anzi, è così pervasiva da potersi considerare un’universale dell’esperienza.
Da un punto di vista biologico, il dolore ha un’indubbia utilità: ci avverte dei pericoli per l’organismo, ci permette di reagire a minacce e a danni, difende insomma la vita. Se non esistesse il dolore, infatti, saremmo esposti in misura molto maggiore alla malattia e alla morte; proprio il grande vantaggio che apporta a livello biologico, rende il dolore uno strumento di difesa comune a tutti gli esseri senzienti. Nell’uomo, tuttavia, questa esperienza supera il piano fisico e tocca quello psichico, intellettivo, morale. In altre parole, tocca la vita interiore dell’uomo. Questo non stupisce, laddove si consideri la persona umana come un’unità inscindibile di anima e corpo. Per questo motivo, sia nel linguaggio filosofico che in quello ordinario, questo secondo tipo di esperienza dolorosa viene spesso chiamato sofferenza.

Dolore e sofferenza
Anche se questi termini possono essere utilizzati in entrambi i significati, più frequentemente ci si riferisce al dolore per indicare il piano fisico e alla sofferenza per quello metafisico, ovvero quello che supera il livello fisico e accede all’interiore. In questo senso, quando parlo di dolore abbraccio propriamente tutte quelle esperienze che riguardano il corpo come un avere, e posso dire ad esempio Mi fa male la testa, ovvero La testa fa male a me, in un modo linguisticamente simile a quando parlo del danno subito da altri: Il dentista mi ha fatto male, cioè Ha fatto male a me. Quando parlo di sofferenza includo invece tutte quelle situazioni in cui, a causa di un problema fisico o altro, io sto male. Se si volessero usare i due
termini, dolore e sofferenza, in modo intercambiabile, si dovrebbero aggettivare con fisico e interiore (dolore fisico, dolore interiore, sofferenza fisica, sofferenza interiore).
La sofferenza, quindi, diversamente dal dolore, si può definire come un’esperienza esclusivamente umana, ovvero come la capacità tipicamente umana di interiorizzare il dolore trasformandolo in sofferenza, e per questo cercandone (e trovandogli) un significato più profondo. La sofferenza come realtà data, infatti, ha molto da dire alla nostra vita, in senso sia negativo che positivo.

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L’animale (anche quello di tipo più evoluto) può arrivare ad un certo livello di “interiorizzazione del dolore”, può cioè memorizzarlo e utilizzarlo per modifica- re il suo comportamento futuro. Ad esempio, un cane che sia finito in una tagliola mentre annusava un albero tenderà successivamente ad evitare quel luogo che in base alla sua esperienza classificherà come pericoloso, o tenderà a girare alla larga da una persona che gli abbia fatto del male. Questa capacità di molti animali di modificare il comportamento in base agli accadimenti è l’elemento essenziale dell’addestramento: molti animali possono essere addestrati a eseguire operazioni anche sofisticate grazie ad un sistema di premi e punizioni che li porti a mappare le loro attività come utili o dannose, e dunque a creare una serie di risposte abituali a determinati stimoli. Ma tutto finisce lì. Che cosa accade invece quando ad un uomo fa male la testa? Potrebbe assumere un analgesico perché il dolore passi, e di solito questo accade. Ma cosa resta in lui dopo che il dolore è passato?
La sofferenza come sintomo di finitezza
Il filosofo polacco Stanisław Grygiel afferma, nel suo Dolce Guida e cara, che, dopo che il dolore è passato, permane una minaccia nell’essere: l’uomo capisce molto presto che quel dolore, e ogni altro dolore, non sono eventi interamente casuali. Sono contingenti, certamente, perché nessuno dei dolori sperimentati era in sé necessario e può legittimamente avere attivato strategie per scongiurarlo o contenerlo nel futuro. E tuttavia l’uomo sa che l’esperienza del dolore si ripresenterà in varie forme, in vari momenti, per molteplici cause, e sarà dolore fisico, sofferenza psichica, o entrambi. L’uomo sa insomma che la sua vita è intrecciata strettamente all’esperienza del dolore, e capisce che questo fatto ha a che fare con il suo limite, con la sua dimensione di finitezza, e ultimamente con il fatto che la storia terrena di ciascuno si conclude con la morte. L’essere umano, in effetti, è l’unica creatura sulla terra che sa di dover morire e questa consapevolezza sottesa a ogni nostra attività, a ogni nostro momento, anche il più bello, è in fondo già una sofferenza di base con cui dobbiamo fare i conti. Possiamo fingere di ignorarla, ma sarebbe un autoinganno, perché in realtà sapere che abbiamo un tempo limitato, che abbiamo forze limitate, che abbiamo capacità e spazi di azione limitati (per quanto possano essere moltiplicati dalla tecnologia, dalla medicina, dallo stile di vita sano, ecc.) cambia tutta la nostra vita: il valore del passato, il presente, la proiezione nel futuro.
Si ripropone qui la toccante storia di Giobbe, descritta nell’omonimo libro della Sacra Scrittura: Giobbe, uomo giusto e prospero, per una sfida lanciata dal diavolo a Dio, viene privato progressivamente del suo benessere, dei suoi affetti, viene colpito da lutti e malattie, è incompreso e solo, e si trova fino ad un passo dalla morte. Tutta la sua esistenza diventa così una tragica domanda sul senso di una vita irrimediabilmente fragile, una domanda che Giobbe, consapevole che nessun uomo (in fondo fragile come lui anche se meno provato) può rispondergli, scaglia verso il Cielo, cioè verso Dio che così lo ha creato. Come dice Agostino d’Ippona commentando il racconto: “Factus eram ipse mihi magna quaestio” (ero diventato un grande enigma a me stesso), che è quanto dire: la sofferenza arriva a trasformare la vita intera in una domanda di senso scagliata verso l’alto: chi sono io che soffro e che muoio? Attraverso la domanda rivolta a Dio, ovvero attraverso l’atteggiamento della fede orante – Giobbe urlando verso Dio continua infatti a fidarsi di Lui – può giungere la risposta attesa, ovvero la certezza che sofferenza e dolore non annullano il valore della vita, ma indicano piuttosto come il bene della vita umana sia tanto limitato quanto prezioso, e in fondo sempre preludio di una pienezza che l’esistenza terrena non consente ma che Dio garantisce. La sofferenza istruisce pertanto l’uomo sul significato della vita, sulla sua identità di soggetto finito e bisognoso di aiuto, di risposte di senso e non solo di beni materiali. Da questo punto di vista, l’esperienza della sofferenza rappresenta un’occasione interiore di crescita e di maturazione nella coscienza di sé5.

Bioetica del dolore
Dobbiamo allora dire che la sofferenza rappresenta qualcosa di positivo? Non in se stesso, ovviamente. L’uomo tende naturalmente alla felicità e al bene, tende alla vita e non alla morte, quindi non può cercare – secondo natura – il dolore, la sofferenza e la morte come suoi fini. Dal momento però che il dolore e la sofferenza accadono (così come la morte, che accade volenti o nolenti) è importante vedere se da essi sia possibile trarre un insegnamento, e dunque se si possano ricavare conseguenze positive anche da un così evidente fatto negativo. Questo restituisce un senso che può avere ripercussioni importanti sulla vita pratica, e non solo su quella speculativa.
Se infatti sedare il dolore è in generale un atto lecito e anzi meritorio, evi- tarlo ad ogni costo può portare a comportamenti e rappresentazioni dell’umano distorti e dannosi. In che senso? Partendo dall’affermazione precedente secondo cui il dolore e la sofferenza costituiscono dei mali, bisogna riconoscere innanzitutto l’opportunità e la ragionevolezza di combatterli, come si combatte nei limiti del possibile ogni male. Soffrire è uno scandalo e un problema per l’uomo, che aspira incessantemente alla sua “fioritura”, pertanto è giusto che vengano attivati gli strumenti in grado di rispondere efficacemente alla sofferenza. Le metodologie per farlo sono in effetti sempre più accurate: fra queste rivestono particolare importanza le cure palliative, capaci di controllare e lenire la costellazione di sintomi secondari indotti da una malattia a prognosi infausta. Tali cure non consistono soltanto nella terapia del dolore, ma in una serie di azioni a livello medico, infermieristico, psicologico, spirituale, relazionale che possono essere applicate anche molto più precocemente della fase terminale di malattia, fino ad arrivare alle cure simultanee, che hanno lo scopo di affiancare la terapia fin dalla diagnosi di malattia a prognosi infausta migliorando la qualità di vita del paziente in tutte le fasi della malattia e favorendo un processo di preparazione e accettazione della morte assai più sereno. I risultati di tali interventi sono presto detti: dove le cure palliative sono ben praticate le richieste di eutanasia si azzerano.

In secondo luogo, tuttavia, bisogna ricordare che fuggire il dolore non è sempre possibile, e a volte non è nemmeno auspicabile, considerando che alcune sofferenze permangono stabilmente anche al di là del dolore. È allora fondamentale capire anche che:
1) i dolori e le sofferenze vanno combattuti, ma non fuggiti ad ogni costo (a volte vi sono fra l’altro dei costi troppo alti per questa fuga: la morte e la negazione dell’amore per il sofferente);
2) alcune sofferenze non solo non sono eliminabili, ma entrano profondamente nel tessuto dell’esperienza e vanno in essa integrate. Come ho avuto occasione di osservare in altra sede, “anche quando il dolore fisico è sotto controllo, l’angoscia del morente – quando è cosciente – non è finita, è vero. Anzi, si può dire che proprio la sofferenza psichica e spirituale sia quella che più fortemente attanaglia il malato, che vedendo profilarsi la fine non può non ripensare in modo del tutto particolare alla sua vita passata, e magari a ciò che lo aspetta dopo la morte. E tuttavia questo tipo di sofferenza precede necessariamente qualunque morte umana, anche quella per eutanasia, che in tal senso non apporta alcun ‘rimedio’. Soltanto la vicinanza morale, la profonda compassione e comprensione di chi circonda il malato, insieme alla corretta somministrazione della terapia del dolore, possono essere di aiuto in questa fase cruciale, che così perentoriamente richiama a ciascuno la propria stessa fine”.

Sofferenza e relazione, ovvero: forte come la morte è l’amore
Ecco allora emergere in conclusione un altro punto fondamentale: non soltanto la sofferenza è in grado di istruire sul senso della vita, ma inserisce in una dimensione relazionale autentica, nel senso che porta a guardare l’altro con compassione (con il patire-insieme), in modo progressivamente più intenso, fino a sviluppare una vera e propria empatia, ovvero una capacità profonda di mettersi dalla parte dell’altro e di provare i suoi stessi sentimenti. Ma soprattutto nel senso che ci permette di amare veramente.
Questa connessione fra amore vero e sofferenza può stupire, dal momento che tutti noi colleghiamo l’amore alla felicità, e dunque siamo portati a ritenere piuttosto che l’amore si opponga allo stato di sofferenza. Al massimo concepiamo che si possa “soffrire per amore”, ad esempio quando un amore non è corrisposto o comunque quando viene a mancare. Eppure, a ben vedere, amare ci rende sempre più vulnerabili, più dipendenti in qualche modo dalla persona amata per il nostro benessere e la nostra felicità, e ci porta a sentire tutto ciò che accade all’amato quasi come se accadesse a noi; ogni dolore, ogni sofferenza, ogni sconfitta dell’amato ha infatti in noi una grande risonanza. In altre parole, l’amore comporta sempre l’accettazione di piccole e grandi sofferenze, di disponibilità al sacrificio, anche se – effettivamente – tali fatiche non appesantiscono la persona che ama ma al contrario la alleggeriscono, conferendole gioia autentica. Questo significa che fra piacere e sofferenza c’è contraddizione (e in questo senso dove c’è sofferenza non c’è piacere), ma non c’è contraddizione fra gioia e sofferenza. L’amore, anzi, include sempre la sofferenza: più si ama più si soffre, e tuttavia si è più felici. I benefici prodotti dall’amore autentico in ogni sua forma, insomma, superano invariabilmente le sofferenze ad esso collegate, rendendole anche più lievi.
Claudia Navarini – Quaderni di Scienza e Vita n.18