La terapia delle “3P”, cioè povertà, purezza, piccolezza (Flora Gualdani)

La vocazione di un’ostetrica e le origini dell’opera “Casa Betlemme”.

Buonasera a tutti. Prima di iniziare il mio intervento desidero rivolgere un grazie speciale al cardinale Bassetti che ci ha voluto onorare della sua presenza. Ringrazio l’opera di Don Didimo Mantiero, la sua scuola e la prestigiosa giuria per aver voluto dare anche a me un riconoscimento così importante. E’ stata una sorpresa che mai avrei immaginato. Non amo i riflettori e mi fa una certa impressione essere premiata al fianco di figure giganti*, ma una delle cose che ho imparato nella vita è l’obbedienza agli eventi, cioè accettare serenamente tanto le mitragliate quanto gli apprezzamenti.

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Cercherò di ripercorrere qui con voi i passaggi fondamentali del mio cammino e i cardini che mi hanno guidato. L’opera di Casa Betlemme viene da lontano e va nel futuro. Ha le sue radici e ha la sua missione.

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Le radici sono fondamentali. Casa Betlemme è nata dalla mia professione ostetrica, perché ho lavorato 40 anni in ospedale. Ho sentito forte la vocazione ostetrica fin da bambina, e l’ho realizzata anche contro il consiglio dei professori che mi riconoscevano un talento nelle belle arti e volevano dissuadermi dallo studio dell’ostetricia.

Tutto è nato però anche dalla mia famiglia che qualcuno definirebbe “tradizionale” ma è stata esemplare aiutandomi ad avviare quest’opera un pò folle. E’ lì che ho respirato la fede a contatto con la saggezza della natura. I genitori contadini mi hanno educato al valore del sacrificio, testimoniandomi la fedeltà del loro amore. Sono stati capaci di volersi bene tutta la vita.

L’emozione che provo nel ricevere stasera il vostro riconoscimento è duplice perché sono venuta a ricevere un gran premio proprio nella terra dove mio padre 100 anni fa ricevette il tormento di tre anni di prigionia dopo la disfatta di Caporetto. Era un contadino toscano analfabeta che sapeva maneggiare bene soltanto la zappa, ma a 18 anni gli misero in braccio un fucile. Deportato nel lager austro ungarico, mentre gli altri si lasciavano morire di stenti, lui riuscì a sopravvivere grazie ad un sogno che lo reggeva in piedi: avere un giorno una famiglia, e una bambina con gli occhi neri. Quella bambina sono io.

Tornato a casa dopo tre anni, c’era la povertà e lui voleva fare il contadino ma da uomo libero. Così emigrò, analfabeta autodidatta, undici anni negli Stati Uniti per riuscire poi a comprarsi due ettari di terra ad Arezzo, da coltivare in libertà. I primi risparmi che si guadagnò in America, li spedì subito per comprare ai suoi genitori un podere. Alla fine della seconda Guerra Mondiale, poiché lui conosceva bene l’inglese e poteva fare da interprete, gli alleati offrirono a questo contadino ricche prospettive di lavoro a Firenze.

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Ma lui preferì rimanere insieme alla sua famiglia, che aveva tanto sognato, in quel fazzoletto di campagna toscana. Diceva sempre: «la famiglia al primo posto, non la malattia dei soldi!». In paese lo chiamavano “il filosofo cristiano”. E il professore che lo ebbe in cura durante il calvario della malattia, si rammaricava di non aver potuto conoscere prima un uomo così saggio, che trasmetteva pace.

Sono diventata ostetrica nel 1959 e usavo le mie ferie per viaggiare. Nel mio primo viaggio in Terra Santa, nel 1964 a Betlemme ebbi l’intuizione forte che dette il via all’opera: mentre in Vaticano c’era il Concilio, io dentro quella Grotta compresi che la procreatica sarebbe diventata una questione epocale e drammatica, e che il terzo millennio dovrà tornare a genuflettersi davanti al Creatore. Rientrata al lavoro, trovai in reparto una gestante 24enne, sposata e povera. Aveva un cancro ma non intendeva abortire, nemmeno davanti al consulto dei tre specialisti. Le rimasi accanto, la bambina nacque, era sana e aveva due bellissimi occhi azzurri. Me la portai a casa, fu il mio primo amore. La tenni con me finché quella madre coraggiosa, lentamente, guarì. E oggi con suo marito fa la nonna. Perché Dio è regale, restituisce vita per vita a chi ha messo il rispetto della vita al primo posto.

Un “ospedale da campo” sulla procreatica ai tempi del Concilio Vaticano II: opera pionieristica nella pastorale della vita nascente. La prevenzione dell’aborto e i frutti del reparto accoglienza.

Casa Betlemme è nata dalla scelta eroica di quella giovane mamma malata. Sul momento pensai che la cosa sarebbe finita lì, invece Dio aveva un progetto. Quel bambino accolto diventò il primo di una lunga serie. Il Signore, che è un Padre buono, i suoi progetti te li fa capire piano piano: perché sa che altrimenti ti spaventeresti e scapperesti via.

Iniziai a collaborare con il Tribunale per i Minorenni, l’Istituto degli Innocenti a Firenze, il reparto di pediatria, i servizi sociali, le parrocchie, e poi – quando arrivò – con il Movimento per la vita. Lo facevo gratis. Ho preso in affidamento neonati venuti dall’abbandono, dalla violenza, dalle peggiori tragedie delle periferie esistenziali. Alcuni di loro sono rimasti con me per qualche mese, qualcuno per 25 anni.

Negli anni ‘70, con l’arrivo della legge 194, iniziarono a bussare alla mia porta le “ragazze madri”, da ogni parte d’Italia e poi del mondo, donne di ogni religione. Ad un certo punto la mia casa diventò stretta e chiesi a mio padre la mia parte di eredità. Usai quell’ettaro di terra per costruirci, con ingenti sacrifici personali e l’aiuto di qualche volontario, alcune casette dove ospitare le “maternità difficili”. Con un termine oggi di moda potremo definirlo un piccolo “ospedale da campo”: un mini-villaggio della solidarietà, dove ho accolto decine di storie di sofferenza e casi sociali. Storie indicibili di umana catarsi, dove ho visto rifiorire l’impensabile grazie a quella faticosa maternità.

Non ho mai tenuto i conti perché non avevo tempo e sono allergica alla burocrazia. L’unica cifra di cui sono sicura è che nessuna donna è mai tornata da me pentita di aver accolto la vita. Neppure la undicenne incinta di incesto, la prostituta o la donna vittima di violenza, cioè i cosiddetti “casi limite”. L’importante è che la donna si senta amata, non lasciata sola.

Tra il lavoro in ospedale, l’accoglienza e i colloqui con le donne, credo che siano qualche centinaio i bambini tolti dalla pena d’aborto, e altrettante le donne che a Casa Betlemme hanno scoperto la libertà di non abortire. La vita è libertà. A queste donne non ho dato assistenzialismo. Le ho aiutate a recuperare la loro dignità e a tornare autonome in mezzo alla società. La maternità è stata la loro “terapia” adeguata. L’unica. Quelle centinaia di bambini non dovevano esserci e invece oggi sono cittadini adulti che producono, pagano le tasse, hanno una famiglia. Questo frutto ha un valore sociale ed economico che nella nostra epoca di inverno demografico (direi di “inferno” demografico) si definisce come “capitale umano”.

Il “balsamo della misericordia”: un’opera di accompagnamento a fianco delle donne ferite dal trauma post-aborto.

In questo ospedale da campo mi sono specializzata nel prendermi cura non soltanto delle maternità più difficili ma anche delle maternità negate. Di quelle donne cioè, che hanno fatto una scelta diversa e sono tornate, magari a distanza di decenni con i capelli imbiancati, a portarmi il loro tormento che riemerge e non passa. Le aiuto usando il balsamo della misericordia e lo sguardo della trascendenza, in un percorso di accompagnamento tra spiritualità e psicologia.

La misericordia di Dio può “atterrare” soltanto là dove trova il pentimento e quindi occorre chiamare il peccato con il suo nome e capire la gravità di quel gesto. Ma poi alzare lo sguardo verso Gesù che è misericordioso, cioè scende con il cuore sopra le nostre miserie, lavandole con il suo sangue. E’ Lui l’unico farmaco capace di guarire un cuore da quella ferita viscerale. Alle donne spiego che la migliore cura di bellezza non passa dall’estetista ma dal confessionale.

Questo tipo di consulenza è particolarmente delicata e da 50 anni la svolgo da sola nella più assoluta discrezione, con pazienza e premura. Donne di ogni livello culturale che arrivano da tutta Italia. Colloqui senza orario, con frutti meravigliosi che hanno un valore immenso a livello personale e familiare. Donne che raggiungono la guarigione e la “resurrezione” ricongiungendosi con il loro figlio abortito che non è finito in un buco nero e non è un “angioletto” ma una creatura innocente, vive nell’eternità e un giorno la sua mamma lo riabbraccerà. In questo servizio ho sviluppato una mia “ricetta” che ho condensato in un testo intitolato Lettera a una donna ferita.

Papa Francesco insiste oggi su una “Chiesa in uscita”. Dalla maternità affidataria alla “maternità senza frontiere”, la fondatrice di Casa Betlemme era già testimone di una Chiesa in uscita verso le periferie esistenziali.

Come accennavo prima, continuando a lavorare in ospedale, usavo le mie ferie per viaggiare. Sono uscita dal mio ettaro di terra per servire la vita nascente negli angoli più poveri del mondo e ai bordi delle strade, in un personale “servizio alla maternità senza frontiere”. Una buona dose d’incoscienza e spirito d’avventura mi hanno sostenuto in mezzo alle guerre e ai disastri umanitari: India, Bangladesh, Africa, Messico, l’inferno della Cambogia, l’Irpinia terremotata, la Bosnia dello stupro etnico. Facevo quei viaggi anche per fare confronti, volevo osservare e studiare come veniva trattata la maternità in altre culture e contesti geografici. Anche nei paesi ricchi: Stati Uniti, Inghilterra, Svezia. Andavo quindi nelle missioni ma anche dentro le cliniche universitarie. Nel 1979, quando ancora le frontiere erano chiuse, bussai alla porta dell’ospedale di Pechino e mi confrontai con il primario ginecologo che era una donna che aveva studiato a Parigi. Fu un bel colloquio.

Tra gli anni ’60 e ‘70 pensai che per rispondere meglio a quelle catastrofi umanitarie in cui m’immergevo, nonostante fossi ostetrica mi occorrevano altre quattro cose: conoscere una lingua, diventare ginecologa, possedere un ambulatorio con le ruote (cioè un’ambulanza) e saper pilotare un elicottero. Così presi un diploma da interprete, frequentai per quattro anni la facoltà di medicina a Firenze e acquistai i primi strumenti per attrezzarmi un’ambulanza. Nel frattempo a Roma superai i test per il brevetto da elicotterista. Ad un certo punto però dovetti fare delle scelte perché ogni esercitazione di volo mi portava via mezzo stipendio.

L’attenzione ai segni dei tempi: l’impegno culturale e l’apertura del “reparto formazione”. Dagli anni ’80 Casa Betlemme diventa una scuola di vita.

All’inizio degli anni ’80 mi rendevo conto che da noi stava crescendo una povertà culturale su questi temi. Il vescovo di Bangkok voleva che rimanessi e aprissi una casa là. Ma io sentivo che la mia missione era qua nel nostro occidente gaudente e disperato. Vedevo crescere l’emergenza educativa, il degrado morale dentro e fuori le sacrestie, la disinformazione pastorale e i suoi danni. Così decisi di aprire un altro reparto: quello della formazione come chiave della prevenzione. Per prepararmi frequentai a Roma l’Università Cattolica del Sacro Cuore dove incontrai i miei maestri, i giganti della fede e della scienza: Lejeune, la Półtawska, la ginecologa Cappella con i coniugi Billings insieme a Sgreccia e Caffarra. Ma sopra tutti conobbi san Giovanni Paolo II, dai suoi insegnamenti mi sono sentita particolarmente sostenuta.

Le lezioni di queste grandi figure le ho riportate nella mia diocesi avviando un’intensa attività di formazione. Organizzavo corsi e laboratori rivolti a giovani, sposi, educatori, sacerdoti e operatori sanitari. E continue consulenze agli sposi. Casa Betlemme ha allargato così la sua azione diventando una scuola di vita dove si formano formatori e generazioni di famiglie cristiane. Perciò, più che ospedale da campo, io la definisco una piccola Università dell’amore alla persona, con Facoltà della vita. Dove sono passati in molti: vergini e prostitute, analfabeti e professori, piccoli e anziani, artisti e giornalisti, vescovi e sbandati, famiglie ferite. E tante coppie di innamorati.

La nostra scuola si occupa di procreatica, divulgando tre materie: alfabetizzazione bioetica, teologia del corpo (quella di San Giovanni Paolo II) e insegnamento dei metodi naturali per la regolazione della fertilità.

Portiamo avanti ciò che Wojtyla auspicava come un “nuovo femminismo” che parte dalla grandezza della maternità come realtà ontologica, cioè sostanza profonda della natura femminile, non accessorio opzionale. Ogni donna deve sentire di appartenere a qualcuno: ad un marito o a Cristo. E ogni donna deve gioire di sentirsi femmina, sposa e madre: tre dimensioni che devono andare in armonia. Questo vale anche per la suora, per essere capace di tenerezza nella sua gioiosa scelta di oblazione. La donna è visceralmente madre: nella mente, nel cuore e nel corpo. E si realizza pienamente soltanto quando vive la sua maternità: che può essere fisica, adottiva o spirituale.

La gente ha bisogno di riscoprire la sacralità della vita ma anche la sacralità del gesto che la consente. A Casa Betlemme cerchiamo di contrastare sia la disinformazione sia le due derive che s’incontrano a vari livelli: il relativismo morale e l’angelismo. Agli sposi e ai consacrati spiego che Dio non ci ha fatto con le ali ma con i genitali. Spiego che il Creatore, nella sua sapienza, ci ha fatti bene anche dalla cintola in giù. Mentre l’uomo moderno si è illuso di correggere ciò che Dio ha già creato in modo perfetto. Un concetto basilare che cerco di trasmettere è la sacralità della fisiologia femminile, in una visione creaturale. E’ cosa ben diversa da chi vorrebbe divinizzare la natura come “madre terra”. Noi vogliamo portare la gente a ritrovare meraviglia e rispetto per le leggi che il Creatore ha impresso nella natura, fatte di armonia e bellezza, per amore.

Oggi finalmente anche il mondo medico e quello femminista stanno iniziando a rivalutare la sapienza del Creatore. Io lo definisco “il cerchio della vita”: prima hanno capito che dobbiamo de-medicalizzare la gravidanza. Cioè che la gestazione non è una malattia. Poi hanno capito che dobbiamo de-medicalizzare il parto, con meno interventismo. Poi hanno capito quanto è importante l’allattamento naturale, al seno. L’ultima tappa, che chiude il cerchio, sarà la de-medicalizzazione nella gestione della fertilità. C’è chi ancora si ostina a fare resistenza, per una serie di motivi. Molti pastori e teologi purtroppo insistono sulla contraccezione, lo abbiamo visto negli ultimi sinodi. Tocca a noi laici fargli capire che sono fuori strada. Il futuro è dei metodi naturali. Lo ripeto: il futuro è dei metodi naturali. Ne va della qualità dell’amore e della qualità della generazione, cioè della famiglia. La contraccezione è una proposta vecchia. E anche la provetta non ha futuro. Perché la natura non tollera a lungo la violenza, neppure sulle ovaie.

Alla nostra scuola aiutiamo le persone a superare pregiudizi ed equivoci, come quello che confonde i metodi naturali per una tecnica cattolica o contraccezione ecologica per non fare figli. Si tratta invece di uno stile di vita fatto di conoscenza di sé ed esercizio della virtù per amore, nella reciproca fedeltà, in una ragionevole apertura alla vita. Superando la disinformazione, la gente si rende conto che il messaggio dell’Humanae vitae – se si vuole – funziona ad ogni latitudine, anche nelle periferie esistenziali. E’ una conoscenza di sé (fertility awareness) che fa bene alla persona prima che alla coppia: l’ho portata anche dentro conventi e monasteri e potrei stare ore a raccontarvi i frutti stupendi tra le donne consacrate (anche suore cinesi della Chiesa sotterranea).

Vorrei sottolineare che tutto questo impegno di scienza e cultura, ha un profondo valore sociale: aiutare la Chiesa a trasmettere l’Humanae vitae significa diffondere lo splendore della verità e farlo diventare prassi tra la gente. E’ un messaggio incarnato da cui passa la soddisfazione sessuale e la felicità di tante famiglie, che si aprono alla vita e restano unite. Cioè significa costruire famiglie più solide nell’epoca dell’amore liquido.

I frutti dell’impegno culturale: una fraternità di laici missionari alle sorgenti della vita umana.

Ho trovato una certa sintonia tra l’opera di don Didimo e Casa Betlemme. Anche io, nel mio piccolo, ho aperto una scuola di cultura cattolica. Ero una giovane ostetrica dell’Azione Cattolica, ma sentivo che occorreva lavorare culturalmente di più sul campo della procreatica, trasmettendo ai giovani sapere e valori. Me ne resi conto all’ospedale di Londra in un periodo di studio, vedendo giovani donne italiane che volavano là il fine settimana per abortire, quando da noi ancora non c’era la legge 194. Tornai turbata, ne parlai in Azione Cattolica ma i tempi non erano maturi e così dovetti incamminarmi da sola.

E’ stato molto faticoso ma ho aperto una strada. Fin da piccola sono stata molto determinata e ogni tanto mio padre mi diceva: «tu farai il battistrada!». Io non capivo e lui mi rispondeva: «lo capirai da grande…». Ho insegnato l’Humanae vitae prima nelle vallate della mia diocesi, poi sempre più in giro per l’Italia. Un impegno sfiancante e capillare, per amore della Chiesa. Corsi di formazione, serate di sensibilizzazione, laboratori e continue consulenze: prima da sola per anni, poi affiancata da alcuni collaboratori che si sono entusiasmati di questa opera.

I collaboratori aumentano e la fraternità sta crescendo: siamo laici, sposati e non, che vivono del proprio lavoro immersi nel mondo e hanno deciso di spendere seriamente (e gratuitamente) la propria vita nell’opera di Casa Betlemme, come volontari qualificati. Sono professionisti di ogni ambito che arrivano, chiedono di prepararsi qui, e ogni tanto qualcuno decide di fermarsi. Oppure aprono un gruppo locale nella loro realtà. Abbiamo una Regola di vita che dice Ora, stude et labora.

Ogni tanto mi chiedo cosa spinga tante giovani famiglie a buttarsi su questa opera, cosa le attrae. Alcune di loro stasera sono qui con me. Se lo chiedete a loro, vi diranno che sono stati affascinati dall’armonia tra scienza e fede, dal coniugare azione e contemplazione, dall’impegno sociale con quello morale, dal tenere unite la carità con la verità. Hanno trovato a Casa Betlemme una morale incarnata che diventa balsamo per i cuori. Io lo definisco “carisma dell’armonia”, che mi pare gradito sia dai marciapiedi che dalle accademie. E, visti i frutti sempre più abbondanti, mi pare sia una risposta adatta ai tempi che viviamo.

Nel grande giardino della Chiesa, dove fioriscono lungo i secoli tante opere preziose, evidentemente c’era bisogno anche di questa piccola opera: come una risposta precisa ad un bisogno del nostro tempo, un bisogno che mi pare purtroppo drammatico nel cattolicesimo di oggi, oltre che nella società.

Esercitando obbedienza e tanta pazienza tipicamente femminile, ho dovuto attendere 40 anni per avere un riconoscimento ufficiale dalla Chiesa: un tempo biblico che ci ha consentito di arrivare maturi all’appuntamento della storia. Fu il nostro vescovo Bassetti a riconoscere questo carisma. Dopo aver visto i frutti e conosciuto da vicino la fraternità, nel Natale 2005 volle approvarci come opera della Chiesa, cioè come associazione pubblica di fedeli. Quando ne parlò a Benedetto XVI, il papa gli disse compiaciuto: «queste sono persone che vivono e servono la Veritatis splendor». Ho quindi un’immensa riconoscenza verso il nostro caro cardinale Bassetti, che è diventato come il padre di questa opera, facendola decollare.

Portiamo avanti una missionarietà laica, moderna e specifica. Il mio obiettivo, in definitiva, non è preparare intellettuali della bioetica né spiritualisti disincarnati ma apostoli intelligenti, capaci con la loro vita di rendere testimonianza in mezzo alla società. E di compiere una delle opere di misericordia spirituale oggi più urgenti: cioè “istruire gli ignoranti” sul Vangelo della vita.

Un piccolo esempio del nostro apostolato itinerante dove, tra scienza e fede, usiamo anche il linguaggio artistico. Il sinodo dei vescovi sulla famiglia nel 2015 chiedeva di trovare linguaggi nuovi per trasmettere certi insegnamenti poco compresi dalla gente (Instrumentum laboris n. 78). I miei collaboratori hanno raccolto la sfida realizzando una specie di spettacolo (un recital intitolato “Dal cielo alla terra”) dove si parla della bellezza dell’amore coniugale secondo il piano di Dio, usando canzone e poesia, riflessioni tra danza e colori. Parlare dell’Humanae vitae così in modo spettacolare è un esperimento che sta funzionando meravigliosamente: in giro per l’Italia abbiamo sensibilizzato già 4000 persone e domani sera saremo a Verona per la 32esima tappa. Le famiglie di Casa Betlemme ci stanno mettendo preparazione e talenti, testimonianza personale e tanto sacrificio, autofinanziandosi. Voglio sperare che prima o poi anche qualche vescovo si affacci a vedere questo bel progetto nato dal basso, dal popolo di Dio.

Altra caratteristica dell’opera Casa Betlemme: la piccolezza e la povertà, in un voluto nascondimento.

Le opere di Dio le conduce Lui a modo suo. E quando lo ha ritenuto opportuno, ha portato alla luce anche questa opera. Come vi dicevo, è stato il cardinale Bassetti a portare alla luce questa opera. Io l’ho consegnata alla Chiesa dopo averla portata in gestazione per 40 anni nel nascondimento e nel silenzio, lontano dai riflettori. Ho semplicemente seguito le leggi della natura: ogni creatura, per nascere bene, va custodita e protetta nella gestazione.

Altra caratteristica di questo piccolo ospedale da campo è la povertà, cioè la follia di uno stile francescano. Di solito gli ospedali vivono di convenzioni e finanziamenti pubblici. Io invece ho voluto affidarmi a forti convinzioni e alla totale gratuità. Perché ho capito che si sta in piedi soltanto se si resta in ginocchio. Se il latore non è un povero, “il Mandante” non è il protagonista. La povertà è parecchio faticosa, ti fa esercitare la fede ma in cambio ti dà una libertà che è letizia (libertà anche di parola). C’è stato un periodo in cui avevo più debiti che capelli. Quando non hai i soldi nemmeno per comprarti le calze, ti metti i pantaloni. E vai!

Quando ho aperto Casa Betlemme erano gli anni ’60 e il mio vescovo monsignor Cioli, di ritorno dal Concilio Vaticano II, mi ordinò che finché fossi stata viva avrei dovuto avere in casa con me l’Eucarestia. Così la stalla con la mangiatoia, dove i miei genitori tenevano gli animali, diventò una cappella che è il cuore che sorregge tutta l’opera: un cenacolo di preghiera e Adorazione. Con una spiritualità centrata sul mistero dell’Incarnazione e sull’esaltazione della maternità di Maria Corredentrice.

Non ho mai voluto l’appoggio di politici e potenti, ho preferito legarmi a tre santi: Francesco d’Assisi, Caterina da Siena e Teresa di Lisieux, nell’armonia di tre spiritualità in cui mi riconosco. Ho scelto loro come patroni, insieme alla Madonna che è la perfetta regista della storia, di ogni storia e anche della storia di Casa Betlemme.

Riflessioni conclusive. Un paio di diagnosi e di “ricette”, pensando al futuro.

Ho cercato di raccontarvi il mio cammino e mi scuso se vi ho rubato qualche minuto. Vi ho spiegato alcune convinzioni profonde che mi sono fatta ascoltando la vita concreta di migliaia di donne e di coppie, camminando accanto a loro. L’ambulatorio ostetrico è come un confessionale speciale, più frequentato di quello dei sacerdoti. E ad una certa età le cose le vedi con più sintesi e chiarezza, come dall’alto di un oblò.

La mia esperienza si è forgiata nella solitudine, nella tribolazione e nel fuoco, anche il fuoco amico. Perché il “Vangelo della vita”, come tutto il Vangelo, disturba le coscienze. Quello su cui ho consumato la mia esistenza e tutti i miei beni è un campo spinoso, il capitolo più scomodo di tutto il Magistero. San Giovanni Paolo II diceva da profeta che su questi temi scottanti siamo chiamati all’impopolarità, ad essere accusati di durezza, incomprensione e altro ancora: oggi si dice “rigidità”. Ho imparato che la testimonianza è dialogo ma anche combattimento, bisogna saper coniugare dolcezza e fermezza. Ai miei collaboratori ripeto sempre che devono prepararsi al martirio delle idee e al martirio del cuore. Cioè per rimanere fedeli alla verità tutta intera, occorre il coraggio di rinunciare alla carriera e all’indice di gradimento, accettando di perdere per strada certe amicizie, a volte anche le più care. Dolorosamente, ma in letizia francescana.

In conclusione, se dovessi riassumere il nostro compito nella società, direi così: davanti alla diffusa malattia delle “3S” cioè soldi, sesso e successo, cerchiamo di rispondere con la terapia delle “3P”, cioè povertà, purezza, piccolezza. Con dosi sempre abbondanti di preghiera. E’ una ricetta che porta frutto e dà futuro. Ve lo assicuro.

Mi permetto di dire che certe sofferenze della società derivano da una profonda crisi della Chiesa. Mi pare che siano stati decapitati il primo e sesto comandamento: il primato di Dio e la purezza della nostra vita. Quando crollano quelli, con il tempo vengono giù anche gli altri. Ma tutto parte da un problema di fede. Quando si ha paura ad annunciare verità impopolari, alla radice c’è un calo della nostra fede.

La crisi della fede viaggia insieme alla crisi della castità: parola desueta che disturba molti e ci interpella tutti. E’ la parola chiave, parola profetica in questa società decadente fatta di melma e di sangue. Castità è una virtù non banale ma basilare per ogni vocazione: per la fedeltà e la felicità degli sposi, per la salute dei nostri giovani, per l’equilibrio di una vita consacrata, per il bene di una persona con tendenza omosessuale. E’ la mancanza di castità che porta alla infedeltà e allo sfascio delle famiglie. Ed è la mancanza di castità che ha portato certi sacerdoti a sfregiare il volto della Chiesa. Qualche anno fa al cardinale Caffarra facevo notare che anche tutto il dibattito infuocato degli ultimi Sinodi, se ci pensiamo bene, si ricapitola in fondo sulla grande questione della castità. E’ sempre quello il nodo che viene al pettine: dal vivere “come fratello e sorella” dei divorziati alla questione dell’Humanae vitae, da quella dei giovani a quella del celibato sacerdotale.

Con i miei collaboratori insisto nella fedeltà al “BTD”: Bibbia, Tradizione e Dottrina. Anche noi a Casa Betlemme preghiamo continuamente per sostenere i nostri pastori, affinché sappiano resistere alle pressioni del mondo e ci confermino nella fede.
Testo integrale del discorso di Flora Gualdani al premio Cultura cattolica 2019.