La tifosa di Messi

“Suo figlio, signora, nascerà senza la gamba destra, senza un rene con un’atresia esofagea e con una malformazione alla colonna vertebrale”.
“Sarà dura” – disse la dottoressa dopo la tremenda sentenza di quella indimenticabile ecografia all’ottavo mese di gravidanza. Ma chi può affermare con certezza che questa notizia cambierà per sempre la tua vita? Tutto dipende da come vuoi giocarti la partita. Essere la madre di Francesco ė l’esperienza più bella della mia vita, e fin dal grembo materno ho deciso di diventare “la tifosa di Messi”; questo ė diventato anche il titolo del libro che ho scritto, dove spero di avere trasmesso tutta la mia carica positiva.
Non esiste una ricetta perfetta, e anche se la vita non fa sconti a nessuno, credo che ci dia sempre le armi giuste per difenderci e per combattere. Mi ritengo una mamma fortunata, “vivere” mio figlio mi ha regalato emozioni e gioie che diversamente non avrei potuto assaporare e apprezzare, mi ha insegnato che più ti spendi più guadagni, più credi più sarai convincente. Mi ha insegnato che se sorridi alla vita, questa ti ricompenserà.
Aspetto un bimbo1 La vita che conosciamo e che viviamo a volte in modo poco attento, si schiude a una miriade di interpretazioni se ci fermiamo a guardarla, a gustare gli attimi che la compongono e che rappresentano la sola realtà che ci è concessa, spingendoci a porci delle domande sulla nostra esistenza. Per cercare di capirla più in profondità. Trovando i mezzi giusti. Fuori, ma soprattutto dentro di noi. Affrontandola nel migliore dei modi. Rendendola all’altezza delle nostre aspettative.
Ho incontrato Stefano e ci siamo sposati il 29 giugno del 1997. Felici. Giovani. Sempre con il sorriso. E tutto procedeva per il meglio. E un anno dopo è arrivata la bella notizia che ero in dolce attesa. Che bello! E ancora più bello poiché facevo la segretaria in un centro polispecialistico e potevo farmi tutti i controlli che volevo e quando volevo. Tutto sembrava procedere normalmente, a parte un mega pancione che poteva far pensare ne avessi due. Invece era uno. Un maschio.
Io all’età di 14 anni giocavo a calcio nella Correggese femminile, e pensate un po’, in un campionato CSI, il Centro Sportivo Italiano. Diciamo che amavo più i campi di calcio che i tutù. Che bambina strana ero!!!

Sportiva e appassionata di calcio, ero super felice di aspettare un maschietto. Così nel mio immaginario c’era la prospettiva di iscrivere mio figlio quanto prima a calcio.
Qualche avvisaglia cominciavo ad averla. Avevo molto liquido amniotico e
questo doveva mettermi in allarme. Questa cosa non mi piaceva molto. I controlli si susseguivano costantemente.
Al settimo mese, il mio ginecologo era in ferie e la sua sostituta ha cominciato ad avere qualche sospetto. Non era molto chiara. Lanciava solo frasi sibilline del tipo: «Mi sembra che abbia messo le gambe a yoga e faccio fatica a vederlo».
Ha messo però una pulce nell’orecchio del mio ginecologo il quale, al successivo controllo, ha affermato: «Questo bambino mi sembra più piccolo del normale… ma c’è qualcosa… forse avrà sviluppato le parti nobili del corpo…».
Non ho mai capito se questa battuta poco felice me l’avesse detta per sdrammatizzare, se aveva paura a dirmi la verità o perché fosse un obiettore contro gli aborti. Questo non l’ho mai saputo. Mi ha proposto di fare una ulteriore ecografia da una sua amica e collega che era molto esperta.

Quando Francesco era piccolo all’inizio era normale che tutti lo guardassero. E come sempre ero io però che affrontavo le persone, sia gli amici che i conoscenti, perché anche quando era coperto sapevi e ti accorgevi che nelle persone c’era una sorta di curiosità neanche troppo celata. Allora a volte io tiravo giù subito la copertina quando la persona faceva capolino per vederlo, non era una sfida, era per andare incontro alle persone e per toglierle dall’imbarazzo.
Con mia madre i primi tempi ero molto arrabbiata. Forse la differenza tra
madre e suocera è proprio questa, perché mia madre non si dava pace e si disperava chiedendosi sempre perché a sua figlia fosse successa una cosa di questo tipo.
Le volte che andavo da lei, di pomeriggio, mi capitava di vederla piangere. Fino a quando un giorno, in maniera molto risoluta, le ho comunicato che, se voleva continuare a vedere suo nipote, doveva smetterla. In caso contrario non l’avrebbe più rivisto. E lei sapeva che lo avrei fatto per davvero.
Il primo giorno di scuola la maestra ha presentato Francesco a tutta la classe. La sua camminata era claudicante perché la protesi era a presa di bacino.
I bambini curiosissimi gli hanno chiesto di poter vedere la gamba finta.
Francesco ha risposto subito di non chiamarla gamba finta, ma protesi. Quei piccoli cuccioli non si sono impressionati. L’hanno voluta toccare, tastare, come nei più normali atteggiamenti di bimbi alle prese con qualcosa di nuovo e sconosciuto, esorcizzando totalmente quella mancanza. Francesco, in ogni ambiente, dalla scuola, agli amici, allo sport, è sempre stato accolto con grande positività. Lui si è sempre sentito accettato. Finanche nelle gite scolastiche organizzate in montagna, con evidenti possibili difficoltà per lui, gli ho lasciato scegliere se andare o meno.
Lui è sempre andato. E da solo.
Io non sono mai stata una mamma che scocciava la scuola per le gite perché Francesco aveva dei limiti. Ho sempre pensato che devi essere proprio tu, al contrario, a lavorare per essere accettato. E una integrazione vera è tale se è bilaterale.
E io non l’ho mai accompagnato alle gite.
La passione per il calcio è nata intorno ai nove anni. Il papà di un coetaneo di una classe vicina a quella di Francesco era un allenatore, Renzo Vergnani. Io gli ho parlato della voglia di giocare a calcio di mio figlio, o per lo meno di tirare qualche calcio al pallone, e lui, con grande sensibilità, lo ha accolto in squadra per fargli provare questa emozione. Anzi all’inizio, visto che lui portava ancora la protesi, ha provato a fargli fare il portiere. Giocava qualche minuto, ogni tanto, ma quel ruolo, come la protesi, gli stava “stretto”. Così ha deciso di abbandonare per sempre la protesi ed usare le stampelle sia nel calcio che nella vita di tutti i giorni.
Nel frattempo si avvicinava per lui, e per noi, un’altra non facile avversità, l’intervento alla colonna vertebrale.
Questa volta il “mago” che ha messo le mani su mio figlio si chiama Marco Carbone.
All’epoca era un medico del reparto di Ortopedia dell’Ospedale Gaslini di Genova, mentre adesso è Direttore di Ortopedia Pediatrica all’Ospedale Burlo Garofalo di Trieste. Mi sono chiesta in questi anni se sia forse Francesco a portare fortuna ai medici. Perché chi opera mio figlio diventa primario…
Ricordo che mia suocera, per quella occasione, ha fatto pregare tutta Italia, coinvolgendo diversi gruppi di preghiera. Una sorta di grande catena di rosario.
Beh, che ci crediate o no, l’intervento è andato meglio del previsto.
Mi avevano preparato ad un anno di busto fisso, e poi al resto della vita con un altro bustino più leggero. Francesco ha portato il busto solo nei tre mesi successivi all’intervento. Il dott. Carbone ha ricevuto un sacco di complimenti dai suoi colleghi e del suo caso si è parlato anche negli anni successivi.
Mia suocera la sera prima dell’intervento ha detto al medico che gli aveva
fatto benedire le mani e lui, uscendo dalla sala operatoria e soddisfatto di come era andato l’intervento, le ha chiesto: «Signora, che dice, mi verranno le stigmate?».
E pensare che la dottoressa, dalla quale era in cura precedentemente, mi
aveva detto di essere sicura al 90% che, se l’avesse operato, sarebbe rimasto in carrozzina.
Mi aveva consigliato anche di far fare al bambino tutto quello che desidera
prima dell’intervento.
Io le avevo chiesto come mai fosse così sicura e lei: «Signora, preferisce un
figlio con la schiena storta che cammina o un bambino con la schiena dritta in carrozzina?».

Io avrei voluto risponderle che desideravo un bambino con la schiena dritta che camminava, ma sono stata educata, ho preso i miei incartamenti, sono tornata a casa, ho acceso il computer e ho cercato subito in internet un centro specializzato.
Ed è stato così che ho incontrato nel nostro cammino il dott. Marco Carbone.

Il sogno diventa realtà
Il sogno di Francesco di giocare a calcio era anche il sogno di sua mamma.
Sempre al suo fianco, l’accompagnava sin dalle sue prime difficili esperienze. Il CSI, Centro Sportivo Italiano, è venuto a conoscenza della sua storia dietro segnalazione di Claudio Arrigoni, giornalista e amico di Massimo Achini.
Francesco è stato invitato al Meeting di Assisi, iniziativa che si svolge tutti
gli anni nel ponte dell’Immacolata a dicembre. A Francesco è stato comunicato appunto dal Presidente del CSI, Massimo Achini, che il CSI lo avrebbe fatto giocare.
E questa possibilità che gli veniva offerta poteva essere di esempio per tanti, ragazzi e non.
Nel 2011 è riuscito a incontrare il suo idolo, Leo Messi, prima della partita di Champions League allo stadio di San Siro a Milano. E poi l’incontro si è ripetuto ed è stato ancora più bello a Barcellona. Il campione blaugrana, campione anche di sensibilità, gli ha autografato il braccio e Francesco, poi, ha fatto diventare la firma un tatuaggio. Per questo ha dormito tutta notte con il braccio disteso, fuori dalle coperte, e l’indomani mattina se lo è fatto rendere permanente sulla Rambla.
Il 5 febbraio 2012 ha segnato l’inizio di un lungo percorso. Anna Maria Manara, referente nazionale dell’attività disabili del CSI, ha invitato Francesco con la sua squadra, la Virtus Mandrio, a partecipare ad un torneo invernale che si tiene tutti gli anni a Bonemerse, in provincia di Cremona. Francesco ha disputato il suo primo torneo ufficiale da tesserato.
Ma questo a Francesco non bastava.
Si è messo a cercare in rete perché aveva scoperto che in molte nazioni esistono squadre di ragazzi che giocano con le stampelle e che ci sono delle vere e proprie Nazionali. Non aveva ancora compiuto 14 anni quando ha creato un gruppo facebook che ha chiamato “Calcio Amputati Italia”. Incredibilmente lo hanno cominciato a contattare e lui, mano a mano, inseriva i richiedenti nel gruppo. Il 10 Giugno 2012 si è disputato il primo torneo a Correggio, nel paese dove Francesco è cresciuto e abita, all’interno di un progetto di integrazione voluto fortemente da Renzo Vergnani, allora mister della squadra della Virtus Mandrio (ed oggi allenatore della Nazionale Italiana Calcio Amputati con Paolo Zarzana), e sostenuto
e accompagnato come sempre da Anna Maria Manara, attuale Presidente della Nazionale Calcio Amputati del CSI. Il nome dato a questo torneo è “Un calcio a modo mio”, una sorta di copyright che rende perfettamente il senso di ciò che questi ragazzi avevano sognato e volevano esprimere. Sei squadre, sei ragazzi con stampelle o protesi, che giocano un calcio integrato, inseriti uno per squadra. Una seconda edizione di questo torneo è stata poi disputata a settembre di quello stesso anno a Lenola, in provincia di Latina, a casa di uno dei ragazzi del gruppo, Emanuele
Leone.
Questa volta i ragazzi erano in 10 e hanno giocato per la prima volta insieme, non più divisi per squadre.
Il 9 dicembre 2012, appena un anno dopo la deroga concessa a Francesco,
sempre ad Assisi, il CSI ha presentato ufficialmente la Prima Nazionale di Calcio per Amputati.

Stefan o meglio Sten
Durante proprio la stesura del libro mio marito mi ha chiesto se avevo scritto qualcosa su di lui. E io, alla mia maniera, gli dico: «Ancora no, perché il libro non parla di te, però, se vuoi, ti posso dedicare un capitolo dal titolo “Lo spermatozoo che ha fatto la differenza”» e così abbiamo chiuso la chiacchierata con una sonora risata tutti e due.
Ovviamente, mio marito Stefano ha rivestito un ruolo importante in tutta
questa vicenda, un ruolo per niente facile. Se non avessi trovato un uomo come lui, probabilmente non mi sarei mai sposata. È sempre stato presente. Con suo figlio ha sempre avuto un ottimo rapporto. Ora ancora di più perché Francesco è ormai un ragazzo e loro sono complici in tantissime cose. Pur rimanendo dietro le quinte, mi ha sempre dimostrato una fiducia completa nel gestire Francesco e tutto ciò che lo riguardasse. Dalla salute, alle cose di pura organizzazione, sogni compresi.
Forse anche perché con il calcio lui c’entra come i cavoli a merenda.
La libertà, l’ingrediente fondamentale per come vedo io un rapporto. Ho
sempre odiato i rapporti soffocanti. Quando sento di donne che devono avvertire il marito per andare a mangiare una pizza con le amiche, mi si accappona la pelle.
Io non lo avrei mai accettato.
Stefano è soprattutto un uomo che ha un grande senso umoristico. Con lui
non puoi non divertirti e sorridere. Una delle prime volte che mi ha portata fuori a cena in un bel ristorantino, mentre mi parlava, convinto di aver impugnato il sale, ha cominciato a spargere il piatto e la bistecca di stuzzicadenti. Quando se ne è accorto mi ha invitata a giocare a shangai. È stato lì che ho capito che sarebbe stato l’uomo giusto per me.
E questa sua capacità di strapparti sempre il sorriso è sempre stata alla base di tutta la nostra storia e soprattutto ha contribuito alla serena crescita di nostro figlio.

di Francesca Mazzei* – Scienza e Vita – Quaderni 18
Tecnico sanitario di laboratorio biomedico, Policlinico di Modena; coautrice del libro “La tifosa di Messi”. Mamma di Francesco Messori.

Tratto da La Tifosa di Messi, Edizioni A.Car. 2016, pp. 19-20. Per gentile concessione.

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