La vita alla sbarra

In un momento in cui le questioni bioetiche infiammano le polemiche sui media e nella vita politica e culturale, cresce in Italia l’interesse per un importante sociologo francese, Luc Boltanski, che si occupa della dimensione morale nell’analisi della società. Boltanski – che si muove sulle orme di due grandi studiosi, Durkheim e Bourdieu – insiste sul fatto che la morale non è solo un problema teorico, ma prima di tutto una questione pratica, legata alla vita quotidiana. Nonostante l’impostazione pragmatica, Boltanski è tuttavia lontano dalle teorie utilitariste che riducono la morale a un accordo fra gruppi sociali, riportando al centro della sua riflessione l’idea di «giusto».

Lo studio del sociologo francese, appena tradotto da Feltrinelli, affronta uno dei nodi fondamentali della morale contemporanea, quello dell’aborto. Boltanski se ne occupa non solo per analizzare quali siano gli effetti nella società francese trent’anni dopo la sua legalizzazione, ma anche perché la considera una tappa fondamentale per lo sviluppo dell’ingegneria genetica. In una situazione in cui l’aborto fosse proibito, sarebbe stato difficile lo sviluppo di tecniche che prevedono la manipolazione del feto ed eventualmente, come conseguenza, la sua distruzione. Si è aperto così un problema etico di grande rilievo: cioè come si definisce l’appartenenza all’umanità dei nuovi nati. Lo studioso è ben consapevole, infatti, che viene così riaperta la questione dell’appartenenza all’umanità, che avrebbe dovuto essere assicurata a tutti, una volta per tutte, dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948, scritta per impedire che si ripetessero gli orrori del nazismo, sistema che aveva negato a molti esseri umani la dignità di appartenenza al genere umano.

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Oggi invece si discute di nuovo la possibilità di escludere dei potenziali esseri umani dal diritto di vivere: la situazione attuale, scrive Boltanski, somiglia infatti a quella di venti secoli fa, quando venne messo in questione – dal cristianesimo – il carattere inevitabile e naturale dello schiavismo, cioè dell’esistenza di esseri dallo statuto d’umanità ineguale. Una simile questione antropologica si è riaperta ora a proposito dei diritti del feto, essere incerto sospeso tra esistenza e inesistenza. L’irruzione dell’aborto nella vita politica ne modifica radicalmente le frontiere: non solo, spiega Boltanski, perché è l’espressione più manifesta «del regime politico del femminile», ma anche perché «è l’ordine generativo nella sua totalità che si trova rimesso in questione». Le condizioni minime per garantire l’accettazione di un essere umano nella società sono, secondo il sociologo, la constatazione della sua appartenenza alla razza umana, il riordinamento nelle classi maschile e femminile, e la procedura di singolarizzazione. Un essere umano, quindi, è «fatto» dalla carne e dalla parola: per molte società primitive, finché il nuovo nato è senza nome, può essere eliminato senza che questo costituisca un omicidio; ma non è più possibile farlo se il nuovo nato è stato confermato, con un gesto simbolico, nella sua umanità. Gli schiavi erano esseri umani, ma di un’umanità non confermata, e questa situazione viene oggi riproposta dall’ingegneria genetica, e in particolare dagli embrioni congelati. Il saggio di Boltanski è un tentativo, riuscito, di prendere distanza dalle pretese ideologiche con cui sono stati finora trattato i temi scottanti della riproduzione umana. Visto così, nella descrizione un po’ gelida dello scienziato sociale, il nuovo assetto concettuale con il quale si affronta oggi il problema della riproduzione e dell’aborto non è, infatti, la via della libertà e della realizzazione umana, come spesso vogliono i difensori della moderna rivoluzione sessuale, ma solo un’altra modalità di controllo e di interpretazione della sessualità e della riproduzione umana, discutibile almeno quanto quelle che l’hanno preceduta. Boltanski, attraverso le sue interviste, rivela come sia diffi cile accettare l’aborto: le donne cercano giustificazioni, trovando solo scuse che, diversamente dalle giustificazioni, non pretendono legittimità, ma fanno valere delle attenuanti. L’aborto – sottolinea lo studioso – non è legittimabile, perché non può essere trattato come un bene, né giustificato in base a una esperienza legittima; ma neppure è penalizzabile: si può accettare solo sperando che scompaia, come auspicavano i promotori della pianificazione familiare a metà del Novecento, convinti che con lo sviluppo della contraccezione l’aborto sarebbe stato solo un residuo. Oggi però si sa che non è stato così.

Merito principale di questo studio è riportare al suo ruolo storico, necessariamente modesto e contingente, quel movimento di liberazione sessuale e di revisione del modo di vivere la generazione umana che da mezzo secolo costituisce uno dei dogmi indiscussi della modernità. Mostrando che non sono solo gli intellettuali cattolici a svolgere un discorso critico sulla modernità.

Luc Boltanski
la condizione fetale
Una sociologia della generazione e dell’aborto
Feltrinelli.
Pagine 380.
Euro 30,00

Lucetta Scaraffia [Da «Avvenire», 3 febbraio 2007]

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