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La vittima non chiede scusa. Ricordo di una strage

Dopo l’avvio dell’ormai lunga stagione dei mea-culpa ecclesiastici, culminati nella «purificazione della memoria» del 12 marzo scorso, molti si aspettavano, golosi, il seguito. Tra questi, alcuni avevano volto gli occhi, speranzosi, sulla Spagna, attendendosi una richiesta di scuse da parte della gerarchia locale per il franchismo. Invece sono rimasti a bocca asciutta, perché la conferenza episcopale spagnola ha mandato loro a dire che non ha niente di cui doversi scusare. Anzi.

Il cardinale Antonio Maria Ruoco Varela, arcivescovo di Madrid e presidente dell’assemblea dei vescovi iberici, è stato esplicito: «Non è giusto né opportuno che la Chiesa chieda perdono per il ruolo che ha svolto durante la guerra civile spagnola». Questa la presa di posizione durante l’ultima riunione plenaria dei vescovi spagnoli, col pieno appoggio e consenso del nunzio apostolico di Spagna, monsignor Manuel Monteiro de Castro. «Anche la Chiesa fu vittima», ha tenuto a sottolineare il prelato. Eccome. Il cardinale ha dovuto addirittura accorpare per grandi gruppi gli oltre mille processi di beatificazione attualmente in corso per i cattolici, preti e laici, massacrati dai rojos in quella guerra per puro odio religioso. Questi si devono aggiungere all’altro migliaio già effettuato, la cui lunga serie prese il via il 22 marzo del 1986, quando l’attuale pontefice approvò il decreto di beatificazione di tre suore carmelitane martirizzate a Guadalajara. La cifra totale dei cattolici ammazzati dal ’34 in poi non è nota nella sua interezza: i soli laici sono stati decine di migliaia, e si tratta di una approssimazione. Gli ecclesiastici sono 6.832 tra vescovi, preti, religiosi e suore.

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Saliti al potere nel 1931, i partiti e movimenti repubblicani (cioè anarchici, comunisti, ma soprattutto socialisti), crearono immediatamente un clima di odio anticattolico che già nel ’34, anno dell’insurrezione delle Asturie, in pochissimi giorni portò all’incendio di 58 chiese e all’uccisione di 12 sacerdoti, 7 seminaristi e 18 religiosi. Ma fu dal luglio del 1936 in poi che la «più spaventosa persecuzione anticristiana che il mondo abbia visto dall’epoca di Diocleziano» (parole dello storico liberale inglese Hugh Thomas) si scatenò in un crescendo di orrori. Nei modi più atroci e disumani vennero trucidati 4.184 preti diocesani (tra cui moltissimi giovani seminaristi), 2.365 frati, 283 suore, 11 vescovi. In certe diocesi, come quella famosa di Barbastro in Aragona, venne massacrato l’88 per cento del clero. Non si contano i laici uccisi solo perché trovati in possesso di una medaglietta devota o di un santino. Fu vietato perfino il tradizionale saluto adios perché conteneva la parola «Dio».

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La residenza delle suore salesiane di Madrid venne assalita e incendiata; le religiose furono violentate e poi finite a colpi di bastone. Era stata sparsa ad arte la voce che dessero ai bambini caramelle avvelenate, una vecchissima fola che risaliva ai tempi delle guerre di religione e che ogni tanto aveva fatto capolino qua e là in Europa, come preludio a un saccheggio di conventi. Già nel secolo precedente, durante le guerre carliste, per ben due volte una storia del genere era stata diffusa, ed era immancabilmente seguita una matanza de los frailes, un massacro di frati a imitazione delle stragi parigine di settembre del 1792, con macabri reperti anatomici recisi e portati a ornamento sui cappelli.

In Spagna durante la guerra civile del 1936 si arrivò a disseppellire le salme delle monache di clausura per esporle al dileggio in piazza. A qualche disgraziato toccò di venir legato vivo a un cadavere e lasciato morire così, esposto al sole, sino alla decomposizione di entrambi. Le ostie consacrate venivano sottoposte a osceni oltraggi. «Mai nella storia d’Europa e forse in quella del mondo, si era visto un odio così accanito per la religione e i suoi uomini». E’ sempre Thomas, nella sua Storia della guerra civile spagnola, a parlare. Un testimone oculare insospettabile, Salvador de Madariaga (antifranchista convinto e schierato con i repubblicani), ebbe a dichiarare alla fine: «Nessuno che abbia insieme buona fede e buona informazione può negare gli orrori di quella persecuzione: per anni bastò il solo fatto di essere cattolico per meritare la pena di morte, inflitta spesso nei modi più atroci». Solo cattolici: pastori e Chiesa protestanti furono lasciati in pace. Il parroco di Navalmorel venne sottoposto allo stesso supplizio di Cristo: prima flagellato, poi coronato di spine (col filo spinato) e infine crocifisso. A certi religiosi fu riservata la sorte dei tori nella corrida: rinchiusi nel recinto, matati e sottoposti al taglio finale dell’orecchio. La vecchia madre di due gesuiti fu soffocata con un crocifisso incastrato in gola. Le evirazioni a freddo non si contarono. A un certo punto al fronte mancò perfino la benzina, usata per incendiare chiese, uomini, opere d’arte, antiche biblioteche religiose. Un genocidio cieco e insensato, un disastro anche culturale cui solo la vittoria di Franco pose termine.

Di che cosa dovrebbe «pentirsi» la chiesa spagnola? Eppure il primate madrileno non ha avuto parole aspre: «Semplificare i fatti per speculazioni politiche o ideologiche non contribuisce a risanare le ferite, né tanto meno a rinforzare la pace su basi veramente solide come quelle della verità».

Rino Camilleri – Il Giornale

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