L’aborto chimico non è civile. E rafforza la violenza

Innanzitutto desidero ringraziare ‘Avvenire’, giornale che per primo, chiarendo i termini della questione, ha gettato luce sulle pessime scelte sulla Ru486 operate dal Ministero della Salute nella disattenzione generale. Soprattutto, come donna, sono grata perché dite quello che alle donne non dicono. Il cammino della Ru486 è stato nefasto sin dall’inizio ed è segnato, oltre che da aspetti ideologici, da dure logiche di lucro. Sulla pelle dei più deboli: il bambino e la donna.

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La Ru486 viene presentata come la migliore e più ‘civile’ risposta per superare il dramma dell’aborto chirurgico. Bisognerebbe confrontarsi più seriamente su cosa veramente siano civiltà e progresso: si invoca lo ‘Stato laico’, dimenticando che uno Stato davvero laico affonda le proprie radici nei diritti umani, primo tra tutti il diritto alla vita, che invece viene spesso negato o presentato come una sorta di ‘fissazione’ dei cattolici. Ma il diritto alla vita non ha e non deve avere colore religioso né politico. Il bambino concepito non è un ‘fatto politico’ o un’invenzione della Chiesa: è un figlio. Il più piccolo, il più debole, il più indifeso. Le vere civiltà sono basate sull’amore. Questa è la civiltà che milioni di persone, milioni di donne sperano per i propri figli, e nella quale anch’io mi riconosco.

La Ru486 non è un farmaco, la gravidanza non è una malattia e il figlio non è un virus. Dobbiamo dunque chiamarla col suo nome: una sostanza chimica che ha come scopo, dichiarato e diretto, la soppressione di un essere umano. La sua modalità di azione è perversa perché studia la logica della vita per trasformarla in logica di morte. Sappiamo che sin dal concepimento esiste un dialogo, di natura biochimica e ormonale, tra madre e figlio; è grazie a quel dialogo che, appena concepiti, pur avendo un Dna diverso, non siamo stati aggrediti e distrutti dal sistema immunitario materno; è ancora grazie a quel dialogo che al momento dell’annidamento in utero siamo stati guidati verso il sito più adatto e accogliente. La Ru486 si insinua in questo dialogo ‘simulando’ di essere il progesterone, con la differenza che è molto più veloce e affine ai recettori materni, cosicché, quando il progesterone del bambino li raggiunge trova già tali ‘serrature’ tutte occupate dalle finte ‘chiavi’ della Ru486. La conseguenza è il crollo del livello del progesterone, tale da provocare l’aborto. Si dice che l’aborto tramite Ru486 sarebbe meno traumatico dell’aborto chirurgico. Non è affatto così. Infatti, a parte i già noti rischi per la salute fisica e la vita stessa della donna, sul piano psichico l’aborto chimico si è rivelato pesantissimo, e chi afferma il contrario non sa di cosa sta parlando o è ideologicamente accecato; in entrambi i casi inganna le donne. Nell’aborto chirurgico la donna delega l’intervento, ben diverso dall’essere lei stessa protagonista della morte del proprio figlio ingoiando due pillole che sa essere mortali per il suo bambino, (ma spesso non le sa dolorose e pericolose per se stessa): è proprio lei che ne procura la distruzione e la sperimenta sulla propria pelle. Vive l’aborto ‘in diretta’, sapendo di averlo procurato con le sue mani. Anche solo semplici conoscenze di psicologia elementare consentono di capire che, quanto a ‘elaborazione del lutto’, questo rappresenta un trauma profondo. Ci sono poi i numerosi termini di conflitto tra le nuove linee guida e la 194. Chi ha voluto quella legge – che è e resta oggettivamente iniqua – affermava che la finalità era sottrarre l’aborto alla clandestinità, renderlo un problema sociale, per questo a carico del Servizio sanitario nazionale. La Ru486 ora ha aperto di fatto la strada alla clandestinità più atroce: la donna abortisce nel bagno di casa, da sola.

Personalmente non ho mai avuto dubbi sul fatto che la 194 non sia affatto una legge femminista, perché abbandona la donna alla sua tragedia e alla sua solitudine, permettendo a uomini poco responsabili di dileguarsi. Mi domando – ora come allora – come ci possano essere donne che invocano aborto e distribuzione di massa della Ru486 in nome di un’autodeterminazione che ha permesso a società e istituzioni di sentirsi autorizzate (e legalmente protette) a lavarsi le mani di fronte a una donna in difficoltà per una gravidanza, lasciandola senza via d’uscita. In una solitudine che oggi, mettendole due pillole in mano, è ancora più profonda. Credo che un nuovo femminismo porti oggi a mettersi dalla parte della donna e della vita, insieme, scommettendo sulle inesauribili risorse che quella profonda alleanza porta con sé e richiamando la società e le istituzioni all’assunzione di responsabilità che la tutela sociale della maternità comporta.

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Olimpia Tarzia
Bioeticista, presidente del Movimento ‘Per’ Politica Etica Responsabilità

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