L’amara denuncia di una femminista: «Si sta deformando la realta’»

femminismoAppartengo a quella generazione che ha partecipato con slancio alla presa di coscienza collettiva che essere donne è bello e il mondo deve riconoscerlo, a cominciare da quel nonno che alla mia nascita, quando seppe che ero una femmina, preferì andare al lavoro…». L’incipit autobiografico del libro di Francesca Izzo, Le avventure della libertà (Carocci, pagine 162, euro 17,00), inquadra immediatamente l’autrice, già docente di Storia del pensiero politico e Filosofia della politica all’Università di Napoli, da molti anni impegnata nel campo della ricerca femminista. Nessun dubbio, quindi, su quale fosse il suo «A fronte di schieramento «nella straordinaria stagione che ha posto fine alle discriminazioni».

Allora colpisce ancora di più la domanda che dà origine al suo libro e lo percorre dalla prima all’ultima pagina: «Cosa accade alla libertà, quando alle donne viene consentito l’accesso ai suoi vasti territori?». Domanda tutt’altro che scontata e di cogente attualità. Meglio, «cosa accade quando viene riconosciuta alle donne l’uguaglianza con gli uomini » e quindi vengono meno quelle differenze che dall’antichità erano state motivo di discriminazione? Finalmente va tutto bene? Naturalmente no. Si apre anzi una crisi oggi più che mai irrisolta, dovuta a un grave fraintendimento: la cultura occidentale ritiene che la strada giusta sia abolire tutte le differenze, viste come fonte negativa di emarginazione, specie le differenze tra uomo e donna. Come tra ricchi e poveri o tra bianchi e neri. «Eppure – avverte Izzo – le donne non sono né una classe né un’etnia, ma il genere umano medesimo nella sua differenza».

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Si può essere a pari seppure diversi, salvaguardando quella preziosa “dualità” che ci distingue e declinando la stessa libertà in modo differente. Si può. Ma oggi la tentazione forte è quella opposta, di omologare, uniformare, appiattire, scivolando così dal dominio del maschile a quello del neutro. Altro che libertà: «Né uomini né donne – è la lucida analisi di Izzo sulle derive odierne – ma solo individui liberi di assumere indefinite identità e alterare i corpi in vista della loro intercambiabilità (Transgender)». Da qui quella «liquidità» che altera i contorni e deforma la realtà, con l’aiuto di una tecnologia sempre più ardita e spregiudicata. Stiamo dunque perdendo un’occasione forse unica: dopo millenni in cui nascere donna era un disvalore, oggi finalmente abbiamo la possibilità di affermare la bellezza del differire interno al genere umano, invece la pretesa di diritti individuali annienta la dualità. La vera sfida, allora, è «il dispiegarsi di una umanità pari ma differente», riuscire ad affermare «la differenza tra eguali: ecco un compito che fa epoca». È il più grande bivio nella storia millenaria della libertà, che il libro di Francesca Izzo ripercorre a partire dall’antica Grecia, attraverso Roma, la rivoluzione cristiana e via via i grandi pensatori, fino ai tempi moderni e alle diverse anime del femminismo, scisso tra “italo-francese” e “anglosassone”.

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Arrivati ai giorni nostri ci si imbatte nei conflitti odierni, dalla questione della genitorialità rivendicata come un “diritto” spettante a chiunque, alla eliminazione di parole come “padre” e “madre” sostituiti da “genitore 1 e 2”, alle nuove teorie del “gender”, che vorrebbero rendere «inservibili» le categorie di donna e uomo e liquefare la realtà in un continuo indefinito. A prevalere è la sola salvaguardia di libertà individuali, denuncia Izzo, che anche nelle leggi e negli ordinamenti pretende la neutralità assoluta, affinché ogni individuo abbia esattamente «gli identici diritti» di tutti… Fino alla pratica abnorme dell’utero in affitto, che appaga desideri per natura inappagabili, chiamandoli “diritti”. Il fatto è che la lunga avventura della libertà nasce nell’Atene del VII secolo avanti Cristo, e in greco la parola libertà, eleutherìa, può avere due radici: eluth, andare dove uno vuole, o invece leudh, cioè crescita, sviluppo. La differenza non è poca.
Lucia Bellaspiga – Avvenire