Lavoro e condizione occupazionale nella comunità albanese in Italia (2019)

Un’analisi dei dati disponibili sul mercato del lavoro rivela come le condizioni occupazionali della comunità albanese nel nostro Paese siano meno rosee di quelle relative al complesso della popolazione non comunitaria, con un minor tasso di occupazione e maggiori livelli di inattività e disoccupazione.
Il profilo prevalente – benché non esclusivo – tra gli occupati albanesi è quello di un soggetto maschile canalizzato verso il settore edile ed impiegato in lavori manuali specializzati.
La tabella 5 mostra infatti come il 54% della popolazione albanese di 15-64 anni in Italia risulti occupata, un valore inferiore di 6 punti percentuali rispetto a quello rilevato sul complesso dei non comunitari. Anche l’andamento tendenziale dell’occupazione non mostra segnali particolarmente positivi: rispetto allo scorso anno il tasso di occupazione è aumentato di un esiguo 0,2% per la comunità in esame, a fronte del +1% circa relativo al totale della popolazione proveniente da Paesi Terzi.
Relativamente al tasso di disoccupazione la comunità in esame fa rilevare una quota di persone in cerca di occupazione sulle forze lavoro pari al 18%, valore sensibilmente superiore a quello rilevato su complesso dei non comunitari (14,3%). Negativo anche l’andamento tendenziale: rispetto allo scorso anno il tasso di disoccupazione della popolazione albanese in Italia è in lieve aumento (+0,5%), a fronte del calo relativo al complesso della popolazione non comunitaria (-0,6 punti).

Il tasso di inattività tra i cittadini albanesi è pari al 34,1%, valore superiore di oltre 4 punti percentuali a quello rilevato sul complesso dei non comunitari.
D’altronde, all’interno della comunità in esame, risulta lievemente superiore alla media non comunitaria anche la quota di giovani esclusi dal mondo lavorativo e della formazione: su 100 ragazzi, di cittadinanza albanese, di età compresa tra i 15 e i 29 anni, quasi 37 sono NEET (Not engaged in Education, Employment or Training), a fronte di una media pari al 34,6%. L’esclusione dal mondo lavorativo e formativo si acuisce per la componente femminile della comunità, che fa rilevare un tasso di NEET pari al 47,4% (a fronte del 45,5% registrato sul complesso delle non comunitarie).

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Le differenti performance tra la comunità in esame e il complesso dei non comunitari nel nostro Paese sono parzialmente legate proprio al minor coinvolgimento della componente femminile albanese nel mercato del lavoro. All’interno della comunità esistono infatti significative differenze tra il tasso di occupazione maschile (69,5%) e quello femminile (37,9%). In entrambi i casi i tassi si collocano sensibilmente al di sotto dei valori rilevati sul complesso della popolazione proveniente da Paesi Terzi, tuttavia lo scarto dalla media non comunitaria risulta decisamente superiore per il tasso di occupazione femminile (pari al 37,9% a fronte del 46,9%), mentre per gli uomini la distanza è pari a circa 4 punti percentuali. La bassa incidenza di occupate all’interno della popolazione femminile albanese contribuisce a determinare un indice complessivo inferiore a quello rilevato sul complesso dei non comunitari. Segnali positivi arrivano però da un’analisi diacronica: il tasso di occupazione femminile ha registrato un incremento di 1,3 punti percentuali nell’ultimo anno, a fronte del calo registrato sull’indicatore relativo alla sola componente maschile. E’ il fenomeno dell’inattività femminile a risultare, per la comunità in esame, superiore alla media non comunitaria, con un tasso pari al 52,4% a fronte del 43,1% relativo al totale delle donne non comunitarie.
La distribuzione per genere degli occupati conferma la ridotta partecipazione al mercato del lavoro della componente femminile della comunità: a fronte di un sostanziale equilibro di genere tra gli albanesi regolarmente soggiornanti in Italia, la quota femminile tra gli occupati di nazionalità albanese è pari al 34,4%.
Benché anche sul totale degli occupati non comunitari si registri una prevalenza maschile, la quota di uomini risulta inferiore di 5,1 punti percentuali a quella rilevata tra i lavoratori appartenenti alla comunità in esame.

Tra i cittadini albanesi occupati nel nostro Paese prevale un livello di istruzione medio-basso: più della metà dei lavoratori appartenenti alla comunità in esame ha conseguito al massimo la licenza media (63,4%), valore superiore di circa 2 punti percentuali a quello rilevato sul complesso della popolazione non comunitaria, mentre il 37% circa possiede almeno un titolo secondario di secondo grado (il 6,7% ha conseguito anche un’istruzione terziaria). All’interno della comunità in esame, le donne presentino livelli di scolarizzazione superiori agli uomini: possiede una laurea il 12,8% delle occupate a fronte del 4,1% degli uomini; si tratta tuttavia di un valore inferiore a quello registrato sulla popolazione femminile non comunitaria complessivamente considerata (16,1%).

La distribuzione degli occupati di origine albanese tra i settori di attività economica differisce sensibilmente da quella relativa al complesso dei non comunitari. Spicca, in particolare, l’ampio coinvolgimento della comunità nel settore industriale, che risulta prevalente accogliendo complessivamente quasi la metà degli albanesi occupati in Italia (46%), a fronte de 26% dei non comunitari complessivamente considerati. In
particolare, è soprattutto il settore edile a dar lavoro alla manodopera di origine albanese, occupandone il 27,4%.
Il forte coinvolgimento della comunità albanese nel settore industriale, più soggetto a subire ripercussioni nelle fasi critiche dell’economia, è un altro fattore da collegare ai maggiori livelli di disoccupazione rilevati sulla comunità. Lievemente superiore, rispetto alla media dei non comunitari anche la quota di lavoratori albanesi nel Primario: Agricoltura, Caccia e Pesca sono infatti il settore di impiego per l’8% degli occupati appartenenti alla comunità in esame, a fronte del 6% dei non comunitari complessivamente considerati. Per converso, i dati evidenziano lo scarso coinvolgimento dei lavoratori appartenenti alla comunità nell’ambito dei Servizi pubblici, sociali e alle persone (18%), che risulta invece il settore prevalente di impiego per il totale dei lavoratori non comunitari (31%).
Rilevante anche la presenza albanese nel settore Commerciale e ricettivo che raggiunge un’incidenza del 15%.

In riferimento alla tipologia professionale, vi è la prevalenza tra gli occupati albanesi del lavoro manuale specializzato, che coinvolge la metà dei lavoratori della comunità, a fronte del 28% dei non comunitari complessivamente considerati. Segue, per numerosità, la quota di appartenenti alla comunità occupati come lavoratori non qualificati (27%), valore inferiore a quello riscontrato tra i lavoratori provenienti da Paesi Terzi nel complesso: 37%. Un quinto degli occupati albanesi è impiegato, addetto alle vendite e servizi personali, mentre è pari al 4% l’incidenza di dirigenti e professionisti nel campo intellettuale e tecnico.

Si può mettere a confronto, attraverso l’analisi dei dati INPS, la retribuzione mensile media dei lavoratori di cittadinanza albanese e di cittadinanza non comunitaria nel complesso, distinguendone il genere e la tipologia
di occupazione. L’impiego in ambito industriale e la specializzazione professionale, per quanto abbiano esposto i lavoratori appartenenti alla comunità alle ripercussioni negative della crisi economica, hanno effetti positivi sul fronte reddituale: i dati evidenziano infatti come i lavoratori dipendenti della comunità percepiscano retribuzioni mensili mediamente superiori a quelle riservate ai lavoratori non comunitari: 1.301 euro a fronte di 1.166, ovvero una retribuzione mensile media superiore di 135 euro. Nel caso degli operai agricoli, la differenza, sempre positiva, è di 92 euro. Di segno opposto lo scarto rilevato nell’ambito del lavoro domestico: i lavoratori albanesi in questo caso guadagnano mediamente 119 euro in meno dei lavoratori non comunitari complessivamente considerati.

Appare evidente, dai dati, come le lavoratrici siano piuttosto penalizzate sul fronte retributivo; per la comunità in esame, in particolare, si registra un gender pay gap piuttosto elevato nel lavoro dipendente con una retribuzione mensile media maschile superiore a quella femminile di oltre 550 euro. Il divario si attutisce nelle altre tipologie di impiego: nel caso del lavoro agricolo è pari a 241 euro, mentre nel lavoro domestico è pari a 56 euro.
Anche in riferimento al complesso dei non comunitari, si conferma una penalizzazione delle lavoratrici sul fronte salariale, ad eccezione dell’ambito domestico, dove le occupate percepiscono retribuzioni mensili medie superiori di 67 euro a quelle riservate al genere maschile. Nel lavoro dipendente, viceversa, le donne non comunitarie, ricevono una retribuzione media inferiore agli omologhi uomini di 368 euro, mentre nel lavoro agricolo la differenza scende a 75 euro.

Fonte: Rapporto annuale sulla presenza di migranti 2019

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