Le devadasi indiane: da servitrici di Dio a schiave degli uomini

L’India. Un paese dal grande fascino, ma dalle mille contraddizioni: da un lato primati nelle scienze e nella tecnologia, economia in forte sviluppo e grande diversità culturale e religiosa, dall’altro i fenomeni di fanatismo religioso e odio sociale, la povertà assoluta di gran parte della popolazione, il permanere del sistema delle caste e di tradizioni e riti antichi.
Emblematico e rappresentativo è il cosiddetto “sistema devadasi“: originato da un culto Indù molto antico legato soprattutto ai riti propiziatori della fertilità e della prosperità, esso è ancora praticato in alcuni stati del sud dell’India, anche se è stato messo fuori legge, ormai degradato al solo aspetto sessuale più deteriore e privo dello spirito originario, religioso e artistico.

LE DANZATRICI SACRE – In questa pratica religiosa, giovani fanciulle in età prepuberale venivano consacrate a un Dio o a una divinità locale di un tempio indù, con un rito di iniziazione durante il plenilunio, perfezionato, quando le ragazze entravano nell’età puberale, con una seconda cerimonia in cui avveniva la loro iniziazione sessuale a opera di un importante personaggio, sacerdote, re o patrono del tempio.

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A queste fanciulle viene dato l’appellativo di devadasi, parola composta che, in sanscrito, significa letteralmente “serva di dio“: esse sono consacrate al piacere e al divertimento del dio del quale sono le “cortigiane” (soprattutto Yellamma, dea della fertilità, venerata nel cuore dell’India antica), non si sposano perché già sposate alla divinità (Nitya-Sumangali, “sposate per sempre”), non diventeranno mai vedove e questo è considerato di buon augurio.

Oltre ai servizi per la divinità del tempio e per l’assistenza ai sacerdoti, svolgevano un complesso di atti rituali e di intrattenimento della comunità e della corte del re, patrono del tempio, accompagnavano i riti religiosi con danze, musica e canti. All’aspetto religioso era legato quello sessuale: le devadasi erano parte della prostituzione religiosa praticata in India fin dal III sec. d.C. . I loro rapporti erano con la casta sacerdotale dei Brahmani e con il re (râja), ma, in seguito, anche con i signori, patroni e mecenati del tempio dove esse vivevano. Agli inizi, le devadasi provenivano da famiglie di casta alta, venivano educate ed avevano una cultura raffinata e umanistica: le sole donne, oltre alla regina, a saper leggere e scrivere, ad avere diritto di possedere beni. Erano selezionate e avviate alle arti e alla danza con il sostegno di râja e uomini importanti; la loro era considerata una casta e godevano di un alto stato sociale, trasmissibile in linea femminile.

IL CAMBIAMENTO E LA DECADENZA – Quando iniziò la decadenza dei templi e dei regni indù con le prime invasioni arabe e i saccheggi nel nord dell’India, anche lo status delle devadasi decadde e la pratica continuò soprattutto al sud. Durante il periodo coloniale inglese il sistema fu condannato come immorale e poi, con l’opera di evangelizzazione dei missionari cristiani, le ragazze delle caste elevate, istruite ed educate, abbandonarono i templi per avvicinarsi alla fede cristiana. Le devadasi, non più sostenute dai templi e dai loro mecenati divenuti meno potenti e ricchi, s’impoverirono e la loro professione degenerò: per sopravvivere, queste ragazze, ormai provenienti dalle caste inferiori, costrette a vivere da recluse, cominciarono a prostituirsi con i pellegrini e i visitatori del tempio.
Il sistema mano a mano è mutato, sostenuto ancora da fattori quali religione, tradizione (desiderio di placare l’ira degli dei), povertà, arretratezza, superstizione (deformazioni della pelle magari causate da malattie, uno o più nodi tra i capelli, erano considerati segni che le bambine erano state scelte dalla dea Yellamma).

OGGI – La pratica è tuttora alimentata dalle famiglie delle caste più povere: con il pretesto di continuare a mantenere viva la tradizione, genitori e nonne decidono che le loro figlie diventeranno devadasi quando sono ancora piccole. Il voto e la cerimonia avvengono in segreto al raggiungimento della pubertà; le fanciulle non intuiscono cosa le aspetta fino al momento in cui la loro verginità viene venduta ad un uomo del luogo di una casta alta o ad un parente.
Il commercio dei corpi delle bambine viene giustificato dal “dovere verso la divinità“, ma avviene per motivi essenzialmente socio-economici: la famiglia della devadasi non deve provvedere alla cospicua dote indispensabile per sposarsi e i genitori sperano di assicurarsi un sostegno per la vecchiaia.
Generazioni di bambine, vendute per poco o per una misera rendita per la famiglia, non sono riconosciute come cittadine, non hanno padri, vengono private di relazioni affettive autentiche; oggetto di biasimo e disapprovazione, diventano come schiave col dovere pseudo-religioso di soddisfare i desideri sessuali degli uomini della comunità, di ogni origine e casta. Nel tempo queste giovani, in massima parte della casta degli intoccabili (dalit) , sono diventate vere e proprie prostitute, molte di loro finiscono nei bordelli delle città indiane. Quelle più a rischio sono proprio le bambine delle devadasi che crescono nelle comunità matriarcali delle devadasi, comunità rigide che già esistevano all’interno dei templi; diventano schiave col dovere religioso di soddisfare i bisogni sessuali degli uomini della comunità, di ogni origine e casta. Se non muoiono giovani, perdono clientela, restano senza tetto, finiscono per mendicare in strada e dedicare una o più figlie e nipoti. Proprio i bambini sono i più vulnerabili e incontrano i problemi peggiori, non hanno un padre, sono disprezzati dalla società, non possono andare a scuola, per le bambine quasi sempre il futuro è di diventare devadasi come le madri.

Ricerche e statistiche mostrano che il fenomeno persiste soprattutto in Karnataka, Andrha Pradesh e Maharashta. Due terzi delle devadasi vivono nei quartieri metropolitani a luci rosse; un terzo resta nei villaggi e alterna la prostituzione a lavoro agricolo o manuale per un dollaro al giorno. La percentuale di sieropositive (60%.) è tra le più alte al mondo: non usano preservativi, convinte che la dea le guarirà.; il tasso delle minorenni è inaudito: il 20% è costituito da teenager che rappresentano il 70% delle prostitute bambine in India. Un tempo la maggioranza era analfabeta, oggi molte sono istruite, ma il livello di rassegnazione è alto. Percepiscono il loro stato come un male minore inevitabile o addirittura un’opportunità di lavoro, un modo per essere indipendente, preferibile al ruolo di moglie, perché non devono obbedire agli ordini del marito, ma fanno affari, guadagnano e possono scegliere gli uomini. Sono convinte che la famiglia non le abbandoni perché ha bisogno di loro, ma se vogliono cambiar vita vengono cacciate di casa o vendute ai bordelli e tentano il suicidio se non riescono a scappare.

Vimochana, un’organizzazione umanitaria impegnata nell’eradicazione del sistema delle devadasi, stima che in India vi siano attualmente 48.358 donne votate alla dea Yellamma e sfruttate; nonostante la pratica sia fuorilegge, le famiglie e i preti continuano ad effettuare le cerimonie di voto in segreto, molto spesso nelle stesse case dei sacerdoti, in quanto profittevole per loro.

LOTTA, EDUCAZIONE, PREVENZIONE – A fronte di un fenomeno secolare e radicato ormai storicamente e culturalmente, i tentativi di sradicare la prassi sono recenti: i primi disegni di legge risalgono al 1929, la prima dichiarazione locale d’illegalità del matrimonio donne-idoli al 1934; nel 1984 lo stato del Karnataka ha proibito la grande festa popolare con cui, ogni anno, molte centinaia di bambine venivano consacrate alla dea Yellamma; ha consentito alle devadasi, contro la tradizione, di sposarsi, e i loro figli sono considerati legittimi. Nel 1988 il governo di Delhi ha dichiarato illegale il sistema delle devadasi in tutta l’India.  La condanna comporta una multa risibile (massimo 140 dollari) e la reclusione da 3-5 anni, ma la legge risulta difficilmente applicabile per via della diffusa corruzione, dello stigma sociale e soprattutto perché vengono richieste prove dettagliate al momento della denuncia.

Sono molte le iniziative e le campagne volte alla sensibilizzazione, alla prevenzione, alla riabilitazione e al reinserimento nella società di queste ragazze e donne. Il mezzo più potente ed efficace è quello dell’educazione: anzitutto delle donne devadasi, perché prendano coscienza della loro condizione culturale e dell’oppressione esercitata su di loro dalle credenze religiose per liberarsene, e poi della società perché capisca veramente che cosa è diventato il sistema devadasi e cessi la discriminazione verso queste donne e i loro bambini.

Organizzazioni governative e non, missionari e istituzioni cristiane, associazioni umanitarie e di volontariato sono in prima linea in quest’opera di cambiamento: aiutano le ex devadasi, le donne che vogliono uscire da quel sistema e i loro figli, fanno formazione di base e professionale, educano i bambini, li aiutano a inserirsi nella scuola e li sostengono agli studi, aiutano le donne a raggiungere l’indipendenza economica insegnando un mestiere, fornendo varie forme di assistenza, e infine sopperiscono anche alle carenze del sistema sanitario.
Il miglioramento della loro condizione culturale e economica può fare la vera differenza per le ex devadasi e per i loro figli, ma la strada è ancora lunga: occorrono azioni combinate  per sensibilizzare l’opinione pubblica e far emergere il fenomeno in modo da poterlo contrastare, da interventi per creare prospettive, assicurare vita dignitosa e indipendenza economica alle strategie di riabilitazione; dai programmi di formazione professionale e avviamento al lavoro al coinvolgimento di giovani pentite in indagini e denunce. Solo in questo modo si potrà mettere fine a questa pratica disumana e indirizzare una delle società più complesse e variopinte verso una maggior tutela dei diritti umani, soprattutto quelli dei più deboli e discriminati.