Le responsabilità della cultura occidentale nelle grandi stragi del nostro secolo

di Eugenio Corti

Vittime dichiarate dai responsabili diretti – In Russia c’è stata un’unica dichiarazione nel 1942 da parte di Stalin a Churchill, il quale la riporta nella sua opera La seconda guerra mondiale: “Dieci milioni” (di contadini, al tempo della collettivizzazione della terra – N.d.R.) “rispose Stalin alzando entrambe le mani: fu una lotta terribile che durò ben quattro anni… più terribile di quella contro i nazisti”.
In Cina si è avuta l’8 ottobre 1971 una dichiarazione di Mao Sedong all’imperatore d’Etiopia Hailé Sellassié in visita ufficiale a Pechino: Mao affermò che il costo in vite umane “delle vittorie del socialismo” dal 1949 (anno della proclamazione della repubblica popolare cinese) era stato di “cinquanta milioni di morti”. Turbato Hailé Sellassié (il quale, ricordiamolo, sarebbe stato dopo qualche anno ucciso a sua volta dai comunisti etiopici) “fece notare che tale cifra rappresentava il doppio della popolazione dell’Etiopia: ma soltanto una percentuale di quella della Cina, precisò Mao”. (C. e J. Broyelle, Apocalypse Mao, Crassei, Parigi, 1980.)

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Ciò che è realmente accaduto – Se esaminiamo quanto è accaduto con obiettività (senza cioè lasciarci sconcertare dall’orrore per l’enormità di sofferenze, strazio e sangue di povera gente, che ha comportato) dobbiamo anzitutto constatare che entrambe le cifre sono molto al di sotto della realtà.
In Unione Sovietica infatti la lotta (guidata da Stalin) ai contadini piccoli proprietari (’dekulakizzazione’) comportò nel 1929 e 1930 la deportazione-sterminio di 10 milioni di kulaki, più 5 milioni di subkulaki, cui seguirono 6 milioni di morti di fame nella conseguente carestia ’artificiale’ del 1931-32 (con molti casi di cannibalismo). Vennero dunque sacrificate complessivamente 21 milioni di persone. Bisogna dire che questa fu la maggiore di tutte le ’repressioni’ effettuate in Unione Sovietica. L’avevano però preceduta altre ’repressioni’ con molti milioni di vittime, tra cui, sotto la guida di Lenin, quella (fra il 1918 e il 1921) delle classi considerate più propriamente ’sfruttatrici’, ossia nobiltà, clero e borghesia; e dopo il 1921 la ’repressione’, sempre guidata da Lenin, dei cosiddetti ’piccolo-borghesi’ (analoghi ai nostri socialdemocratici).
Una volta collettivizzati i contadini, in Unione Sovietica non esistevano più classi ’sfruttatrici’, per cui (1936, anno della “nuova costituzione staliniana”) Stalin cessò le ’repressioni’ e passò all’epurazione sistematica di tutti gli strati della società, inclusi quelli comunisti alti e bassi (1). Anche al vertice la violenza fu tale che delle 31 persone che dal 1919 al 1938 avevano fatto parte dei ’politburo’ di Lenin e di Stalin, 19 vennero fucilate, 2 si suicidarono, 4 morirono di morte naturale, solo 6 sopravvissero a Stalin. Dei comunisti di rango minore nel solo 1937 ne vennero fucilati 400.000. Ci si immagini cosa dovette subire il resto della popolazione. In parallelo alle fucilazioni anche i lager (col loro ingente stillicidio di morti) vennero moltiplicati fino a contenere 15 milioni di persone.
Quante furono in totale le vittime in Unione Sovietica? Lo si sapeva già da tempo, e se ne conosceva la documentazione, comunque il 28 ottobre 1994 in un discorso al Parlamento russo (Duma) Solgenitsin ha affermato che furono 60 milioni: nessuno, sia in Parlamento che fuori, ha sollevato obiezioni.
Veniamo alla Cina. Avvertiamo che in merito disponiamo di dati molto meno dettagliati che per la Russia. In ogni caso gli stermini in quel paese sono da raggruppare in tre grandi periodi. Anzitutto dal 1949 al 1958 ci furono le “Campagne di liquidazione politica”, ossia d’eliminazione degli avversari (sopratutto nazionalisti vinti): secondo diverse fonti decine di milioni di persone. Nel 1959 ebbe inizio, col “Grande balzo in avanti”, il secondo e massimo sterminio, nel corso del quale i contadini vennero espropriati e costretti nelle “Comuni popolari” (notizia questa che produsse un’incredibile esaltazione nei nostri intellettuali di sinistra). In realtà “nel 1960 il raccolto mancò in circa 60 dei 105 milioni di ettari messi a cultura”, il che provocò la più terribile carestia della storia (anche questa dunque ’artificiale’). Secondo il grande sinologo Lazio Ladany (che fu per decenni redattore a Hong Kong del notiziario China News Analisys da cui hanno sempre attinto materia praticamente tutti i grandi giornali occidentali) tra il 1959 e il 1962 i soli morti per fame furono 50 milioni. In Occidente questa cifra venne (e viene tuttora) tenuta nascosta dalla grande stampa.
Il terzo enorme sterminio in Cina è legato alla “Grande rivoluzione culturale proletaria” che ebbe inizio nel 1966 e si trascinò in vario modo fino al 1976, anno della morte di Mao.
Quante furono complessivamente le vittime del comunismo in Cina? Riteniamo che, in mancanza di dati precisi, meglio d’ogni altra cosa ce lo indichi un importante studio demografico (di Paul Paillat e Alfred Sauvy sulla rivista Population nel 1974) pubblicato a Parigi dopo che Pechino ebbe finalmente resi pubblici i dati statistici relativi alla popolazione: nelle statistiche cinesi risultavano con chiarezza mancanti 150 milioni di persone. Seguirono altri studi demografici, che confermarono, e misero in luce importanti particolari. Interpellato in merito (2), il sinologo Lazlo Ladany ha risposto di ritenere la cifra di 150 milioni corrispondente a realtà, “anche se non è possibile darne dimostrazione”.
Circa le stragi verificatesi in Cambogia (dove dal 1975 al 1978 vennero dai “Khmer rossi” fatte morire 2 milioni di persone, cioè in soli tre anni circa un terzo dell’intera popolazione) riferiremo meglio più avanti.
Negli altri paesi in cui i comunisti hanno preso il potere si ebbero (secondo il recente calcolo minimale di S. Courtois, Le livre noir du communisme, Laffort, Parigi 1997): in Corea del Nord 2 milioni di vittime, in Viet Nam 1 milione, nell’Europa dell’Est 1 milione, in Africa 1.700.000, in Afganistan 1.500.000.

Stragi naziste

Hanno comportato un numero inferiore di vittime, non perché i nazisti fossero meno disposti a uccidere dei comunisti (se mai è vero il contrario), ma semplicemente perché i nazisti sono stati presenti sulla scena della storia soltanto per dodici anni, dal 1933 al 1945 (3), e in tale breve periodo li ha impegnati sopra ogni altra cosa la conduzione della guerra. In quei dodici anni, oltre all’olocausto universalmente noto di 6 milioni d’ebrei, essi hanno operato parecchi altri stermini. Ci riferiamo all’eliminazione dei cittadini tedeschi malati irrecuperabili, a quella degli zingari, ai 3 milioni di civili polacchi non ebrei, ai molti più milioni di civili russi, anche donne, soppressi durante l’occupazione nazista, nonché ai militari russi prigionieri (anch’essi quindi divenuti inermi), dei quali su un totale di 5.754.000 ben 3.700.000 sono stati fatti morire nei lager germanici, sopratutto di fame, talvolta col conseguente terribile fenomeno del cannibalismo (4).
Il totale delle vittime dovrebbe assommare ad alcune decine di milioni. (Per quanto ne sappiamo noi non esistono al riguardo statistiche attendibili: dei crimini nazisti infatti i mass media occidentali parlano si può dire ininterrottamente da più di cinquant’anni, ma purtroppo quasi sempre in via strumentale, cosicché non vediamo come se ne possano trarre dati certi.) (5).
Si pone la domanda: nel corso della storia moderna ci sono stati altri episodi di stragi similari, vogliamo dire aventi le stesse caratteristiche di quelle comuniste e naziste? La risposta purtroppo è affermativa: troviamo infatti un episodio con caratteristiche a tal punto simili, da essere intercambiabili con quelle comuniste e naziste. Esso ha avuto luogo durante la rivoluzione francese in terra di Vandea.

Un precedente: l’episodio vandeano

Oggi ne possiamo parlare con aderenza alla realtà solo perché, in occasione del secondo centenario della rivoluzione francese (anno 1989), accanto alle solite scontate celebrazioni, sono inaspettatamente uscite in Francia alcune opere obiettive (6), che ci consentono di avere sotto gli occhi ciò che è realmente accaduto.
Delle cause che stanno all’origine dell’episodio vandeano, ci limitiamo a ricordare per sommi capi soltanto le maggiori, e cioè: le idee illuministe ispiratrici della rivoluzione francese; l’emanazione da parte dell’autorità rivoluzionaria, nel luglio 1790, della ’Costituzione Civile del Clero’, assolutamente inaccettabile per i credenti; infine l’esecuzione nel gennaio 1793, mediante ghigliottina, del re di Francia Luigi XVI, inaccettabile per i patrioti vecchia maniera e per i popolani in genere. Già nel 1792 si erano avuti in parecchie zone della Francia dei moti popolari. Nel febbraio 1793 l’ordine del governo rivoluzionario di una leva di 300.000 uomini, ha fatto precipitare la situazione in Vandea. Un grande numero di richiamati si è infatti dato alla macchia (noi italiani abbiamo sperimentato un fenomeno analogo nel corso di questo secolo, in occasione delle leve della repubblica sociale fascista).
La superficie della Vandea era di circa 10.000 chilometri quadrati, la popolazione di 815.000 abitanti. I ribelli vandeani, uomini molto valorosi (7), e fin da principio ben organizzati, hanno battuto uno dopo l’altro i reparti dell’esercito repubblicano presenti in loco o inviati da Parigi, e conquistato per intero (= liberato) il proprio territorio. Successivamente le forze soverchianti inviate da Parigi hanno rovesciata la situazione.
In quei mesi imperversava in Francia il terrore giacobino, con alla testa Massimiliano Robespierre, il quale dominava nella Convenzione, cioè nella suprema direzione rivoluzionaria. Quale fosse la situazione lo spiega bene il contemporaneo Babeuf (per il quale vedasi la Nota 6):
“Bisogna assolutamente credere verissimo quando (la Convenzione) dice che Robespierre era più forte lui solo di tutti i membri riuniti, e che (la Convenzione) era giunta a tale stadio di bassezza e di viltà da pensare solo attraverso il suo padrone, che voleva tutto quanto egli voleva, che approvava tutto senza dire parola, per paura di essere colpita dal duro staffile che aveva avuto la vergognosa debolezza di mettere nelle sue mani”.
Questo è già un anticipo molto aderente, anzi una fotografia, della situazione instauratasi poi in Unione Sovietica al tempo di Stalin.
Ottenuta la vittoria, i giacobini non pensarono affatto di limitarsi a castigare in modo più o meno esemplare i vandeani sconfitti: per costoro – esattamente come più tardi per gli avversari del comunismo in Russia, in Cina e altrove, e per gli antinazisti in Germania – non poteva esserci che l’eliminazione, lo sterminio.
E precisamente lo sterminio venne chiesto alla Convenzione di Parigi da alcuni Rappresentanti (possiamo immaginarceli: i soliti elementi zelanti in questo genere di cose). Secondo Hantz, Garrau e Francastel: “La guerra sarà completamente terminata solo quando non ci sarà più un abitante in Vandea… Una volta dissolti completamente i nuclei di resistenza, si faranno in quel paese scorrerie di cavalleria, che ucciderà tutto ciò che incontrerà”. Ancora Francastel: bisogna “spopolare la Vandea”. Non solo gli uomini devono essere eliminati, ma anche le donne “tutte mostri” in quanto “solco riproduttore di futuri briganti”, così pure tutti i bambini (dalla Gazette Nationale del 23.2.1794, voi 19, pag. 537). Di nuovo Hantz e Francastel: “La guerra finirà quando non vi sarà più un solo abitante” (8). Gaudin, che protesta, è interrotto e minacciato di sanzioni dai membri della Convenzione. Si intende dunque effettuare, né più né meno, il genocidio del popolo vandeano: qui, ovviamente, il richiamo al nazismo è il più appropriato.
Venne dato ordine che in contemporanea allo sterminio si asportasse dal territorio tutto l’asportabile (come vedremo, si giunse anche allo sfruttamento dei cadaveri), dopo di che – utilizzando il materiale comburente inviato a tal fine da Parigi – doveva essere bruciato tutto il resto. Leggiamo nelle istruzioni impartite dal capo dei generali esecutori, Turreau, ai suoi luogotenenti: “Tutti i villaggi, tutti i borghi, le macchie e tutto quanto può essere bruciato, sarà dato alle fiamme”.
Stabilito quanto sopra, si è proceduto all’esecuzione con tutti i mezzi allora disponibili, sostituendo tuttavia spesso, per risparmiare munizioni, lo sgozzamento all’uso delle armi da fuoco.
Tra i sistemi impiegati spiccano comunque per originalità gli annegamenti in serie nel fiume Loira, e i rastrellamenti metodici da parte di grandi colonne armate, che marciando in parallelo attraverso il territorio da spopolare (diecimila chilometri quadrati, come si è detto) hanno provveduto a uccidere tutti coloro che incontravano. Vediamoli in breve.

Eliminazioni per annegamento – Poiché “la santa madre ghigliottina è troppo lenta”, e “fucilare è troppo lungo e si consumano polvere e pallottole, si è presa la decisione di metterne un certo numero in grandi battelli, condurli in mezzo al fiume… e là si cola a picco il battello. Questa operazione si fa ogni giorno”.
I disgraziati eliminati in tal modo venivano dunque soffocati mediante l’acqua: allora infatti non esistevano ancora i gas venefici come il Cyclon B, usato poi dai nazisti. Tuttavia un farmacista di buona volontà di Angers, certo Proust, se ne mostrò precursore, presentando alle autorità una sua invenzione: una boccia contenente secondo lui “un lievito in grado di rendere mortale l’aria di tutta una contrada”, che però, in una prova fatta con alcune pecore, non diede risultati.
Comunque non si operava solo mediante l’affondamento di vecchi battelli, si procedeva anche, più sommariamente e celermente, col ’battesimo patriottico’, buttando in acqua le vittime a gruppi: “Quelli che scampano sono immediatamente ammazzati a colpi di sciabola” dalle barche circostanti.
Dice il testimone Guillaume-François Lahemec: “All’inizio gli individui venivano annegati con i loro abiti, ma in seguito il Comitato (rivoluzionario di Nantes), spinto dall’avidità e dalla raffinatezza della crudeltà, spogliava dei vestiti quelli che voleva immolare alle diverse passioni che l’animavano. Bisogna anche che vi parli del ’matrimonio repubblicano’, che consisteva nel legare insieme, sotto le ascelle, un giovane e una giovane completamente nudi, e precipitarli così nelle acque…” Particolarmente auspicato era il ’matrimonio’ di preti legati a monache, o di individui appartenenti alla stessa famiglia.
Le persone annegate di cui venne preso il nome furono 4.800, ma le vittime complessive dovettero essere ben più numerose, se il capo del Comitato Rivoluzionario di Nantes, Carrier, si vantava di averne lui solo fatte annegare 2.800 (tra cui, in una sola notte, da quattro a cinquecento bambini sotto i quattordici anni).
(Questi spietati annegamenti per ragioni politiche richiamano alla mente non solo i soffocamenti nazisti, ma anche la sconsolata tragedia dei trecentomila annegati del ’boat people’, o popolo delle barche, in disperata fuga dal comunismo vietnamita sui mari d’Indocina).

Le ’colonne infernali’ – In Vandea molto più produttivo di vittime fu però il sistema delle ’colonne infernali’, costituite da sei grandi formazioni armate che durante quattro mesi, a cominciare dal 17 gennaio 1794, rastrellarono in parallelo l’una all’altra tutto il territorio, nel quale la popolazione – dopo le sconfitte subite, ma anche in seguito alle solenni promesse di perdono con relative garanzie, fatte dai giacobini vincitori (9) – aveva ormai cessata ogni resistenza.
La consegna del generale Grignon, capo della prima colonna, ai suoi soldati fu: “Vi dò l’ordine di dare alle fiamme tutto quanto sarà suscettibile di essere bruciato, e di passare a fil di baionetta qualsiasi abitante incontrerete sul vostro passaggio. So che può esserci anche qualche patriota in questo paese: non importa, dobbiamo sacrificare tutto”.
L’ufficiale di polizia Gamet, che fa parte di un’altra colonna (comandata dal generale Turreau, capo dell’intera armata dell’Ovest), scrive in un rapporto: “Amey fa accendere i forni, e quando sono ben caldi, vi getta le donne e i bambini. Inizialmente si sono condannate a questo genere di morte le donne briganti” (cioè delle popolazioni insorte) “ma oggi le grida di queste miserabili hanno tanto divertito i soldati e Turreau, che hanno voluto continuare questi piaceri. Mancando le femmine dei monarchici, si rivolgono alle spose dei veri patrioti. A nostra conoscenza già ventitré hanno subito questo orribile supplizio”.
Un’altra testimonianza: “Una donna, travagliata dai dolori del parto, era nascosta in una casupola di La Nonette: dei soldati la trovarono, le tagliarono la lingua, le squarciarono il ventre, ne tolsero il bambino con la punta delle baionette. Si sentivano da un quarto di lega le urla di quella disgraziata”.
Notizie da un’altra colonna: “Dovunque passiamo, portiamo la morte. L’età, il sesso, niente è rispettato. Non abbiamo visto un solo individuo senza fucilarlo”.
Il chirurgo Thomas scrive: “Ho visto centocinquanta soldati maltrattare e violentare donne, ragazzine di quattordici e quindici anni, massacrarle subito dopo, e lanciare di baionetta in baionetta teneri bambini rimasti a fianco delle loro madri giacenti a terra”.
Beaudesson, reggente della sussistenza militare, che ha seguito la colonna Bonnaire, riferisce: “La strada da Vihiers a Cholet era ricoperta di cadaveri, alcuni morti da tre o quattro giorni, e altri appena spirati. Dovunque i campi vicini alla strada maestra erano coperti di vittime sgozzate”.
Alla fine dei grandi rastrellamenti non manca chi si vanta delle stragi compiute, così Bourbotte e il generale Turreau: “Si farà molto cammino in queste contrade prima di incontrare un uomo o una capanna. Ci siamo lasciati indietro soltanto cadaveri e rovine”.
Tuttavia, grazie alla presenza di grandi e intricati boschi, non pochi sono i sopravvissuti: in certe zone costoro, dopo il passaggio dei carnefici, si riunivano nei villaggi devastati a pregare per i morti. A tal fine “tutte le sere hanno luogo adunate popolari per dire il rosario: gli abitanti sono convocati per mezzo di un corno o di una cornamusa”.
Disponiamo di altre relazioni di atroci massacri, che risparmiamo al lettore.

Sfruttamento dei cadaveri – Siamo però tenuti, per completare il quadro degli accadimenti in Vandea, a ricordare lo sfruttamento dei cadaveri. Per esempio della loro pelle: “I cadaveri erano scorticati a mezzo corpo, perché si tagliava la pelle al di sotto della cintura, poi lungo ciascuna delle cosce fino alla caviglia, in modo che dopo la sua asportazione i pantaloni si trovavano in parte formati: non restava altro che conciare e cucire”. Seguono a volte precisazioni minute: “II nominato Pecquel ne ha scorticati trentadue ecc… Queste pelli sono a casa di Prud’homme, pellicciaio”.
Si ricavava dai cadaveri anche il grasso: a Clisson il 5 aprile 1794 vennero cotte a tal fine centocinquanta donne: “Facevamo dei buchi per terra per sistemarvi delle caldaie allo scopo di raccogliere quello che colava: avevamo messo al di sopra delle sbarre di ferro, e su queste le donne… poi, ancora al di sopra, vi era il fuoco… Ne mandai 10 barili (del grasso così ricavato) a Nantes”.
Ad Angers ci si adopera per fare dei cadaveri un uso ornamentale: le autorità giacobine prescrivono che le teste dei ribelli vandeani siano “tagliate e disseccate per essere poi messe sulle mura”. Non però al modo dei selvaggi, bensì utilizzando i sussidi della civiltà: “II laboratorio della scuola di chirurgia di questa città è indicato per fare questo lavoro…” Eccetera.
Qui viene spontaneo ricordare i nazisti che ad Auschwitz usavano la pelle delle vittime per farne dei paralumi (particolarmente ricercata quella tatuata), e che anche negli altri campi di sterminio raccoglievano i capelli femminili, e li imballavano per poi utilizzarli in vario modo. Dobbiamo tuttavia dire che neppure in ambito nazista abbiamo trovato un esempio della cosificazione (= riduzione a cosa) dell’essere umano, così perfetto come quello delle centocinquanta misere donne di Clisson che, dopo essere state verosimilmente sgozzate, sono state cotte per estrarne il grasso.
Riassumiamo: l’inizio della ribellione in Vandea ebbe luogo, come s’è detto, nella primavera 1793: le stragi maggiori si ebbero dalla fine del 1793 all’agosto 1794 (Robespierre cadde il 27.7.94), con strascichi anche negli anni successivi: alla vera pacificazione si arrivò solo il 28 dicembre 1799, col riconoscimento della piena libertà di culto religioso da parte di Napoleone console. Secondo i recenti, accurati computi di Reynold Secher, su una popolazione di 815.029 persone le vittime furono 117.257, pari al 14,38 per cento, con punte particolarmente elevate in alcuni cantoni (così Cholet ha perso il 37,39% degli abitanti, Vihiers il 30,55%, Chemillé il 30,30%): la percentuale delle donne fatte perire fu di poco inferiore a quella dei maschi. Tenuto conto che il tempo a disposizione per il massacro è stato di un anno e mezzo, siamo alla stessa media delle vittime in Cambogia, dove in tre anni venne fatto morire circa un terzo della popolazione (10). Prima di chiudere va ricordato che nel periodo della prevalenza giacobina, non ci furono solo le vittime vandeane: nella prefazione al libro di Secher, Pierre Chaunu, dell’Institut de France, dice: “Pensate ai massacri di Lione, Tolone, Bordeaux, Marsiglia, in diverse zone della ’chouannerie’ dell’Ovest, aggiungete la ghigliottina a Parigi, e superate il mezzo milione”.

Cosa ha preparato le stragi? (prospetto storico)

Viene spontaneo chiedersi se all’origine di questi stermini: il vandeano, il comunista, il nazista – fra loro separati, eppure così simili – non ci sia un rapporto, una nascosta parentela.
La parentela a noi sembra individuabile nel fatto che tutt’e tre: giacobinismo, comunismo, e nazionalsocialismo, procedono, sia pure in modo diverso, da una stessa matrice culturale, quella illuminista.

L’illuminismo

Esaminiamo brevemente: dell’illuminismo possiamo senz’altro accettare la definizione che oggi ne danno gli stessi illuministi: “In senso lato si può qualificare come ’illuministica’ ogni forma di pensiero e ogni corrente filosofica che si propongano di rischiarare la mente degli uomini per liberarli dalle tenebre dell’ignoranza, della superstizione, dell’oscurantismo, attraverso la conoscenza e la scienza… L’atteggiamento illuministico è in generale caratterizzato da un’illimitata fiducia nella capacità liberatrice della ragione, che si esercita anzitutto in forma negativa e critica, ossia sgombrando preliminarmente il campo dalle conoscenze tradizionali che si rivelino illusorie, analizzando e contestando leggi, costumi, istituzioni, ma sopratutto smascherando la più potente e onnipresente delle illusioni, la religione”. (11).
Da questa matrice teorica appunto è uscita la rivoluzione francese, e in particolare l’episodio vandeano.
Ma da dove viene l’illuminismo? Cos’è che lo ha generato? Se vogliamo situare le concezioni illuministe nella storia della cultura, dobbiamo anzitutto tener presente che i periodi di suddivisione della storia occidentale, ai quali fin da bambini la scuola ci ha abituato, sono stati essi stessi fissati dall’illuminismo. Ci viene infatti presentato come un tutt’uno, col nome di ’Medio evo’, il millennio all’incirca che va dalla fine dell’epoca romana al ’Rinascimento’: col suddetto Rinascimento avrebbe avuto inizio l’Evo moderno o del progresso. Per chi guarda la storia sotto tale prospettiva, costituirebbero dunque un unico periodo di regresso dell’umanità i secoli effettivamente oscuri della prevalenza barbarica, e quelli successivi del ’sacro romano impero’ e della ’res publica christiana ’: gli unici, questi ultimi, in cui nei rapporti tra gli uomini ha in qualche modo prevalso l’indirizzo cristiano.
A dimostrare la cecità di una simile classificazione, basterebbe il fatto che, per quanto concerne l’arte, i secoli medievali Tredicesimo e Quattordicesimo (che partendo dalla fioritura delle grandi cattedrali, hanno avuto il loro culmine in Dante) non sono separabili dai due successivi secoli del cosiddetto Rinascimento: il Quindicesimo e Sedicesimo (nei quali l’arte ha continuato ad essere – salvo che in ambiti minori – arte sacra: fino al Cenacolo di Leonardo, alle Madonne di Raffaello, e alla Sistina di Michelangelo). Sempre per quanto concerne l’arte, questo periodo dei quattro secoli dell’umanesimo cristiano, è addirittura l’unico periodo nella storia dell’Occidente in grado di competere col Sesto, Quinto e Quarto secolo avanti Cristo, nei quali è fiorita l’immortale arte ellenica. Lungi dall’essere un’epoca ’oscurantista’ o di regresso, fu dunque di un livello prodigiosamente elevato: magari oggi in arte fossimo in Europa alla metà, o anche solo a un quarto di quel livello…

Punto di partenza: il Rinascimento

Ciò premesso, riportiamoci al cosiddetto Rinascimento. Ci chiediamo: è rinato davvero qualcosa in quei due secoli? E se sì, che cosa?
Riteniamo di non sbagliare se rispondiamo: è rinato, e ha cominciato a diffondersi con forza, il paganesimo. Non però nella sua versione antica, anteriore alla venuta di Cristo, che faceva spazio a Dio o almeno agli dei, e comunque alla religione: “Apud nos omnia religione reguntur: presso di noi tutto si regge sulla religione” ha lasciato scritto Cicerone dell’età repubblicana romana. Il rinato paganesimo non era a quel modo: respingeva infatti Cristo dopo averlo conosciuto: era dunque, ed è, costituzionalmente contro Cristo, ossia contro Dio. Tale nuovo tipo di paganesimo, tendente a escludere Dio dalla vita dell’uomo, sta all’origine di un lungo, ininterrotto processo che – concretatosi anche nell’illuminismo – è giunto infine nel nostro tempo alla proclamazione della ’morte di Dio’. Proclamazione che secondo alcuni dei più acuti pensatori cristiani attuali (citiamo per tutti Pier Paolo Ottonello) tragicamente caratterizza la nostra epoca.
Sarà interessante notare come quel nuovo paganesimo abbia prodotto subito, cioè nel corso dello stesso Rinascimento (e addirittura all’interno dello stato della Chiesa, a tal punto detto paganesimo aveva fatto presa!), il primo piccolo Stalin o Hitler della storia col duca Valentino Borgia: il ’Principe’ che Machiavelli propone come modello per la politica nuova, amorale e strettamente razionale, da lui auspicata nella conduzione degli stati (12).
A un tale stato di cose nel 1517 hanno reagito i cristiani del nord con Lutero: fu questa, storicamente, una novità molto importante, giustificata e anzi auspicabile finché era contro l’amoralità dilagante. Nei suoi sviluppi però essa ha purtroppo preteso – istituzionalizzandosi in Riforma – di cambiare gli ordinamenti dati da Cristo alla sua Chiesa. La conclusione oggettiva fu la spaccatura della cristianità, e il suo avvio verso ulteriori, continue spaccature, e quindi -almeno come tendenza – verso la dissoluzione.
Cos’hanno fatto, a fronte, i fedeli a Cristo? Dobbiamo dire che, avvertita la terribile pericolosità della situazione, sono finalmente usciti dall’inerzia, e si sono adoperati con grande energia – sempre nel corso dello stesso Rinascimento – per porvi rimedio mediante la Riforma cattolica attuata dal Concilio di Trento. Il che, grazie a Dio, ha poi effettivamente portato a un progressivo recupero dei sani costumi all’interno della Chiesa (maestro sommo in tale azione fu l’arcivescovo di Milano San Carlo) (13).
Essendo però la cristianità ormai divisa in due, la provvida azione del Concilio Tridentino non ha potuto raggiungere i cristiani separati. Purtroppo non ha potuto neppure raggiungere, all’interno della stessa cattolicità, un certo numero di quelli che avevano ormai perduta la concezione cristiana (teocentrica) della realtà, e ne erano venuti assumendo una antropocentrica, erano cioè – sotto il profilo culturale – passati dall’umanesimo cristiano all’umanesimo tout court. Il quale al principio non era necessariamente anticristiano (anche se in genere si definiva platonico: in contrapposizione ad Aristotile, in realtà a San Tomaso, cioè alla filosofia cattolica). Ha avuto con ciò inizio il fenomeno intermedio del ’laicismo’ (sia progressista che reazionario), sul quale dovremo tornare più avanti, visto lo spazio sempre maggiore che esso è andato poi acquistando in tutto l’Occidente.

I secoli successivi

Dopo Trento comunque il cristianesimo ha ripreso a costruirsi con vigore, tanto da permeare mirabilmente la vita e il pensiero non solo dei credenti (abbiamo visto con che abnegazione e a che prezzo lo hanno difeso i martiri vandeani), ma dell’intera società, inclusi molti ’laici’, se ne rendessero essi conto o no. L’azione salvifica di Cristo ha seguitato in sostanza a esplicarsi e a dare ovunque i suoi frutti. Nel secolo Decimottavo la lenta marcia verso il proclama della ’morte di Dio’, si era però, per così dire, data una teorizzazione, ed aveva prodotta una propria filosofia: l’illuminismo appunto, dal quale è partito questo nostro discorso. Nata nella protestante Inghilterra, tale filosofia si è sviluppata in pienezza tra i ’laici’ della Francia cattolica, fino a portare, come abbiamo detto, alla rivoluzione francese. Tuttavia bisogna precisare che solo una minoranza dei rivoluzionari (grosso modo quelli che presero il nome di giacobini), si sono attenuti con coerenza e con rigore ai suoi principi, producendo l’episodio vandeano e le altre terribili stragi di quegli anni. Che nella maggioranza degli stessi rivoluzionari il cristianesimo fosse invece ancora presente e operante (ripetiamo: se ne rendessero essi conto o no) a noi sembra bastino a dimostrarlo a sufficienza almeno tre importanti dati oggettivi. Anzitutto lo stesso motto della rivoluzione: “Libertà, fraternità, uguaglianza”, che, piaccia o no, è cristiano (addirittura quel “fraternità”, comunque si sia poi tentato di distorcere il significato di tale parola).
Lo dimostra in secondo luogo la ’Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino’, essa pure formulata dai rivoluzionari, che senz’ombra di dubbio è un manifesto cristiano, al quale se mai si può fare l’unica obiezione di essere incompleto. Facciamo notare che la Dichiarazione contiene fra l’altro, all’articolo 35, il solenne principio (già enunciato da San Tomaso d’Aquino): “Quando il governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione è, per il popolo e per ogni parte del popolo, il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri”. Precisamente questa convinzione ha mosso i cristiani di Vandea, e appunto contro tale comportamento cristiano si sono scagliati con furore i giacobini.
In terzo luogo occorre ricordare anche l’importantissima decisione – quanto mai in linea con l’insegnamento cristiano – presa negli anni successivi dai governi europei in merito all’istituto della schiavitù, che era stata senza dubbio la più grande piaga del mondo pagano antico. Il cristianesimo l’aveva con lento processo estirpata, tanto che nel mondo da esso civilizzato non esistevano più schiavi da secoli. La schiavitù era però ricomparsa nel corso del Rinascimento, sviluppandosi grandemente – nonostante la fortissima opposizione dei papi – nelle terre del nuovo mondo, e in genere di nuova conquista. Poté essere estirpata di nuovo quando le corti regnanti europee che, tranne la spagnola, erano state insensibili alla voce dei papi, sotto la pressione dell’opinione pubblica postrivoluzionaria laica si sono finalmente decise a vietarla con opportune leggi (14).
Dopo la rivoluzione francese gli sviluppi teorici dell’illuminismo sono proseguiti. Dal testo di storia della filosofia che abbiamo citato avanti, riportiamo ancora: “al culmine di questa tradizione di pensiero si pone Kant, nella cui opera sono armonizzati e svolti il filone illuminista inglese…, quello francese…, e la grande tradizione filosofica tedesca” (15). Kant ha così poste le basi per il filosofo apice dell’intero processo: Hegel, e nella scia di costui per Feuerbach e Nietzsche (16), in una parola per la grandiosa filosofia anticristiana tedesca, la quale appunto ha portato infine alla proclamazione (separatamente da sinistra e da destra) della ’morte di Dio’.
Notiamo che tutte le immense stragi del nostro secolo sono derivate in via diretta da quella filosofia. Senza la ’dialettica’ di Hegel infatti, unita al materialismo di Feuerbach, la dottrina marxista (o del ’materialismo dialettico’) non sarebbe stata neppure concepibile (17). Allo stesso modo senza la concezione particolare dello stato elaborata da Hegel, e senza la diffusione a tutti i livelli delle idee di Nietzsche, non si sarebbe potuto far abbracciare nel giro di appena qualche anno a un popolo ch’era stato altamente civile come quello tedesco, la spietata ’volontà di potenza’ nazista e il folle mito del ’superuomo’.

La visione agostiniana della storia

Ovviamente l’esclusione di Dio dalle società comuniste e da quella nazista, non ha portato alla sua morte. Ha portato invece alla morte di un numero sterminato d’esseri umani. Nel presente studio ne abbiamo disegnato un prospetto – ancora incompleto – parlando dell’Unione Sovietica (60 milioni), della Germania nazionalsocialista (alcune decine di milioni, in soli dodici anni, causati dall’ideologia), della Cina comunista (150 milioni), della Cambogia (un terzo della popolazione) e degli altri paesi comunisti (almeno 8 milioni).
Un numero così inconcepibile di morti, i non cristiani non riescono a spiegarselo (come non riescono a spiegarsi un secolo Ventesimo improvvisamente tornato alle caverne, dopo un Diciannovesimo tutto sommato civile). Le spiegazioni da loro proposte – per es. il culto della personalità di Stalin, o che Hitler fosse un gangster, come suggerisce Brecht – non spiegano assolutamente niente. Ai cristiani invece non è difficile individuare nel processo storico che sopra abbiamo delineato, l’alterno sovrapporsi tra loro delle due ’città’ che stanno nella visione cristiana della storia formulata e trasmessaci dal filosofo Agostino. La ’città (o società) terrena’, che esclude Dio dal proprio ambito, e la ’città (o società) celeste’, che invece gli fa spazio e cerca di costruirsi secondo i suoi insegnamenti. Di solito, dice il filosofo, le due società si presentano mescolate tra loro, secondo proporzioni che variano. Ed è appunto la prevalenza alterna dell’una o dell’altra a costituire il vero filo conduttore di tutta la storia degli uomini. Avverte ancora Agostino: i costruttori della ’città terrena’ – indipendentemente dalle loro intenzioni – finiscono sempre col comportarsi alla maniera del ’principe di questo mondo’ di cui parla il Vangelo, cioè, piaccia o non piaccia, del demonio. Ora noi sappiamo, perché ce lo dice il Vangelo, che gli attributi specifici del demonio sono di essere ’omicida’, ’menzognero’, e ’scimmia di Dio’.
Ecco: nel nostro secolo in due distinti ambiti, quello comunista e quello nazista, è stata portata avanti la costruzione di due società ’terrene’ – una di sinistra, e l’altra di destra – senza quasi mescolanze con ’società celesti’ che, se anche imperfette, avrebbero come in passato costituito un ritegno. In particolare senza più la presenza del timor di Dio, del quale era stata proclamata la ’morte’ (18). Appunto per questo in tali due ambiti si sono verificati anzitutto quegli omicidi su scala così inconcepibile; in secondo luogo vi sono comparse delle menzogne sistematiche, addirittura due giganteschi sistemi di menzogne, presentati come modernissima scienza della società: ed erano tali sistemi ad alimentare di continuo gli omicidi; in terzo luogo vi si è preteso d’imporre ai cittadini quei coacervi di errori e menzogne in sostituzione della fede portataci da Cristo: il che fu, né più né meno, comportamento da ’scimmie di Dio’.
Va precisato che all’interno di una società integralmente demoniaca non potrebbe sopravvivere neppure un uomo. Ebbene proprio in tale senso sembrava essersi incamminata la più recente di quelle società (1975-1978), la società comunista (19) cambogiana, in cui come si è detto un terzo circa della popolazione, del tutto ignara di ciò che accadeva, è stato annientato in soli tre anni.
(Che Agostino, pur considerato da sempre un filosofo grandissimo, abbia potuto un millennio e mezzo fa prevedere così lucidamente ciò che è accaduto nel nostro secolo, è un fatto davvero sbalorditivo. È però anche una conferma di come l’apporto del cristianesimo costituisca per l’uomo di cultura un arricchimento incomparabile).

La responsabilità della cultura occidentale

Come già si è accennato, nel corso del processo secolare che ha portato dal paganesimo rinascimentale alla proclamazione della ’morte di Dio’, la categoria intermedia tra cristiani e anticristiani, costituita dai ’laici’ e ’laicisti’, sia di sinistra che di destra, è andata crescendo lentamente d’importanza e di numero, fino a diventare un po’ alla volta dominante nella cultura d’Occidente (20).
Nei riguardi del comunismo – tranne quando venivano in modo troppo evidente alla luce le sue immense stragi – l’atteggiamento dei suddetti ’laici’ e ’laicisti’ è stato in genere di benevolenza, non di raro di fiancheggiamento (21).
Ciò ha comportato conseguenze non da poco. Il silenzio infatti, o un’informazione ridotta e neutra mentre erano in corso le imprese comuniste più atroci (che venivano di norma scambiate dai ’laici’ per eccessi temporanei), o ancora la presentazione come verosimile, da parte dei giornali occidentali, del punto di vista del potere comunista (talvolta al limite del paradossale: si pensi ai processi staliniani), ha creato nel mondo intero confusione su ciò che era in corso.
In pratica si deve a tale linea di comportamento della cultura laica – ripetiamo: dominante in Occidente – se il comunismo ha potuto effettuare indisturbato i suoi sterminati massacri.
Possiamo dunque affermare, come conclusione, che l’Occidente ha fornito alle popolazioni poco difese culturalmente dell’Est non soltanto le tragiche utopie che hanno generato gli stermini, ma ha favorito anche, con le sue coperture, l’attuazione degli stermini stessi.
Oggi (sul finire del secolo) la cultura laica e laicista prosegue in quella sua malefica linea d’azione sopratutto con l’impedire che la gente comune si faccia un’idea chiara del numero delle vittime che il comunismo è costato all’umanità. Ciò deriva dal fatto che gli esponenti di quella cultura, e in particolare i detentori dei media, sono gli stessi di ieri: scontato dunque che si adoperino per coprire le proprie marchiane sviste ed errori.

In vista del futuro: l’imbestiamento nuovo

Intanto il processo di scristianizzazione non si arresta. Così nuovi cadaveri hanno cominciato ad accumularsi: prodotti adesso dalla droga, e sopratutto dall’aborto (già milioni ogni anno). Ma sta forse per affacciarsi anche qualcosa di più propriamente barbarico: allo scrivente sembra infatti che stia prendendo corpo una sorta d’imbestiamento nuovo, via via più diffuso tra le giovani generazioni private degli ideali cristiani, e ormai di qualsiasi ideale (non potendosi dire tali quelli del consumismo: cioè per i giovani il sesso, l’abbigliamento più o meno eccentrico, la motocicletta e lo sport). Di tale imbestiamento ci sembrano essere indizio, in più di un paese d’Europa, a cominciare dall’Inghilterra, le lotte a coltello tra bande di giovani (i cosiddetti ’uligani’, termine non a caso d’origine russa), che si riducono al livello di bruti mediante ubriacature in occasione di comuni gare sportive (e non solo di queste, tanto che in diversi luoghi la gente non si arrischia più a uscire di casa la sera).
In America si sono andati sviluppando altri tipi di selvaggi scontri tra gruppi giovanili, tali da costringere ad esempio il sindaco della capitale Washington a imporre il coprifuoco sui giovani. Se si aggiungono i ferimenti e le uccisioni ad opera delle persone adulte, in certe grandi città americane si arriva a consuntivi da bollettino di guerra… (Leggiamo in Newsweek del 18 aprile 1994: “negli ultimi trent’anni il crimine in America è aumentato del 500%”.)
In Italia è apparso un fenomeno più modesto, ma pure a suo modo indicativo: quello dell’imbrattamento crescente dei muri delle città fino ad altezza d’uomo (macroscopico a Milano) ad opera in genere di minorenni. I quali evidentemente vuoti di tutto, e in particolare di ritegni, cercano d’imporre all’ambiente circostante l’abbrutimento che sentono crescere in sé stessi.
Sono per ora soltanto indizi, degni però d’attenzione.

Note

(nota 1) Non introduciamo qui le ragioni, ben definite, che hanno determinato i comunisti ad effettuare i loro enormi massacri. Esse sono esaminate una per una, e nel loro insieme, in nostre precedenti opere (vedasi per tutte L’esperimento comunista. Edizioni Ares, Milano).

(nota 2) A Hong Kong, in seguito a nostra richiesta, dal sinologo italiano Giancarlo Politi.

(nota 3) Non entriamo in merito al fatto – indagato a fondo da Augusto Del Noce e Ernst Nolte – che senza l’esempio (e l’urgente minaccia) dell’enorme apparato costruito a cominciare dal 1917 da Lenin, non si sarebbe dal 1933 formato tanto rapidamente, e con analoghi criteri organizzativi, l’enorme apparato di Hitler (e ancor prima, dal 1922, quello più modesto, e all’inizio solo difensivo, dei fascisti in Italia). Dei grandi totalitarismi ideologici, sconosciuti in precedenza, e apparsi all’improvviso nel secolo Ventesimo, il primo ad apparire è stato quello comunista, che ha fatto poi – suo malgrado – da modello agli altri.

(nota 4) Dal canto loro i sovietici dopo avere, nei primi due anni di guerra, ucciso sistematicamente tutti i militari tedeschi finiti nelle loro mani, dal 1943 al termine del conflitto ne hanno presi prigionieri 3.100.000: di questi 1.100.000 li hanno fatti morire nel gulag, essi pure di stenti e d’inanizione fino al cannibalismo. – Per tutti questi dati: Marco Picene Chiodo, In nome della resa. Ed. Mursia 1990, Milano, alle pp. 192 e 252.

(nota 5) Nella cifra sopraddetta (alcune decine di milioni) non sono compresi i morti causati dalla seconda guerra mondiale, che fu senza dubbio provocata dai nazisti anche se non dichiarata da loro. E condotta ovviamente anche dagli altri, oltre che da loro (per esempio dagli americani coi grandi bombardamenti delle città, dai russi con lo sterminio di molti prigionieri, ecc.) Dobbiamo dunque tenere presente che molti dei morti nella seconda guerra mondiale sono da addebitare ai nazisti: non ci è però possibile discernere quanti. Nemmeno ci sembra corretto fare di questi morti un unicum con le vittime prodotte dall’ideologia nazista in quanto tale.

(nota 6) Senza dimenticare i libri di François Furet, qui ci riferiamo in particolare a: Pourquoi nous ne célèbrons pas 1789 di Jean Dumont, ed. A.R.G.E’., Bagneux 1987: Le grand déclassement: a propos d’une commémoration di Pierre Chaunu, Laffont 1989: Le génocide franco-francais: la Vendée-Vengé di Reynald Secher, Presses Universitaires de France, 1988 (tradotto in: II genocidio vandeano, ed. Effedieffe, Milano 1989): nonché alla ripubblicazione della vecchia opera La Guerre de la Vendée et le Systeme de Dépopulation, ed. Tallandier, Paris 1987 (tradotto in: La guerra di Vandea e il Sistema di spopolamento, ed. Effedieffe, Milano 1989) di Gracchus Babeuf, personaggio che dopo aver preso parte agli avvenimenti dalla parte dei carnefici, ne ha lasciato un resoconto puntuale. Tutte le citazioni comprese nel presente saggio, delle quali non si specifichi un’origine diversa, provengono dall’avanti citato II genocidio vandeano di R. Secher, Milano 1989.

(nota 7) Lo riconoscono anche i loro nemici: così il generale Turreau, comandante in capo delle truppe repubblicane: “…un coraggio indomabile e a prova di ogni sorta di pericoli, di fatiche e di privazioni, ecco cosa fa dei vandeani dei nemici terribili, e deve porli nella storia al primo rango fra i popoli guerrieri”. In modo analogo si è espresso in seguito anche Napoleone.

(nota 8) Tale insistenza sullo sterminio sistematico è da mettere anche in rapporto con la convinzione di molti giacobini (derivata da J.-J. Rousseau) che per il benessere (= la felicità) di ciascuno, fosse necessario ridurre la popolazione francese da 1.000 a 700 abitanti per lega quadrata. Dichiara il testimone Monneton in occasione del tardivo processo a Carrier, cioè al maggior responsabile degli annegamenti in Vandea: “Carrier, in un impeto di confidenza ci disse: “Secondo il censimento della popolazione della Francia vi erano mille abitanti per lega quadrata: era provato che il suolo della Francia non poteva nutrire tutti i suoi abitanti: era necessario disfarsi della parte eccedente della popolazione, senza di che non poteva esistere repubblica”” (ovviamente intesa come luogo del benessere = felicità, per tutti). (G. Babeuf, La guerra di Vandea e il sistema di spopolamento, pag. 143). Imbattendoci in queste notizie, ci siamo chiesti se, per caso, il programma giacobino non abbia influito anche sui capi-ideologi Khmer (sei persone in tutto, formatesi e laureatesi nelle università di Parigi). Ciò aiuterebbe a capire meglio la loro programmata, folle opera di ’spopolamento’ dell’infelice Cambogia.

(nota 9) Secher riporta il testo di un proclama custodito nell’Archivio Dipartimentale del Maine-et-Loire : “I vostri traviamenti hanno causato tanti mali, lo sapete, e tuttavia la Convenzione Nazionale, grande come il popolo che rappresenta, dimentica il passato e perdona. Una legge del 12 frimaio anno II decreta che tutte le persone conosciute sotto il nome di ribelli e di chouan, che deporranno le armi entro un mese dalla sua pubblicazione, non saranno né importunate né ricercate per il fatto della loro rivolta”.
Questo episodio dello sterminio di chi aveva accolta l’offerta di arrendersi, richiama quello (ovviamente di dimensioni senza confronto maggiori) dei soldati nazionalisti cinesi che – aderendo agli inviti e alle solenni promesse dei comunisti – avevano consegnato ad essi le proprie armi americane, dandogli così modo di aumentare molto l’armamento. Dapprima effettivamente risparmiati, i soldati nazionalisti cinesi vennero dopo qualche anno ricercati uno ad uno ed uccisi.

(nota 10) Interesserà sapere che in Vandea (secondo una pratica che sarebbe poi entrata molto in voga nella Russia comunista) sempre in questo periodo si era dato inizio al cambio dei nomi delle località, che vennero intestate a personaggi o a cose della rivoluzione. Così l’isola Bonin divenne isola Marat, Noirmontier isola della Montagna, ecc. Per la stessa Vandea si propose il cambio da Vendée in Vengé (dipartimento Vendicato). Tale cambio di nomi non era comunque una novità nell’ambito della rivoluzione francese: si pensi al cambio dei nomi dei mesi, e al nuovo inizio nel computo degli anni (quest’ultimo sistema fu poi adottato, parzialmente, anche dal fascismo in Italia).

(nota 11) Maria Menati in Enciclopedia di filosofìa Garzanti, Milano 1981, pag. 425.

(nota 12) La politica in cui ’il fine giustifica i mezzi’. Se ne vedano le caratteristiche non solo nell’opera maggiore di Machiavelli Il principe, ma anche in sue opere minori, come la Descrizione del modo tenuto dal Duca Valentino nell’ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il signor Pagalo e il duca di Gravina Orsini, oppure Del modo di trattare ipopoli della Val di Chiana ribellati. Ben a ragione dunque Gramsci, nel nostro secolo, a conclusione dei suoi studi ancora oggi così attuali, ha scelto per il partito comunista la definizione di ’Nuovo principe’.

(nota 13) Mi si conceda qui un inciso, solo in parte giustificabile forse, ma che a me preme: la grande Riforma cattolica (oggi – con termine introdotto dalla cultura dominante – comunemente chiamata Controriforma) ha fatto una solida presa nella diocesi Ambrosiana di San Carlo e, all’interno di questa, si è radicata in particolare nella Brianza, terra natale di chi scrive queste note. La cultura ’paolotta’ descritta nei miei libri è, o meglio era (in quanto in questi ultimi anni essa è andata in gran parte estenuandosi) precisamente la cultura della Controriforma al suo livello popolare brianteo (diciamo di circa un milione di persone). Questo semplice richiamo alla Controriforma potrebbe suscitare nella mente del lettore i soliti, triti luoghi comuni circa i danni che sarebbero venuti all’Italia dal non avere ’beneficiato’ della Riforma protestante, dei quali i più diffusi sono: un ritardo nell’industrializzazione, e una scarsa predisposizione alla democrazia moderna. Ebbene la Brianza (cioè la terra, io credo, più ’controriformista’ d’Italia) è stata storicamente quella di più pronta industrializzazione, tanto che la prima Associazione industriali italiana non è nata a Milano o a Torino, ma a Monza, col nome di Monza e Brianza. Non solo: la Brianza è ancora oggi una terra di imprenditorialità spiccata, perfino eccessiva (nel senso che troppi fra coloro che primeggiano nelle aziende, se ne staccano per avviare aziende proprie). Quanto agli operai, la loro attitudine all’industria si concreta in una produttività che non è inferiore a quella di nessun altro popolo (neppure – caso raro in Europa – alla produttività degli operai giapponesi).
Circa la scarsa predisposizione alla democrazia, senza richiamarci alla splendida democrazia cattolica dei liberi comuni medievali (sotto il profilo estetico – che pure ha una sua importanza – la più bella fra tutte le democrazie della storia), sarà opportuno ricordare il profondo e, si direbbe, connaturato rispetto per il prossimo, presente in Brianza. Per il quale nel periodo dell’immonda mattanza di fascisti e d’innocenti seguito alla seconda guerra mondiale (una fra le più vergognose stagioni nell’intera storia d’Italia), in Brianza le vittime sono state pochissime, e nel capoluogo Monza (che pure contava settantamila abitanti) soltanto due o tre. Ciò mentre nelle vicine borgate della ’cintura rossa’ di Milano, le vittime furono terribilmente numerose. In quei giorni di terrore noi ’paolotti’ ci sentivamo protetti appunto dal nostro modo di pensare (oggi sono tentato di dire dalla nostra superiore civiltà di allora): nei nostri paesi infatti chi avesse ucciso una qualsiasi persona, di qualsiasi parte politica, sarebbe poi stato considerato per tutta la vita, anche dai suoi stessi figli, un assassino, e mai, per nessuna ragione, un benemerito.
Concludo con malinconia ripetendo che oggi comunque noi briantei non possiamo più vantare alcunché: perché non siamo stati capaci di proteggere quella nostra cultura e civiltà dall’erosione quotidiana della televisione e degli altri mass media nazionali, i quali hanno poco alla volta deformato anche in Brianza il cervello delle giovani generazioni.

(nota 14) A questo punto siamo tenuti a ricordare che nel nostro secolo la schiavitù è ricomparsa addirittura in Europa, e su enorme scala, ad opera del comunismo russo. Si è trattato di schiavitù di stato, anche se veniva mascherata sotto altri nomi, quali lavoro coatto per la rieducazione politica, ecc. Di fatto gli uomini venivano strappati con la forza, a milioni, dalle loro case, deportati, e costretti a un lavoro estenuante e non pagato. Così spietato era lo sfruttamento, che sopravvivevano in media soltanto sette anni circa. (In qualche zona dal clima particolarmente atroce, come la Kolima siberiana dove veniva scavato l’oro, la sopravvivenza media era di pochi mesi. Neppure gli schiavi al lavoro nelle più insalubri miniere romane vennero dunque sfruttati così spietatamente.) Ancora una volta nello scempio dell’uomo si sono dunque distinti i comunisti. Sarà necessario ricordare che il loro fine – da molti senza dubbio perseguito in buona fede, e addirittura con eroismo – era d’introdurre l’uomo in un paradiso terreno senza Dio? Quanto all’oro va ricordata la celebre affermazione di Marx (esaltante, al primo incontro, anche per chi scrive queste righe): che nella società comunista esso sarebbe stato impiegato per rivestire le tazze dei cessi…

(nota 15) Ancora da Maria Menati, pag. 426.

(nota 16) Oggi bisogna aggiungere Heidegger.

(nota 17) Sarà opportuno ricordare che Marx (anno 1844, cioè all’inizio della sua speculazione filosofica e sociologica) dopo avere affermato che “la critica della religione è la premessa d’ogni critica”, ha asserito che Lutero ha liberato l’uomo dalla schiavitù esteriore a Dio, e che la filosofia tedesca ha poi completata la sua opera, spezzando i ceppi della schiavitù interiore dell’uomo a Dio. Tali affermazioni procedono con evidenza dalle Lezioni sulla filosofia della storia di Hegel, testo nel quale la riforma protestante è presentata come la reale fondatrice dello Stato moderno: di ciò (sempre secondo Hegel) l’umanità sarebbe divenuta cosciente solo dopo la ’violenza necessaria’ operata dalla rivoluzione francese. (A questo punto ci torna alla mente anche lo spazio riservato nella dottrina di Marx alla ’violenza come levatrice della società nuova’).

(nota 18) Non è soltanto una prospettiva di fede. Già Dovstoiesky aveva avvertito: “Se Dio non esiste, tutto è permesso”.

(nota 19) La definizione pare impropria: più appropriata sarebbe comunista-nazista, in quanto durante la costruzione della società cambogiana comunismo e nazismo avevano superata la loro precedente feroce contrapposizione, e si erano di fatto composti e fusi. I capi-ideologi Khmer infatti avevano incluso nel loro programma – addirittura come punto di partenza – l’eliminazione sistematica di quanti erano stati in qualsiasi modo a contatto col capitalismo: li avevano cioè considerati per ciò stesso irrecuperabili, precisamente come sono considerati irrecuperabili al consorzio dei superuomini nazisti tutti gli individui di razza inferiore. In tal modo quegli ideologi, in partenza solo comunisti, avevano eliminata la principale e più profonda distinzione tra le due mortifere ideologie.
Sarà interessante ricordare che più tardi, verso la fine del secolo, altri teorici comunisti, e alcuni famosi, hanno fatto in Europa qualcosa di abbastanza simile: hanno cioè imputato alla sorella di Nietzsche di avere – approfittando della sua malattia mentale – presentato il filosofo come pensatore di destra e antesignano del nazismo, mentre in realtà le sue idee sarebbero di sinistra: dopo di che si sono, con indubbia disinvoltura, appropriati di tali idee (in particolare della sua proclamazione della ’morte di Dio’ che, sviluppando Hegel, Nietzsche ha teorizzato più esplicitamente di Feuerbach). Cosicché oggi anche in Italia ci sono dei capifila della cultura comunista e postcomunista che si richiamano come a maestro a Nietzsche (non dimentichiamolo: il teorizzatore del ’superuomo’ e della ’volontà di potenza’ !…).

(nota 20) Si noterà che in questo saggio noi non abbiamo mai parlato dei ’cattocomunisti’ e loro affini, di quei cattolici cioè che sono idealmente e politicamente schierati a fianco dei comunisti e dei ’laici’ di sinistra. Ci siamo astenuti dal parlarne per non complicare l’esame dei grandi accadimenti del nostro secolo con un discorso che, per quanto rilevante, è sopratutto interno al mondo cattolico. (il lettore che lo desideri può trovarlo nel nostro libro II fumo nel tempio, Edizioni Ares, Milano, al quale pertanto rimandiamo).
Qui ci limiteremo a dire che la scarsa presenza della cultura cristiana nel dibattito culturale contemporaneo (incredibile, dopo che la storia ha dimostrato in pieno, nel nostro secolo, la fondatezza di tutti i suoi assunti) è causata sopratutto dall’azione di quei cattolici. i quali, chiudendo gli occhi sulle terrificanti cose che tutti abbiamo vissuto, preferiscono seguire le indicazioni di alcuni falsi maestri ormai scomparsi, e vedere nei comunisti e nelle sinistre ’laiche’ i più efficaci difensori degli interessi dei poveri e della gente meno difesa. L’amore evangelico (oggi si usa dire ’la solidarietà’) per i poveri, determina perciò quei cattolici alla collaborazione sistematica coi comunisti e i loro eredi, e con le sinistre in genere, verso cui – sopratutto certi sprovveduti – assumono atteggiamenti quasi da discepolo a maestro. I più provveduti d’intelletto, mossi dal bisogno (sempre inteso evangelicamente, ahimè) di farsi ’lievito’ nei mondo delle sinistre, e determinati, in quanto cristiani, a condurre con onestà un ’dialogo’ con tale mondo, accettano sinceramente dal comunismo e dal laicismo progressista tutto ciò che abbia una parvenza di meno pericoloso per la fede, creandosi così una fede propria che raggiunge livelli di ambiguità atroce, e la propugnano. La Chiesa, e per essa la gerarchia, sebbene in gravi angustie per la situazione creatasi (si veda il recente libro Meglio il martirio del coraggioso vescovo di Como mons. Maggiolini), non si risolve a sconfessarli, anche perché diversi pastori, non senza fondamento, considerano la mentalità ’laica’ talmente dominatrice che temono, se le si schierassero contro, di ridurre la Chiesa in uno stato di ostracismo tale da non poter neppur più esercitare la parte di magistero che oggi le è concessa.
A risentire in particolare di tale situazione è la cultura cattolica, di fatto spaccata in due e paralizzata. Quanto al pubblico in genere – condotto al solito per mano dai mass media, aperti quasi soltanto agli argomenti dei catto-progressisti – ha addirittura l’impressione che la cultura cattolica sia ormai a rimorchio, e prossima a fondersi, con quella ’laica’ e comunista, e in conclusione che non esista più.

(nota 21) Che anche non pochi ’laici’ di destra, tra cui diversi esponenti della cultura e detentori dei principali giornali, abbiano fatto buon viso al comunismo, si spiega ricordando che il ’laicismo’ è uno sviluppo dell’umanesimo rinascimentale. Col trascorrere dei secoli i ’laici’ delle diverse impostazioni hanno abbandonato il loro originario platonismo, per approdare in gran parte all’indifferentismo, all’agnosticismo, o all’ateismo: non hanno però mai abbandonato il loro umanesimo. Per questo, tra i vari materialismi esistenti, essi – anche senza aderirvi – hanno in genere finito col privilegiare quello marxista, il quale prospettava, almeno nelle intenzioni, l’elevazione di tutti gli esseri umani (al limite anche degli ex ’sfruttatori’, una volta recuperati) e non soltanto di un gruppo o di alcune categorie.
Va aggiunto che, per quanto li riguarda, gli stessi marxisti anche nei periodi delle loro stragi più folli non hanno mai cessato di richiamarsi all’umanesimo (ateo ovviamente: tre umanesimi dunque: il cristiano, il rinascimentale o teoricamente neutro, e l’ateo. Che quest’ultimo, nella sua versione marxista, fosse un ’umanesimo’ produttore di massacri quali non si erano mai visti – e dunque un folle controsenso – è un’altra patente dimostrazione della cerebro-inversione che la fedeltà al comunismo comportava). Di fatto la frequenza e ripetitività con cui tanti esponenti ’laici’ si sono mostrati promarxisti è stata tale, da ingenerare addirittura l’impressione che per loro laicismo e marxismo facessero parte di un’unica cultura, della quale il marxismo costituisse addirittura l’avanguardia e il settore più avanzato.
L’intellettuale – In ambito culturale ha acquistato sempre più rilievo, in questi decenni, la figura (un tempo sconosciuta) dell’intellettuale. Come a dire (almeno in Italia) dell’interprete e portavoce qualificato, e ormai onnipresente, del laicismo. Il quale intellettuale non deve essere confuso col normale uomo di cultura greco-romano-cristiano, presente tra noi fin dall’inizio della storia occidentale. L’intellettuale infatti è di apparizione assai più recente: risale all’epoca dei ’lumi’, e ha il suo modello insuperato in Voltaire. Pur partendo da una conclamata – e, perché no? vogliamo credere, almeno in partenza autentica – vocazione per la sincerità e la tolleranza, l’intellettuale è costretto dalla sua stessa collocazione a porsi frequentemente al servizio di cause quali più intolleranti e insincere non si potrebbero immaginare (come tutte quelle di fiancheggiamento al comunismo, cui s’è accennato sopra). Ripugnanti sono in particolare le sue periodiche chiamate all’insieme degli intellettuali, perché facciano mandria dietro a qualcuna di tali cause, sottoscrivendo – pena l’esclusione dalla società che conta – manifesti faziosi. Istinto di mandria, ricatto, arrivismo… Se l’uomo di cultura tradizionale ha coordinata e sostenuta l’edificazione della nostra cultura, l’intellettuale a noi sembra – molto suo malgrado – vocato a coordinarne l’autodistruzione.