L’equivoco della “Alienazione Parentale” (di Assuntina Morresi)

C’è un grande equivoco intorno alla alienazione parentale, che cerco di spiegare.
La discussione sembra divisa fra chi dice che esiste, perché esistono genitori che strumentalizzano i figli, e chi, come me e molti altri, la ritiene un costrutto ideologico violento, senza base scientifica, che va espulso dai tribunali. Le due affermazioni non sono incompatibili, perché non stiamo parlando della stessa cosa.

Spiego l’equivoco che c’è.
Esistono certamente genitori che strumentalizzano i propri figli, usandoli nello scontro, soprattutto, ma non solo, dopo separazioni conflittuali e violente (la violenza non ha bisogno di essere fisica per essere tale). Ma l’alienazione parentale non è lo strumento per identificare questa strumentalizzazione, perché è un costrutto ideologico, e quindi violento. Mi spiego con un esempio.

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Supponiamo che un bambino di dodici anni abbia la febbre a 38, insieme al mal di testa. Un primo medico interpellato dice: tutti i bambini con queste caratteristiche – la febbre a 38, 12 anni, il mal di testa – hanno l’infezione X alla gola, e va dato loro l’antibiotico Y. Un secondo dice: devo visitarlo per vedere cosa ha, intanto fategli queste analisi del sangue e il tampone alla gola.
Voi di chi vi fidereste di più? Io del secondo. Perché è vero che il bambino può anche avere quella infezione X, ma senza verificare i fatti concreti, cioè senza analisi appropriate, quei sintomi possono essere la spia di molto altro, e se ci si basa solo su quei sintomi viene dato il farmaco sbagliato, che può danneggiarlo.

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Chi sostiene la alienazione parentale è come quel primo medico: in base ad alcuni comportamenti del bambino, riconducibili al rifiuto del bambino di vedere un genitore (più frequentemente il padre), deducono che il problema sia l’altro genitore che lo ha manipolato (più frequentemente la madre). Cioè da alcuni comportamenti deducono la “malattia”: non a caso fino a poco tempo fa l’alienazione si chiamava “Sindrome di Alienazione Parentale”, PAS l’acronimo (e per questo motivo in gergo i sostenitori della alienazione vengono indicati come pasisti), identificata attraverso alcuni comportamenti, trattati come “sintomi”, appunto, di una sindrome.
E quindi cosa succede? In base alle relazioni degli psicologi (Consulente Tecnico di Ufficio, CTU) sui comportamenti, si stabilisce che c’è la PAS, e il giudice toglie il figlio al genitore voluto, per darlo forzatamente a quello rifiutato, passando prima per una casa famiglia per “resettarlo” e fargli accettare la forzatura violenta. Di solito il genitore voluto è la mamma, cioè il genitore che fino a quel momento è stato più tempo con il bambino: si tratta di infatti sempre di bambini piccoli, o comunque in un’età alla quale le testimonianze non si ritengono pienamente attendibili, e per questo intervengono gli psicologi. Se i figli hanno da 12-14 anni in su è più difficile ignorarne le dichiarazioni.

Io penso che se un bambino rifiuta di vedere un genitore, sia necessario innanzitutto chiedersi il perché. Gli psicologi devono osservare i comportamenti, mentre i giudici devono accertare i fatti (fare il tampone alla gola, continuando l’esempio di prima), anche basandosi sulle opinioni degli psicologi, ma non delegando a loro l’ultima parola. Sono i giudici che hanno il compito di accertare i fatti, non si devono psicologizzare.
I motivi per cui un bambino rifiuta un genitore possono essere tantissimi, fra cui anche una strumentalizzazione da parte dell’altro, ma se si parte con il pregiudizio che quello è il principale motivo, si fa ideologia, una ideologia violenta, perché non guarda il bene del bambino, non vuole scoprire la verità, ma vuole imporre una costruzione ideologica, distruggendo tutto: padre, madre e bambino.
per gentile concessione di Assuntina Morresi