Lettera di Sant’Ignazio di Loyola a una religiosa sul discernimento degli spiriti (18 giugno 1536)

TERESA REJADELL-Venezia, 18 giugno 1536-MI Epp I 99-107IHS

La grazia e l’amore di Cristo nostro Signore siano sempre in nostro favore e aiuto. Giorni fa ho ricevuto la sua lettera e mi sono rallegrato molto nel Signore che lei serve e desidera servire maggiormente. A lui dobbiamo attribuire tutto il bene che appare nelle creature. Nella sua mi dice che Cáceres (1) mi avrebbe informato a lungo delle sue cose; l’ha fatto e mi ha anche parlato dei mezzi e dei consigli dati per ciascuna di esse. Leggendo quanto lei mi scrive, non trovo che vi si possa aggiungere altro, sebbene avrei preferito l’informazione diretta, perché nessuno è in grado di rendere le proprie impressioni meglio di chi le prova.

Mi prega che per amore di Dio N.S. mi prenda cura di lei. Certo già da molti anni sua divina maestà, senza merito da parte mia, mi dà gran desiderio di fare tutto il bene che posso a tutti quelli e a tutte quelle che camminano nella via della sua santa volontà e del suo beneplacito. Desidero anche servire quelli che lavorano al suo divino servizio. E poiché non dubito che lei sia una di tali anime, desidero trovarmi in grado di poter mostrare con i fatti quanto dico a parole. Mi chiede anche con insistenza di scriverle ciò che il Signore m’ispira e di dirle chiaramente il mio parere. Dirò volentieri ciò che sento nel Signore, cercando di chiarirlo bene. Se le sembrerà che in qualcosa sia duro, più che contro la sua persona sarà contro chi la turba. Ci sono due campi in cui il nemico le causa turbamento: non già in modo da farla cadere in peccato e allontanarla dal suo Dio e Signore, ma in modo da allontanarla dal maggior servizio di lui e da una più grande pace interiore. Anzitutto le presenta e le inculca una falsa umiltà; in secondo luogo le ispira una paura estrema di Dio che la paralizza e la invade troppo.

Quanto al primo punto, la tattica generale del nemico rispetto ai principianti che vogliono servire Dio N.S. consiste nel porre impedimenti e ostacoli. È la prima arma con cui procura di ferirli. Per esempio: «Come potrai passare tutta la tua vita in tanta penitenza, priva della gioia dei parenti, degli amici, dei beni, in una vita così solitaria, senza un po’ di pace? Non c’è altra maniera di salvarti senza tanti pericoli?».Ci dà ad intendere che avremo da vivere una vita più piena di sofferenze che mai altro uomo abbia vissuto, ma non ci dà ad intendere i tanti conforti e le consolazioni che di solito il Signore concede quando il suo nuovo servo supera tutte queste difficoltà scegliendo di soffrire con il suo Creatore e Signore.

Dopo il nemico procura di attaccare con la seconda arma, cioè con la iattanza o vanagloria, dando ad intendere all’anima che ha molta bontà e santità e ponendola ad un livello superiore al suo merito. Se il servo del Signore resiste a queste frecce umiliandosi e abbassandosi e non consentendo di essere quale il nemico gli vorrebbe far credere, ecco la terza arma, quella della falsa umiltà. Vedendo il servo del Signore tanto buono e umile che, pur compiendo la volontà di Dio, pensa di essere del tutto inutile e considera le sue debolezze e non la sua gloria, gli fa pensare che, se parla di qualche grazia concessagli da Dio N.S., di opere, propositi e desideri, pecca con altra specie di vanagloria perché parla a suo onore.

Procura quindi che non parli dei benefici ricevuti dal suo Signore, impedendo così di produrre frutto in altri e in se stesso, dato che il ricordo dei benefici ricevuti aiuta sempre a cose più grandi. Certo, se se ne parla, lo si deve fare con molta misura, mossi dal maggior progresso proprio e degli altri, se si ha fiducia che ben disposti possano trarne vantaggio. Così il nemico, mentre noi tendiamo a farci umili. Procura di trarci alla falsa umiltà, esagerata e viziosa. La sua lettera ne è una valida testimonianza. Difatti, dopo aver narrato alcune debolezze e ti-mori a questo proposito, dice: «Sono una povera religiosa e mi pare di essere desiderosa di servire Cri-sto N.S.». Non osa dire: «Sono desiderosa di servire Cristo N.S», ovvero: «Il Signore mi dà il desiderio di servirlo», dice invece: «Mi pare di essere desiderosa». Se riflette, potrà capir bene che quel desiderio di servire Cristo N.S. non proviene da lei, ma è donato dal Signore.

Dicendo quindi: «Il Signore mi dà crescente desiderio di servirlo», lei lo loda, perché proclama il suo dono, gloriandosi in lui, non in se stessa perché non attribuisce a se stessa quella grazia Dobbiamo quindi stare molto attenti: se il nemico ci esalta, dobbiamo abbassarci enumerando i nostri peccati e le nostre miserie, se ci abbassa e deprime, dobbiamo elevarci alla vera fede e speranza nel Signore, enumerando i benefici ricevuti e con quale amore e benevolenza ci attende per salvarci. Il nemico non si cura di dire il falso o il vero, ha interesse solo di vincerci. Osservi i martiri di fronte ai giudici idolatri: dichiaravano di essere servi di Cristo. Lei, quindi, di fronte al nemico della natura umana, che la tenta per toglierle le forze che il Signore le dà e per renderla fiacca e tanto paurosa con insidie e inganni, non osa dire: «Sono desiderosa di servire N.S.», mentre deve dire e proclamare senza timore: «Sono sua serva e morrò piuttosto che rinunciare a servirlo». Se il nemico mi presenta la giustizia, io immediatamente richiamo la misericordia; se egli la misericordia, io al contrario la giustizia. Ecco come bisogna procedere per non restare turbati e perché il beffeggiatore rimanga beffato, adducendo noi a nostra favore la S. Scrittura che dice: «Guardati dall’essere tanto umile da non cadere nella stoltezza»2. Veniamo al secondo punto. Quando il nemico ci ha riempiti di paura con la parvenza di un’umiltà che è falsa e non osiamo parlare nemmeno di cose buone, sante e giovevoli, egli insinua una paura ancora peggiore, quasi fossimo separati, esclusi e lontani da N.S.

Questo deriva in gran parte da ciò che precede. Quando il nemico infatti ha ottenuto vittoria con la prima paura, trova facile tentarci con la seconda. Per spiegarmi in qualche modo, dirò l’altro discorso usato dal nemico. Se trova una persona la cui coscienza larga lascia passare i peccati senza ponderarli, fa di tutto perché il peccato veniale non sia niente, il mortale diventi veniale e il mortale gravissimo poca cosa, utilizzando il difetto che scopre in noi, cioè una coscienza troppo lassa. Se trova invece un’altra persona la cui coscienza sia delicata -cosa che non è difetto -, vedendo che non solo allontana da sé i peccati mortali e possibilmente quelli veniali -che non è in nostro potere evitare tutti -ma che cerca anche di allontanare da se ogni apparenza di colpa leggera, ogni imperfezione e difetto, allora procura di contorcere questa buona coscienza facendo credere peccato ciò che non lo è e insinuando difetto dove c’è perfezione allo scopo di confonderci e affliggerci. E spesso, quando non riesce a far peccare né ha speranza di arrivarvi, si adopera al-meno di tormentare. Per meglio spiegare come si produca questa aura, parlerò, anche se brevemente, di due lezioni che il Signore usa dare o permettere.

L’una la dà, l’altra la permette. La lezione che dà è la consolazione interna che scaccia ogni turbamento e attrae interamente all’amore del Signore. Questa consolazione illumina alcuni, ad altri scopre molti segreti. Infine, con essa tutte le pene sono piacere, tutte le fatiche riposo. A chi cammina con questo fervore, con quest’ardore e questa consolazione interiore non c’è carico tanto grande che non appaia leggero, né penitenza né altra pena sì grande che non sia dolcissima. Questa consolazione ci rivela il cammino che dobbiamo seguire e quello che dobbiamo fuggire. Essa non è sempre in nostro potere; viene in momenti determinati secondo il disegno di Dio. E tutto questo per nostra utilità. Quando l’anima si trova senza consolazione, viene poi l’altra lezione. Il nostro antico nemico pone tutti gli ostacoli possibili per sviarci da quanto cominciato. Ci tormenta tanto e, contrariamente alla prima lezione, ci riempie molte volte di tristezza senza che noi sappiamo perché siamo tristi. Non riusciamo a pregare con devozione, a contemplare e neppure a parlare o udire cose di Dio N.S. con sapore e gusto interiore. Né solo questo: se ci trova fiacchi, molto umiliati per via di questi dannati pensieri, ci mette in testa che siamo dimenticati da Dio, e giungiamo e credere che siamo completamente separati dal Signor nostro e che non vale niente quanto abbiamo fatto e quanto vorremmo fare. Si sforza poi di trarci nella sfiducia totale. Dobbiamo quindi vedere donde provenga si grande paura e fiacchezza; in quei momenti ci fermiamo troppo sulle nostre miserie, deprimendoci tanto sotto quei fallaci pensieri. Perciò chi combatte bisogna che stia all’erta: se si tratta di consolazione, occorre che ci abbassiamo e umiliamo, pensando che presto verrà la prova della tentazione; se viene la tentazione, l’oscurità, la tristezza, reagire, ma senza prendersela, e aspettare con pazienza la consolazione del Signore che dissiperà tutti i turbamenti e le tenebre esteriori. Resta ora da dire come dobbiamo comprendere e utilizzare ciò che sentiamo provenire da Dio N.S. Accade spesso che N.S. apre l’anima, la muove spingendola ad un’azione o a un’altra. Cioè parla all’interno di essa senza alcun rumore di parole, la solleva tutta al suo amore divino, senza che sia possibile, anche volendo, resistere al suo sentimento. Questo sentimento, che è suo e che noi facciamo nostro, deve necessariamente conformarci ai comandamenti, ai precetti della Chiesa e all’ubbidienza ai nostri superiori; è un sentimento pieno di umiltà, perché è lo stesso spirito divino presente in tutto. Ma qui assai spesso possiamo ingannarci: dopo la consolazione o l’ispirazione, l’anima rimane nella gioia; ecco allora avvicinarsi il nemico con aspetto allegro e luminoso per farci aggiungere qualcosa, per metterci nel disordine e sconcertarci totalmente. Altre volte ci fa sminuire la lezione ricevuta, suscitando ostacoli e inconvenienti in modo che non compiamo interamente tutto ciò che ci è stato mostrato. Qui è necessaria un’attenzione maggiore che in tutto il resto. Molte volte si metterà un freno alla gran voglia di parlare delle cose di Dio NUS.; altre volte se ne parlerà più di quanto il desiderio o la mozione non ci spinga. In questo si dovrà tener conto più degli altrui desideri che di quelli personali. Quando il nemico si sforza così di aggiungere o di to-gliere ai buoni sentimenti ricevuti, se vogliamo aiutare gli altri, dobbiamo comportarci come chi tenta di guadare: se c’è un buon passaggio o speranza di qualche vantaggio, andare avanti; se il guado è torbido e si avrà scandalo dalle nostre buone parole, tener sempre le redini, cercando il tempo o l’ora più favorevole per parlare. Abbiamo toccato questioni su cui non è possibile scrivere almeno senza entrare in considerevoli sviluppi e, ciò nonostante, resterebbero cose che è meglio lasciar sentire che spiegare, specialmente per lettera. Se così piace al Signor nostro, spero che presto ci rivedremo costì e potremo trattare allora più a fondo alcune cose. Frattanto, poiché ha più vicino Castro, credo sarebbe bene che scrivesse a lui: quando non può seguirne danno, ne può venire vantaggio. E poiché mi dice di scriverle quanto sentissi nel Signore, le dico: Sarà felice se saprà custodire ciò che possiede. Termino pregando la santissima Trinità che per la sua infinita e somma bontà ci dia grazia abbondante perché sentiamo la sua santissima volontà e la compiamo interamente. Di bontà povero Ignazio


(1) Si tratta probabilmente di Lope de Cáceres, di Segovia, che aveva conosciuto Ignazio A Barcellona e lo aveva seguito per qualche tempo.

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