L’IA è stupida ma efficiente: il mondo a misura di robot

Chiunque non sia stupito dalla rivoluzione digitale non ne ha afferrato la portata. Stiamo parlando di un nuovo capitolo della storia umana, scrive Luciano Floridi in apertura della sua opera più recente ( Etica dell’intelligenza artificiale. Sviluppi, opportunità, sfide. Cortina, 384 pagine, 26 euro, scritto in inglese e tradotto in un’edizione ridotta rispetto all’originale). L’enfasi non è fuori luogo e il richiamo è del tutto appropriato, perché mai come in questi anni stiamo vedendo le nostre vite trasformate dalle nuove tecnologie e nello stesso tempo assistiamo a un fiorire di pubblicistica che ci mette in guardia dai pericoli attuali o imminenti dell’intelligenza artificiale. Il cambiamento ci spaventa, quando poi è rapidissimo ci terrorizza. Una simile spiegazione psicologica un po’ grossolana funziona per i meno giovani. I nativi digitali, infatti, sono perfettamente a loro agio nel mondo che si sta costruendo. Questo però non significa che tutto vada per il meglio.

L’importante, come sempre, è cercare di comprendere ciò che ci circonda nei termini corretti. In questo compito ci guida magistralmente Floridi, docente di Filosofia ed etica dell’informazione a Oxford e di Sociologia della Cultura e della Comunicazione all’Università di Bologna, uno dei massimi interpreti della nuova era. Lo scopo del volume è quello di costruire una intelaiatura etica per il sistema globale dell’intelligenza artificiale (d’ora in poi IA). Ma di utilità straordinaria per il lettore non esperto (quasi tutti noi, dobbiamo ammettere) sono i tre capitoli iniziali, in cui viene offerto un inquadramento storico e teorico dell’IA. Non una spiegazione tecnica, al di fuori della portata dei più, ma una chiarificazione concettuale (e operativa), che è poi il servizio tuttora svolto dalla buona filosofia, malgrado il moltiplicarsi degli annunci mortuari per la disciplina. Si parte dalle definizioni. Ed emerge che ne siamo sorprendentemente carenti. Basta aprire Wikipedia (straordinario portato dell’epoca digitale) per capire che la maggior parte delle descrizioni dell’IA sono circolari e non informative. Floridi suggerisce quindi di rivolgersi a una defini- zione classica, che resiste al tempo, essendo stata fornita dai padri della scienza cognitiva nel 1955: «Il problema dell’intelligenza artificiale è quello di fare sì che una macchina agisca con modalità che sarebbero definite intelligenti se un essere umano si comportasse allo stesso modo». Ciò non significa che la macchina sia intelligente o che stia pensando. Infatti, una caratteristica fondamentale, alla base del successo dell’IA, è proprio la separazione tra l’esito e il modo per raggiungerlo, tra l’agire e l’intelligenza. «Il solo aspetto rilevante è eseguire un compito con successo in modo tale che il risultato sia altrettanto buono o migliore di quello che l’intelligenza umana sarebbe stata in grado di ottenere», spiega Floridi.

L’impresa generale dell’IA è sia riprodurre gli effetti del nostro comportamento intelligente con mezzi non biologici (approccio ingegneristico, quello visto appena sopra) sia produrre l’equivalente non biologico della nostra intelligenza, ovvero la fonte di quel comportamento (approccio cognitivo). L’approccio ingegneristico ha avuto un successo straordinario. Gli agenti di IA (software come programmi, app, webbot, algoritmi; e hardware come smartphone, robot, auto a guida autonoma…) possono sostituire gli agenti umani in ambiti che sembravano impossibili da gestire per le macchine. La cosiddetta IA riproduttiva ottiene risultati migliori di quelli che gli esseri umani sono in grado di realizzare. Dall’altra parte, creare un’intelligenza sintetica, campo della cosiddetta IA produttiva, è qualcosa che suscita aspettative, curiosità e timori, alimenta la fantascienza e un profluvio di allarmi pubblici da parte di opinion leader. Eppure, dice Floridi, qui l’IA «non ha ancora preso parte alla competizione ».

L’intelligenza artificiale per come molti ingenuamente la immaginano, la macchina che pensa (e forse prova qualcosa), non esiste e non è all’orizzonte. Tutti i tentativi in corso sono ben al di sotto delle prestazioni di chiunque di noi immerso nel proprio ambiente consueto. Qui si salda un altro elemento decisivo che l’autore coglie e isola analiticamente, dando la chiave per una reale comprensione del processo in corso. Viviamo oggi onlife, dove la distinzione tra online e offline si fa sempre meno netta, dentro l’infosfera, che è sia digitale sia analogica. Succede allora che il mondo si stia profilando sull’IA e non viceversa. È il contesto che viene progettato per essere compatibile con la abilità dell’IA. «Avvolgiamo microambienti attorno a robot semplici per adattarli a essi e sfruttare le loro capacità limitate, in modo tale da ottenere comunque il risultato desiderato », scrive Floridi. L’ambiente così inteso è essenzialmente costituito da dati, i dati necessari per istruire l’IA. E il tema dei dati è cruciale per l’etica, in quanto privacy e controllo, sfruttamento e discriminazioni passano dall’insieme delle informazione che alimenta i sistemi di apprendimento al cuore del-l’IA. Se è vero che nel nuovo ambiente i robot funzionano sempre meglio e possiamo delegare loro un maggior numero di compiti, agli esseri umani resta la scelta dei fini e dell’allocazione delle risorse. L’ampia parte centrale del volume contiene una dettagliata descrizione e applicazione dei principi che dovrebbero guidare l’etica dell’IA. Essi sono i quattro già impiegati nell’ambito bioetico: beneficenza, non maleficenza, autonomia e giustizia. Ai quali va aggiunto un principio specifico, l’esplicabilità, ovvero la trasparenza dello strumento, il fatto che rimanga comprensibile come l’IA agisce e ‘prende decisioni’.

L’IA etica ha bisogno di un’analisi approfondita e di un apparato di regole che permetta di minimizzare i rischi e massimizzare le opportunità. Questo può condurre a un miglioramento della società e, nell’abbraccio tra blu (la tecnologia) e verde (l’ambiente), un Pianeta che si giovi di uno sviluppo davvero sostenibile, orientato agli obiettivi stabiliti dall’Onu. Si tratta di un lavoro che Floridi svolge dettagliatamente nel libro, peraltro un capitolo di una serie di volumi (il prossimo sarà sulla Politica dell’informazione). In conclusione, all’ottimismo dell’autore sull’IA, la quale risulta tremendamente efficace ed efficiente ma ‘stupida’, e quindi incapace di prendere il sopravvento sull’essere umano, si può affiancare una preoccupazione di tipo diverso. Nell’onlife, dove sempre più avvolgiamo le nostre vite sull’IA per sfruttane le opportunità, anche l’intelligenza umana che tenderemo ad apprezzare di più potrebbe diventare quella ad alto funzionamento cognitivo rispetto alla sensibilità e all’unicità fenomenologica dell’individuo. Ne risulterebbe un’implicita svalutazione ed emarginazione di chi è meno efficiente e meno capace di quella velocità ludica e strumentale che caratterizza l’ambiente digitale (o è indisponibile a adattarvisi).
Andrea Lavazza – Avvenire

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